9 Settembre 2019 -

THE NEW POPE – episodi 02 e 07 (2019)
di Paolo Sorrentino

N.B.: la decisione di Sorrentino di proiettare queste due puntate a Venezia non è dissimile da quella presa da Refn nel proiettare le puntate 4 e 5 di Too Old to Die Young al festival di Cannes, ma mentre la serie Amazon del regista danese è costituita perlopiù da episodi che, per quanto influenzati da una trama generale, vivono come “unicum” (…e in particolare la 4 e la 5 sono una specie di lungometraggio autoconclusivo e comprensibile di per sé), The New Pope parte sì da presupposti linguistici e artistici ma anche più prettamente narrativi, e conscio di ciò l’autore ha richiesto di proiettare a Venezia, assieme alle puntate scelte, anche dei brevi riassunti della prima puntata e delle puntate in mezzo. Il nostro scopo è ovviamente quello di commentare quello che abbiamo visto, e quindi non potremmo disquisire sull’evoluzione registica o concettuale di Sorrentino negli episodi che abbiamo solo ‘intravisto’, ma le linee narrative raccontate sono necessarie per un commento totale, e perciò avvisiamo i lettori della pregnanza degli ‘spoiler’ nel testo seguente.

Quando, sempre a Venezia nel 2016, era stato proiettato The Young Pope, avevamo deciso (caso più unico che raro), dopo lungo discutere, di non inserire il consueto semaforo in cima all’articolo, segnaletica di una collocazione vaga del nostro giudizio. Potrei dirvi che era perché non ci sentivamo di dare un’opinione dopo la visione di giusto un quinto di un’opera complessa e sfaccettata, e parzialmente è così, ma in verità è stato più il contenuto della visione che qualcosa di aprioristico ad alienarci. Non eravamo pronti. Del resto, dopo che i primi due film di produzione internazionali dell’autore Sorrentino, This must be the place Youth, erano parsi a noi, come a molti altri, prodotti di una mente incapace di contenere con la giusta onestà poetica la propria ambizione, l’idea di un suo approdo a una co-produzione seriale italo-statunitense divisa tra Sky e HBO è stata perlopiù spaesante. Quei primi due episodi, per quanto potenti nella loro costruzione narrativa, erano anche pensati per essere spiazzanti, sorrentiniani fino al midollo nell’esporre intensità emotiva con la stessa nonchalance con cui si apre una canzone pop, e parziali nel loro racconto, che ha del postmoderno. A guardare il resto di The Young Pope, è forse invero l’oggetto più intelligente e profondo della filmografia del più controverso e celebre regista italiano contemporaneo. È una carriera complessa tuttavia: L’uomo in più era un brillante e drammaticissimo esordio a cui non smettiamo di essere affezionati, e i personaggi servilliani di Sorrentino successivi, da Titta di Girolamo a Jep Gambardella, fino soprattutto a Giulio Andreotti e a Silvio Berlusconi, hanno caratterizzato in maniera limpida le caratteristiche del protagonista sorrentiniano, un debole alla ricerca del potere, disperso in un mondo volgare e privato del sacro, che cerca di far coincidere le due cose, in una visione esistenzialista consapevole e incoerente, alla ricerca di qualcosa di indefinito, tra aneddotica surreale e “sparuti sprazzi di bellezza”. Il papa americano, il “papa pop”, ne è la sublimazione evidente. Jude Law è Lenny Belardo, ennesimo inetto narcisista alla ricerca del senso della vita, diviso tra fotomodello dal sorriso luciferino e sofferente maschera tragica della decristianizzazione dell’occidente. Vuole ri-proporre il papato come la faccia insipida dell’istituzionalizzazione clericale, e in ciò rendersi distante dai fedeli; che la Chiesa sia trattata come Dio dev’essere trattato, con la distanza e la reverenza che nel mondo di oggi sono innaturali. Ma se ne rende conto anche lui, che è troppo umano per essere un Dio tra gli uomini che vuole proporsi come disumano. Al punto che non sa neanche lui se crede o no in Dio. E infatti, non crede neanche a se stesso, ai miracoli che ha compiuto, all’umanità di cui è capace, e ciò a causa dei suoi traumi, dei suoi ricordi troppo distanti e troppo immateriali, del suo materialismo che lo vede sfoggiare la tunica papale con glamour ascoltando I’m sexy and I know it, mentre Dio sembra sempre più lontano nell’evoluzione del mondo, nonostante sia perpetuamente evocato dalle parole sue e degli altri. L’istituzionalizzazione si sta mangiando tutto, e Lenny cerca di esserne la resistenza, ma si fa mangiare da se stesso, dalla sua incoerenza e dalla spaventosa realtà cinica che lo circonda e lo infetta.

