5 settembre 2016 -

THE YOUNG POPE – PILOT (episodi 1-2) (2016)
di Paolo Sorrentino

Ogni nuovo progetto di Paolo Sorrentino è sempre oggetto di discussione, anche da prima che spuntino le immagini, e ciò vale più o meno per ogni suo progetto della sua “seconda fase”; fase artistica che possiamo dire essere cominciata intorno al 2008, anno di uscita de Il divo, il lungometraggio più politico e intelligente dell’autore, punto di svolta tra i suoi primi film (apprezzati internazionalmente per, banalizzando, la loro commistione di fotografia di classe e personaggi eticamente discutibili e disprezzabili) e i suoi ultimi sforzi più manieristi, arroganti, prorompenti. Tutti in Italia conoscono la tristezza pretenziosa e irritante di This must be the place (suo primo film internazionale, uscito nel 2011), il surrealismo caotico e assordante del grottesco La grande bellezza (che gli fece vincere l’Oscar al miglior film straniero nel 2014), lo sguardo spento di Michael Caine nella pioggia di colori e frasette da Baci Perugina in Youth (2015). Sorrentino è diventato, insomma, un esempio della virtù (?) registica di un’intera nazione, un portavoce del cinema italiano a livello mondiale, e una fonte di influenza un po’ pop per il cinema d’autore italiano (pensiamo, ad esempio, al suo collaboratore Piero Messina e al suo L’attesa). In particolare il trionfo de La grande bellezza ha tramutato il suo stile eccentrico in una specie di mondo che si muove per τὸποι di follia programmatica, volgarità volontaria, cultura pop e raffinatezza più o meno classica; un mondo tanto amato quanto odiato dalla critica italiana ed estera, un mondo amaro ma semplice, fatto di vere profondità e finte profondità, un mondo vecchio e invecchiato, triste, mortifero, a volte senza speranza, a volte pieno di bellezza, sempre molto ironico. Il suo ultimo progetto, in collaborazione sia con Sky sia con HBO, è una miniserie televisiva composta da 10 episodi di 55 minuti l’uno, incentrata sul personaggio fittizio di Pio XIII a.k.a. Lenny Belardo, primo Papa americano della storia, arrogante 47enne interpretato da Jude Law, controverso tra cardinali, politici, eccetera. A Venezia sono stati proiettati fuori concorso i primi due episodi della serie montati come un lungometraggio unico, suscitando reazioni curiose, tra chi l’ha accusato di squallore e chi invece lo ha definito il miglior prodotto di Sorrentino da svariati anni a questa parte. In ogni caso, siamo convinti che sia sbagliato valutare un prodotto avendone visto solamente una parte, per la precisione un quinto, e peraltro siamo molto poco convinti da questo tipo di parziale operazione festivaliera che ci sa molto di marchetta a Sky per fornirgli copertura mediatica priva di rischio spoiler; ma abbiamo deciso che, poiché Sorrentino è Sorrentino, sia giusto perlomeno commentare quest’anteprima, dare un’idea del nostro punto di vista su queste due ore scarse atte a incuriosire gli spettatori di tutto il mondo; per poi magari, in futuro, quando la serie sarà completa, dare un’opinione a tutto tondo, magari attraverso lo sguardo di un altro della redazione di CineLapsus, per variare e tentare un’oggettività che, con l’autore napoletano, risulta praticamente impossibile.

