12 maggio 2018 -

PLAIRE AIMER ET COURIR VITE (2018)
di Cristophe Honoré

Partiamo da un primo dato, banale e immediato. Se Plaire, aimer et courir vite di Christophe Honoré ha un difetto, è la mancanza del dono della sintesi. Che è un po’ anche un controsenso per un film evidentemente propenso alla lunga sequenza, all’ampio confronto dialogico, alla volontà di lasciar giocare i propri attori per tratti estesi, alla ricerca di verità, profondità e significato alle proprie azioni e vissuti. Resta comunque il fatto che si arriva al termine dei 132 minuti un po’ col fiato corto, schiacciati da un generale eccesso di tutto, soprattutto da un insistito compiacimento nello scavo e ghirigoro psicologico. E, diciamolo subito, almeno una delle varie generalizzazioni sulla cosiddetta condizione omosessuale ci piace pochino, enucleata in un dialogo consuetamente disteso in prefinale. Tuttavia Plaire, aimer et courir vite prende le mosse da un soggetto intrigante, riproiettandoci nel 1993, “solo” venticinque anni fa, breve distanza temporale che però per la comunità LGBT occidentale ha significato enormi mutamenti. Honoré propone un passato non lontanissimo, senza ricercare neanche eccessivi compiacimenti nella collocazione di scenografie e abbigliamenti (giusto qualche gustosa riesumazione nel comparto musicale e qualche coordinata cinefila: la visione al cinema di Lezioni di piano, 1993, Jane Campion), mettendosi all’indagine innanzitutto di modalità culturali superate, per testare la distanza dalle più recenti conquiste civili. Il mondo gay del 1993 narrato dal nuovo film di Christophe Honoré è sulle soglie della vivibilità. Siamo ancora in epoca pre-digitale, non esistono cellulari di ultima generazione, né chat, e per conoscere qualcuno non restano che i locali di settore (stranamente un po’ assenti dal film) e modalità antiquarie come il battuage e gli approcci al cinema.

Il protagonista Jacques Tondelli (nel cognome vi è un chiaro omaggio al nostro Pier Vittorio Tondelli, scrittore mai troppo ricordato, scomparso per AIDS nel 1991) se la passa con un piede nella luce e uno nell’ombra, convivendo passo dopo passo con la depressione che ogni tanto batte cassa. Ha amici, ha pure un figlio ancora bambino, al quale non nasconde praticamente nulla della sua vita privata. In sostanza, Jacques promuove nuovi modelli di comportamento semplicemente vivendoli e mettendoli in atto. Honoré sceglie una chiave narrativa decisamente spregiudicata, ossia l’adesione fuori da strettoie morali a una verità pianamente accettata in quanto, per l’appunto, verità. La quotidianità di Jacques è quella, c’è poco altro da aggiungere. Suo figlio gli pone semplici domande sulla sua vita privata, alle quali Jacques risponde. In sostanza, Honoré demanda la provocatorietà della sua opera all’occhio di chi guarda. Come autore del film non fa nulla per accentuare i toni, né per aggredire lo spettatore. Mette in scena un dato di fatto, convocando per converso le coscienze degli spettatori davanti a se stesse. Se cioè siano in grado di sopportare la visione di sesso tenero, giocoso ed esplicito, e un rapporto franco e sincero riguardo al proprio orientamento affettivo anche con figli in età scolare (forse la sfida più esplicita di tutto il film). In tal senso Plaire, aimer et courir vite sembra raccontare un passato già proiettato al futuro, mentre non nasconde tutte le difficoltà di una condizione di vita già migliore rispetto alle oscurità dei decenni precedenti ma, agli albori degli anni Novanta, di certo non rosea e facilissima. Gli omosessuali di Honoré sono giocosi e romantici, ma devono ancora confrontarsi col muro dentro di sé, frutto di una cultura ancora così pesante da impedire paradossalmente di viversi anche nell’intimo (in tal senso, è molto ben narrato il personaggio laterale interpretato da Denis Podalydès). Si finisce insomma per avere qualche strumento di libertà, ma l’influenza della cultura dominante rende fragili, insicuri, incapaci di superare il senso di colpa per ciò che si è. Ed è apprezzabile il trattamento riservato da Honoré al tema della depressione, grande rimosso dell’immaginario cinematografico di massa, che per i protagonisti del suo film costituisce una sorta di fedele compagno di strada, sempre presente anche nei momenti di gioia, un continuo richiamo a stati d’animo malinconici dovuti all’isolamento, l’occultamento, la sensazione di non avere radici.