Alla fine di Young Pope, Belardo/Pio XIII parla ai fedeli a Venezia, e dice loro «un giorno morirò e potrò abbracciarvi tutti», in un discorso efficace e potentissimo, tendenzialmente colmo di buoni sentimenti, atti ad alimentare l’amore nel cristianesimo a differenza dei suoi primi interventi pubblici. Ma poi, vede nel pubblico i suoi genitori, che l’avevano abbandonato proprio a Venezia quand’era piccolo, e ha un malore, sviene. Previa notizia dell’esistenza di The New Pope, si poteva ben pensare che questo fosse un finale assoluto, in cui questa figura conservatrice al limite tra sacro e laico, dopo aver inneggiato all’amore e aver immaginato la propria morte, moriva, lasciando alle spalle un mondo fatto di fantasmi, pur cambiato, minimamente, dai suoi sacrifici e dalla sua controversa lotta interiore con il mondo. The New Pope però esiste, e Lenny Belardo ne è un personaggio, per quanto non il protagonista. La scelta di programmare le puntate 2 e 7 al festival di Venezia non è casuale: se la puntata 2 è una presentazione del “nuovo papa” che segue a Belardo, un John Brannox (John Malkovich) che si farà chiamare Giovanni Paolo III, la puntata 7 invece vede il risveglio dal coma di Lenny e le sue prime giornate di coscienza in un mondo che attende di vederlo in piedi come un miracolo. Ci sentiamo in grado, ora, di dare un colore al nostro semaforo perché ora abbiamo razionalizzato qual è lo scopo di Sorrentino, e in generale ci riesce più automatico non solo integrare la presenza del suo Pope/pop nel suo cinema ma anche apprezzare l’attualità e la densità dell’operazione. Capiamo, dai riassuntini montati nella proiezione, che il primo episodio di The New Pope si concentra su un papa Francesco II che subentra dopo Belardo, che si proietta idealmente come uno che segue la filosofia e il pensiero di San Francesco d’Assisi – al che il Camerlengo Voiello col volto di Silvio Orlando sbotta in un greve «ma che cazzo dici?». Poco dopo la sua elezione, Francesco II muore in circostanze misteriose. Da questi presupposti si apre l’episodio che introduce Brannox, ma non lo vediamo subito al Vaticano a ricoprire il ruolo di pontefice, anzi; vediamo invece Voiello, con un team che fa le veci del nucleo della Chiesa (due cardinali, Gutierrez e Assente, e la gestrice del marketing, Sofia, che copula col marito in videochat), andare a trovare il personaggio di Malkovich nella sua austera villa in Inghilterra, circondata da una brulla tenuta la cui superficie è più ampia di quella del Vaticano. Dopo lo scarto tra sacro e materiale, con crisi mistica e apparente morte conseguenti, con cui si è chiusa Young PopeNew Pope si apre proponendo un mondo fallace, in cui a fare da protagonisti sono il lutto e la ricerca della fede entro e oltre il dolore. Il fantasma di Lenny Belardo aleggia tra le stanze della villa, a proporre piccoli miracoli, a interrompere e complicare la comunicazione, mentre Brannox propone un sé papale perfetto: è un teologo soporifero ma fascinoso, dalle cui labbra si pende. Converte gli anglicani al cattolicesimo parlando loro di Holderlin ed è devoto alla verità, che esprime sia confessando i suoi peccati e la sua depressione sia tirandola fuori dagli altri con una sorta di maieutica spiritualista.