The Young Pope si apre con una sequenza che subito colpisce per la propria valenza fortemente kitsch: un neonato gattona sopra una marea di poppanti dormienti, l’inquadratura si sposta rivelando uno di loro, più sveglio, che si muove in maniera inquietante (con una CGI che fa rimpiangere i fenicotteri de La grande bellezza), e tra un bambino e l’altro esce Pio XIII, rivelando dietro di lui una sorta di piramide costituita solo da pargoli. È una (macro?)sequenza onirica allucinogena che non riesce ad essere presa sul serio né a prendersi sul serio: si prosegue sui titoli di testa, con un Papa nudo che si veste, procede tra i volti che poi lo spettatore impara a conoscere attraverso il resto del film, fa un discorso anche troppo liberale di fronte a tutta piazza San Pietro, e automaticamente perde la carica pontificia. La verità, che si scopre via via attraverso un numero abbastanza ben bilanciato di scene smaccatamente comiche e derive più drammatiche, è che Belardo è, come i protagonisti degli ultimi tre film di Sorrentino, un alterego di una parte del regista stesso: Cheyenne come il suo lato più giovanile e innamorato della tristezza rock dei Talking Heads e dei Cure; Jep Gambardella come una manifestazione del lato mondano, egocentrico e marcescente della quotidianità pop di un artista italiano moderno; Fred Ballinger come immagine della parte più classica del regista, quella più vecchia, tradizionale, depressa; altrettanto dunque Lenny Belardo come allegoria totale della commistione di sacro e profano, delle contraddizioni, e soprattutto di quei cambi di sguardo di Sorrentino che sono erronei o disprezzabili secondo molti appassionati di cinema e non solo. Lenny Belardo è liberale nei propri sogni, ma profondamente conservatore nei fatti; fonda la propria politica sull’annullamento di sé e della propria immagine ma è egocentrico e si mette al di sopra di tutti gli altri. Belardo è uno snob, è insopportabile, si comporta in maniera assolutamente anti-etica con Voiello (il viscido ma non disumano Segretario di Stato interpretato da Silvio Orlando, ossessionato dal Napoli e dall’eros della Venere di Willendorff, probabilmente il personaggio più umano e interessante) quanto con il mentore Spencer (cardinale col volto del grandissimo James Cromwell) quanto con Suor Mary, una suora che lo prese sotto la sua ala, interpretata da un’anacronistica Diane Keaton.

Dal vizio alla virtù, dal sogno alla realtà, dalla coca cola cherry alle Marlboro, dai tentati suicidi ai cardinali omosessuali, il processo psicologico di Lenny Belardo è riassumibile come una parabola tragicomica del potere, che passa attraverso la scarnificazione televisiva dei suoi dogmi (con la freddezza cadaverica di House of Cards, la serie Netflix di Fincher) e per l’autodistruzione psicologica del personaggio e di ciò che simboleggia (con un Papa che è più una rockstar che una figura religiosa, ma che mantiene in sé un moralismo crudele, dannoso, sadico, irrispettoso, come Jep Gambardella o come il protagonista del cartone animato Bojack Horseman). La conclusione di questa lenta e inesorabile trasformazione è la transustanziazione da piatta figura di potere a leader distopico (viene in mente quasi subito un’estetica quasi orwelliana), da immagine ad assenza di immagine, dal Sorrentino autoconfiguratosi poeta immaginifico al Sorrentino che critica eccessivamente il popolo e gli altri con la sua smaccata e crudele estetica del brutto, che va dalle suore baffute ai down in Piazza San Pietro. Il problema, per ora, dell’intera operazione, è tuttavia sostanziale: il regista, come in tutti i suoi film recenti, sembra voler dare col montaggio in ogni singola scena un’idea di scena madre o di macrosequenza anche quando una regia televisiva o una musica particolarmente semplice (colonna sonora di Lele Marchitelli) non riesce a permetterglielo. Ci sono frasi chiave che non impressionano e irritano, ci sono inquadrature in cui un bianco tagliente viene reso da Bigazzi con irritante sovraesposizione, ci sono errori di scrittura decisamente evitabili (Salinger scrittore più importante degli ultimi vent’anni? L’unica cosa importante che ha fatto negli ultimi vent’anni probabilmente è stata morire…); c’è insomma la sensazione che, nonostante una sincerità e una completezza contenutistica superiore alla media degli ultimi film, il comparto stilistico, forse a causa del media televisivo, non sia all’altezza, creando comunque quello che risulta essere un’interessante commedia semi-trash surreale fatta di caos silenzioso, non più sotto i neon della “dolce vita” à la Jep ma sotto la luce clericale più pura e nel contempo più corrotta, più disgustosa, più divertente forse. Ovviamente, però, è necessario dire che questo manierismo, che spaventa per la sua ingenuità intellettualoide, riesce comunque a stuzzicare curiosità per quanto riguarda il resto del progetto. E, per quanto riguarda gli otto episodi rimanenti (che dovrebbero dunque completare in realtà un discorso che nei primi due episodi sembra autoconcluso), vedremo di ripescare le ceneri di queste parole, metterle in discussione, capire il ruolo di quest’operazione nella filmografia dell’autore e capire se è un passo avanti, un passo indietro o semplicemente un qualcosa di alieno a tutto il resto, ma che fortunatamente riesce a far ridere e a far riflettere — anche se, probabilmente, non basta ancora.

Nicola Settis

“The Young Pope” (2016)
50 min | Drama | Italy / France / Spain / USA
Regista N/A
Sceneggiatori N/A
Attori principali Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando, Scott Shepherd
IMDb Rating N/A

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