L’edizione numero 83 della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia prende ufficialmente il via, spostando totalmente a settembre (dal 2 al 12, con pre-apertura nella serata dell’1 dedicata a Tinto Brass) la sua collocazione, posizionata di solito nell’ultima settimana di agosto. Scelta “climatica” per cercare di sfuggire alle ondate di calura? Probabilmente no, ma il dibattito di questi giorni sullo spostamento dell’anno scolastico ritardato per via del gran caldo in alcune regioni d’Italia inserisce anche la rassegna lidense in una sorta di mortifero “spirito del tempo”, che non può che emanarsi dal luogo in cui Luchino Visconti, e Thomas Mann prima di lui, aveva ambientato il suo ossimoricamente immortale Morte a Venezia. Ma bando alle suggestioni, e immergiamoci nell’analisi di un programma davvero ricco come e più di sempre, che cannibalizza i prodotti pronti in quest’ultima parte del 2026 e, almeno in Italia, occuperà le uscite cinematografiche “d’essai” anche nella prima parte del 2027 e probabilmente oltre.
Partiamo dal Concorso principale, termometro atto a rappresentare come sempre la vetrina e a cannibalizzare la maggior parte delle discussioni su/intorno alla Mostra, che verrà “giudicato” dalla Presidente Maggie Gyllenhaal oltre che dai registi Johnnie To e Xavier Giannoli, dalle registe e produttrici Kawthar ibn Haniyya e Shahrbanoo Sadat, dal musicista Daniel Blumberg e (felice ritorno della categoria in una giuria importante dopo tempo) dal critico e semiologo Francesco Casetti, unico rappresentante italico della pattuglia. A farla da padrone è la Francia, con otto film contando le coproduzioni, subito seguita dall’Italia a quota cinque. Ventuno film (si è aggiunto solo negli ultimi giorni, pare per ragioni di sicurezza, NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori del pluripremiato No Other Land, con il regista Jonathan Glazer tra i produttori), e una piccola ma agguerrita pattuglia orientale con un sensazionale trio formato dai nipponici Hirokazu Kore-eda (Look Back) e Shin’ya Tsukamoto (Mr. Nelson, Did You Kill People?, secondo lungometraggio in inglese del Nostro dopo Tetsuo: The Bullet Man) e dal sudcoreano Lee Chang-dong (il fluviale e kieslowskiano Possible Love). Come si è già anticipato, la Francia mette soldi dappertutto ma sono “soltanto” tre i cineasti transalpini: Cèdric Kahn e il suo 15/18 ambientato in un centro di neuropsichiatria per l’adolescenza, Stéphane Brizé ancora alle prese con il mercato del lavoro con Un bon petit soldat, Nicolas Pariser e il suo Un peu avant minuit. Altre segnalazioni sparse: naturalmente Werner Herzog e il suo Bucking Fastard, con le sorelle Mara e Orlando Bloom, Danny Boyle e Ink in apertura, l’esordio nella competizione principale dell’iraniano Ali Asgari (Un po’ di luce), il ritorno di Martin McDonagh con Wild Horse Nine. Due soli gli statunitensi, Casey Affleck e Lance Oppenheim (ed è forse per questo che, sulla carta, magari più per contingenza e per qualche rifiuto incassato da Hollywood che per reale e volontario cambio di passo ma è il risultato quello che conta, la selezione ufficiale appare come la più interessante da diversi anni a questa parte, con una Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica che finalmente ritorna a fare appunto il lavoro di una Mostra Internazionale organizzata in seno alla Biennale di Venezia, e non quello di ‘un festival’ alla ricerca di lustrini, star sul tappeto rosso e anticipazioni degli Oscar), di fronte a un plotone italiano che provoca non poca curiosità: lasciati fuori concorso i (grandi) vecchi Mario Martone e Gianni Amelio, ecco Nanni Moretti a trentasette anni dalla sua ultima apparizione al Lido con Palombella rossa in apertura alla SIC del 1989 (con Succederà questa notte, ancora tratto da Eshkol Nevo), Andrea Pallaoro con l’ultima sceneggiatura scritta in vita da Bernardo Bertolucci insieme alla coppia Bernardini-Rampoldi (The Echo Chamber), Edoardo De Angelis (Il fuoco che ti porti dentro, da un romanzo di Antonio Franchini), il ritorno dopo lunga assenza di Marco Bechis (Ritorno, appunto, a Buenos Aires) e la promozione di Paolo Strippoli, questa volta non alle prese con l’horror (L’estranea, thriller con Jasmine Trinca a Valeria Bruni Tedeschi). Last but not least, i due film più “chiacchierati” finora, per motivi differenti: l’unica donna in gara da sola (Woman Unknown di May el-Toukhy) e l’attesissimo DAU di Ilya Khrzhanovsky, recupero del progetto iniziale sul Nobel Lev Landau che poi era diventato un folle esperimento di arte totale, tra migliaia di tecnici e centinaia di attori sequestrati in un set-prigione, una marea di film e serie annunciati, una piattaforma dedicata, e pure la sanità mentale del creatore fortemente compromessa.
