17 Settembre 2016 -

BITTER MONEY (2016)
di Wang Bing

Il cinema di Wang Bing ogni anno si impreziosisce di un altro tassello, fondamentale ed unitario, per scrutare l’umanità al lavoro nell’alba del terzo millennio. Ogni capitolo di questa ricerca è unico e definito, ma allo stesso tempo eternamente (col)legato a quelli precedenti (e speriamo a quelli futuri) proprio perché definisce un’unitarietà di sguardo e di identità nello spasmodico desiderio di conoscere e conoscersi.  Per l’esattezza, anzi, il 2016 ha ricevuto da Wang Bing ben due straordinarie gemme, con Bitter money che arriva a Venezia solo pochi mesi dopo il berlinese Ta’ang. E anche questa volta si parte dal viaggio disperato (e di speranza) verso un’anonima ed astratta città in rapida crescita della Cina Orientale, che assume il senso di una piccola frontiera dorata per tutti coloro che nel gigante asiatico cercano una vita migliore. Un luogo come tanti, migliaia in Cina, che tentano (ed illudono) una moltitudine di anime legate alla ruralità, convincendole in un modo o nell’altro a poter cambiare la propria sorte. Ma nel lavoro di rigore e cesellatura che Wang opera su di loro emergono subito la lacuna di opportunità e le drammatiche condizioni di vita. A questi uomini e donne in cattività non resta spesso nient’altro che cedere, voltarsi verso rapporti ossessivamente violenti e chiedersi se quella possa davvero rappresentare una possibilità o solo l’ennesimo tentativo fallimentare. Questo è il mondo che inevitabilmente viene narrato e documentato in Bitter Money, film che ha portato a Wang il (geniale? o fuori luogo?) premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura a Venezia 73.

La cronaca, urgente ed amara, dell’estremo Oriente attuale non è altro che la metafora cangiante ed espansa di quel senso continuo di indeterminatezza che spesso inconsapevolmente guida classi economiche e sociali occidentali verso il baratro esistenziale che ben conosciamo. Wang Bing così prosegue la sua indagine, spostandosi dal profondo ed arretrato Yunnan fino alla costa orientale cinese, ridefinendo i rapporti tra i popoli vagabondi ed arretrati dell’entroterra e il vagabondare di coloro che chiederebbero di più alla loro società. Proprio in questo pedinamento prende ancora una volta corpo il dispositivo filmico di Wang che prima segue a distanza “di sicurezza” i protagonisti (senza intervenire minimamente con il reale), per poi avvicinarsi sensibilmente quando si avvicina il momento del bisogno. La macchina da presa costantemente mobile si prefigge l’unico atto possibile, quello di filmare, senza nessuna direzione precisa seguendo quelle dei personaggi/protagonisti dell’inquadratura, cercando tendenzialmente di catturare la sensibilità dell’uomo di fronte all’obbiettivo più che dell’uomo “allo stato brado”, la società vista dall’occhio meccanico del cinema. Così questo film, più delle altre opere del grande documentarista cinese, decide così di perdersi, di non aver un’uniformità di sguardo sul tema per cercare un quadro più grande, quello emotivo e comportamentale di coloro che sono costretti a cambiar vita per poter vivere. In un certo senso il vero filo conduttore è il denaro, utopia del lavoratore che ancora sogna ad occhi aperti tra illusioni e delusioni in uno spazio a cui sono costretti eternamente interno, verso un esterno (la città, la società) che si può percepire ma che mai viene mostrato. Allo stesso tempo l’unico svago che non sia virtuale diventa quasi un’altra utopia, quella della solidarietà spesso risolta in scatti d’ira, di incomprensione e di incomunicabilità.

Un altro capitolo, dicevamo, un altro tassello straordinario (pure essendo correntemente nell’ordine delle cose) nel restituire gli scarti dell’immagine e quelli apparenti della società. Nella filmografia di Wang Bing, dove l’urgenza rimane la stessa (del filmare e dell’essere filmato), risplende ancora un’umanità impossibile in cui il sistema, l’apparato, lo strumento (a cui bisognerebbe sempre aggiungere cinema) crolla inesorabilmente proprio nel momento in cui coloro che abitano l’inquadratura si rivolgono ad essa (ed al suo autore) nell’attesa di una speranza, di un abbraccio. Lavorando sui rapporti e sui sentimenti ogni suo film diventa uno spazio indeterminato a misura d’uomo in cui siamo invitati anche noi stessi ad abitarvi, perché tutti autori/spettatori, tutti anime e dunque tutti umani. Da qui nasce l’esigenza di parlare/ci, l’urgenza ultima di un linguaggio che pone il vagare (quello del popolo cinese contemporaneo, quello della macchina da presa) come unico motore di dialettica del mondo. In fondo solo in questo modo è possibile conciliare le traiettorie storico-sociali di un paese continente ed il vacillamento costante dei suoi abitanti, solo in questo modo è ancora possibile raccontare storie. In conclusione sarebbe realmente stupido definire questo Bitter Money un film minore (anche se probabilmente in versione non definitiva o quantomeno non totalmente sviluppato per urgenza festivaliera) perché proprio capitolo e tassello necessario nell’opera sempre più grande che Wang Bing, passo dopo passo, sta disegnando come mappatura necessaria e fondamentale della contemporaneità asiatica (e non) solo. Sempre con il suo sguardo unico, fatto d’intensità e purissimo amore. 

Erik Negro

“Ku Qian” (2016)
152 min | Documentary | China / France
Regista Bing Wang
Sceneggiatori N/A
Attori principali Ling Ling
IMDb Rating 7.4

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