In linea di massima, potremmo dire che la puntata 2 ci mostra il Sorrentino narratore al massimo delle sue potenzialità, con un excursus che propone al pubblico un mondo freddo in cui ancora sopravvive la linfa vitale dello spirito, evocandolo, nominandolo, ma mantenendo perlopiù intatta una costruzione basata sull’intreccio e sulla dialettica, seguendo la storia con una macchina da presa che cerca di assumere caratteristiche classiche, che si aggira per gli spazi cercando una quadratura e una coerenza più che una trascendenza. L’inquadratura giusta, non il dipinto perfetto. È una storia cadaverica, anche grottesca, perfettamente calcolata nella retorica, e ci fa innamorare di Brannox, un papa ideale dall’umanità dilagante che è subito opposto a quello di Jude Law, la cui umanità è altrettanto pregnante ma più che altro imperfetta in un modo che ci fa ricordare le nostre dualità, la nostra separazione interiore tra il Cristo potenziale e il diavolo angosciante. Negli episodi seguenti pare accadere poco o nulla, e perciò immaginiamo che Sorrentino prediliga nelle quattro ore che li compongono una costruzione delle relazioni e del pensiero base più che una storia: Brannox diventa Giovanni Paolo III, mentre in Italia cominciano ad esservi attacchi terroristici da parte dell’Islam fondamentalista, e Belardo comincia a sospirare a ritmi inusuali, che per i suoi più accaniti fedeli rappresentano un conto alla rovescia al suo risveglio. All’inizio della puntata 7, il risveglio effettivamente accade, e avviene un cambio di sigla – nella puntata 2 erano suore semi-vestite a danzare seducenti attorno a una croce, reminiscenti più del mondo demoniaco di Loro che di una possibile impronta di spiritualismo rintracciabile in Young Pope, ma ora è Pio XIII che cammina con in sottofondo All along the watchtower come nella prima stagione, circondato ora da modelle bagnanti e non da dipinti religiosi come nella sigla originale, non più il meteorite che colpisce la statua di Wojtyla ma una giovane in costume da bagno che sviene alla vista del nostro eroe. Sembra una pubblicità di Armani, ma è Sua Santità. Una sua ennesima metamorfosi, ivi completamente irreale, maestosamente ironica. Il sacro non è privato della sua essenza, ma l’istituzionalizzazione mascherata dei suoi intenti sì, al punto che tutto diviene (o meglio: torna a divenire) estetica, facciata, colore, espressione, non più etica, evocazione, spirito, impressione. Jude Law è cristologico ma rappresentato nel modo in cui verrebbe rappresentato se esistesse davvero nel nostro mondo, il mondo pop a cui comunque è impossibile non affezionarsi e ispirarsi. Tanto la 2 è narrativa quando la 7 è invece visionaria. Sono entrambe puntate perlopiù chiuse in casa, ma qua la villa di Brannox è sostituita dall’appartamento in cui vive il medico curante del papa con la moglie e il figlio malato e moribondo. Se la missione narrativa della puntata 2 è trovare un punto d’incontro tra sacro e istituzionale, portare al papato la figura autoritaria e irresistibile di Brannox, lo scopo della puntata 7 è invece uscire da quella sfera, distruggere il reale, creare un miracolo. Poter volare nella luce. Sorrentino porta il suo mondo di immagini ora a sospendersi in una dimensione in cui tutto è possibile. In cui la redenzione ha poteri metafisici e l’atto di fede è più reale del reale. Immagina un Paradiso in cui Dio è visibile a chiunque ma, pur non mettendolo in scena, vive il mondo reale come se fosse così. E Belardo/Pio/Jude Law diventa il volto sorridente e istrionico di una piccola rivoluzione – il giudizio rimane sospeso, più o meno, ma siamo certi che nuovamente questo regista così sfaccettato, e anche comprensibilmente spesso vittima di astio generalizzato, riuscirà a compattare, grazie alle potenzialità della serialità, una storia di grande intensità e importanza. Qualcosa che possa farci di nuovo ricordare e valorizzare qualcosa che abbiamo perso, di cui ci siamo dimenticati, per credere in qualcosa, con nuovi simboli. Le persone cambiano, e con loro il mondo, e con esso Dio.

Nicola Settis

“The New Pope” (2019)
60 min | Drama | Italy / France / Spain / USA
Regista N/A
Sceneggiatori N/A
Attori principali Jude Law, Stefano Accorsi, Javier Cámara, Cécile de France
IMDb Rating N/A

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