In Orizzonti (la “nostra” Barbara Ronchi nella giuria presieduta da Valérie Donzelli) ci limitiamo a segnalare i nomi da circoletto rosso, pronti a farci sorprendere dagli altri selezionati: The Burning Giants del thailandese Phuttiphong Aroonpheng (qualche anno passò nella stessa sezione il bellissimo Manta Ray), il ritorno a un anno dal premio alla miglior regia di Anuparna Roy con Lovers in the Blue Night, gli italici Alina Marazzi (in apertura con La ragazza con la Leica, dedicato a Gerda Taro, compagna di vita di Robert Capa), Edorado Gabbriellini (La città dei vivi, da Nicola Lagioia) e Anna Foglietta, all’esordio dietro la macchina da presa con Una storia. Il film su cui puntiamo a scatola chiusa? Too Much Sugar del documentarista Robert Greene, cinema del reale ambientato tra gli operai del Missouri. In Venezia Spotlight, sezione che sarà il pubblico del Lido a giudicare, da segnalare Gabor Reisz, che dopo aver trionfato in Orizzonti nel 2023 con il magnifico Una spiegazione per tutto porta Ground Floor, e il “nostro” Roberto De Paolis con Serpenti, con script dei fratelli D’Innocenzo e uscita in sala a Mostra in corso, dal 10 settembre.
Il ricchissimo Fuori Concorso, come da qualche anno a questa parte, è un vero e proprio Concorso bis, la sezione più interessante del festival, ricolma di gradi autori. Oltre ai già citati Martone (Scherzetto, con Toni Servillo) e Amelio (Nessun dolore), ecco un vero e proprio “parterre de rois”: Paul Schrader (The Basics of Philosophy), Lav Diaz (Let Us Through, Dear Ancestors), Mariano Llinàs (Biografia de Jorge Luis Borges), Tsai Ming-liang (Dust), Wim Wenders (From Inside Out the Architecture of Peter Zumthor), Sergei Loznitsa (Imperium), Alex Gibney (Musk), Amos Gitai (The Road of Jericho), Takashi Miike (Shumei – The Living Legacy of Kabuki), Yonfan (Intermission) e l’elefantiaco omaggio di Luca Guadagnino a Bertolucci (Joie de vivre). Un elenco francamente stordente, e ne abbiamo omessi parecchi (su tutti, Barbara Kopple e Sophie Fiennes).
A chiudere, uno sguardo sulle sezioni parallele e competitive, iniziando dalla Settimana Internazionale della Critica, ancora diretta da Beatrice Fiorentino e che per la seconda volta, su mandato triennale, annovera il nostro deus ex machina Marco Romagna tra i selezionatori. Tanto Sudamerica (El fin de los tiempos e Meteorito dalla Colombia, London dal Brasile), la Cina (Zoom in zoom out), l’India (Our share of sand), la Tunisia (The H@llow man) e un’Italia fuori dai binari consolidati, con Prima della guerra di Tommaso Usberti in competizione (una brutale ricognizione su un Nord del Paese inquinato da esalazioni e machismo di ritorno), e ad aprire e chiudere altre due interessanti produzioni: Il grande Giaffa di Marco Santi, una viaggio nel caos, nella mediocrità e nella manipolabiltà di questi folli tempi, e il film-album Rider di Davide Pavanello e Roan Johnson, finalmente tornato al cinema dopo l’infinito buen retiro televisivo del BarLume. Una sorta di musical, quest’ultimo, con il rider Sami impegnato in una “ricca” consegna nella notte di Capodanno a ritmo di rap, in cui ogni rima vuole segnare una ben precisa lotta di classe. Per un programma che sembra sulla carta più che mai politico e attento al presente, e che ben conscio delle guerre subito fuori dalla finestra e del potenziale baratro ad appena un passo scava sui sentieri meno battuti dell’indipendenza cinematografica alla ricerca di nuovi canoni alternativi a quello da sempre imposto dalle immagini mainstream: per dirla con Beatrice Fiorentino «molte proposte da America Latina, Tunisia, India, danno alla selezione una connotazione anticolonialista assai fertile, nella quale si sommano i fantasmi della Storia e le politiche odierne».
Le Giornate degli Autori, ancora dirette da Gaia Furrer, presentano tante proposte da vagliare in sala e qualche grande nome, su tutti quelli di Robert Guédiguian (Une femme aujourd’hui) e di Francesca Archibugi (Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo). I “soliti” corti Miu Miu quest’anno sono affidati a Claire Denis e Mona Fastvold. In Notti Veneziane, infine, qualche segnalazione è obbligatoria: il nuovo Scarpe rotte di Roberta Torre, la ricerca della civiltà contadina novecentesca affidata alle parole di Rocco Scotellaro e all’occhio di Alessandra Lancellotti (Uno si distrae al bivio), e la collaborazione tra due cineasti che amiamo moltissimo, Federico Francioni e Samuele Sestieri, che vede buona parte della redazione di questa rivista coinvolta a vari livelli e il titolo migliore di tutta la selezione, Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l’amore (con il punto e virgola nel titolo puro feticismo dello scrivente).
È da qui, fra un titolo curioso, un autore amato e soprattutto una visione alternativa (e quindi politica, tanto più in questi tempi bui) del cinema che, come si diceva, attizza le antenne dell’interesse cinefilo verso questa specifica edizione della Mostra come forse mai nell’era Barbera, che nasce la voglia matta di buttarsi a capofitto come e più del solito in questi undici giorni concitati, fra uno spritz al volo e una coda per il bagno, fra una corsa da una sala all’altra e la gioia di un biglietto inaspettato che magicamente riappare disponibile sul servizio di prenotazione. Il resto saranno visioni, riflessioni, speranze, delusioni, sorprese, tasti che picchiettano su una tastiera, carenza di sonno e come è ovvio la consueta passione. Nel buio delle sale, chiaramente, e poi su queste pagine in costante aggiornamento, sulle quali il nostro invito è sempre valido per chiunque avrà l’interesse e la pazienza di leggere.
Donato D’Elia