Poi, l’AIDS. Vedendo il film di Honoré, sorgono tangenziali riflessioni sul presente, si testa la sensazione che oggigiorno di AIDS si sia smesso di parlare. Certo almeno in Occidente i più recenti dati statistici sono incoraggianti, ma in ogni caso il silenzio e la guardia abbassata non sono da caldeggiare. Plaire, aimer et courir vite racconta le ultime propaggini di una lunga catastrofe, che ancora agli inizi degli anni Novanta batteva cassa alla rimozione e disinformazione del decennio precedente. Christophe Honoré non sposa mai toni di plateale denuncia civile. Non gli interessa il racconto dichiaratamente politico e militante (vengono in mente, passati giusto un anno fa qui al Festival di Cannes, i 120 battiti al minuto di Robin Campillo). Piuttosto Honoré si affida ad astrazioni romantiche e pure a qualche estetizzante compiacimento plastico (quegli incontri appassionati in mezzo alla strada). Plaire, aimer et courir vite sembra così evocare un orizzonte psico-emotivo, una condizione sospesa e frammentaria, forse la vera, sostanziale ragione di quei sentimenti depressivi che per lungo tempo hanno accompagnato (e tuttora accompagnano) la condizione LGBT. Sapere di esistere nell’attimo del piacere e della passione, che tuttavia rende difficile proiettarsi nella solidità di qualsiasi progetto a lungo termine, un po’ perché la società, con tutto il suo peso, modella approcci alla vita costringendo all’ombra e alle mezze verità, un po’ perché quell’eterna giovinezza conserva comunque un enorme fascino. Honoré mostra una particolare sensibilità anche nel racconto di una vita diffusamente affettiva, in cui amicizia e contatto fisico rientrano a far parte di un necessario moto di conforto all’esistenza. Benché il protagonista Jacques appartenga a una borghesia di buona cultura, proiettata quindi a una maggiore accettazione e libertà di comportamenti, il film di Honoré racconta anche una solitudine che per sua stessa natura apre gli occhi, allarga e diversifica le forme di legame affettivo. Nessuno può amare altrettanto la vita come chi deve combattere per ogni singolo respiro, per viversela.

Così, Plaire, aimer et courir vite si delinea come storico e individuale, autocosciente e divagante. Honoré adotta una struttura/non-struttura narrativa che demolisce volentieri modelli consolidati di racconto. Pur affrontando temi ed emozioni fortemente coinvolgenti sul piano emotivo, Honoré rifugge da climax e scene madri. Registra il dolore e la gioia nel loro fluire, rifiuta dinamiche drammatiche fondate su immediati rapporti causa-effetto, mette la sordina pure a un finale potenzialmente enfatico tramite il tempo lungo e l’attesa dell’emersione dei minimi trasalimenti emotivi (quel ritardo nel pianto finale di Denis Podalydès…), discioglie i conflitti nella chiacchiera, nell’azione e nei ritmi dilatati, tanto da tramutarli a poco a poco in non-conflitti. Per cui sì, si giunge alla fine un po’ col fiato corto, soffocati da una certa prolissità e tendenza al verboso. Così come è eccessiva la volontà di impreziosire ad ogni costo il testo tramite citazioni letterarie, omaggi e riferimenti cinematografici. Ma qua e là il film sembra tramutarsi in diario intimo di un autore, desideroso di raccogliere in un unico testo passioni personali e piccole professioni d’amore. D’altra parte, Plaire, aimer et courir vite afferma a chiare lettere la propria volontà di essere frammentato e dispersivo, alla ricerca di un momento di verità che si manifesti in mezzo alle mille chiacchiere e testimonianze di sé. Honoré confeziona un lavoro che vuol essere anche platealmente elegante, pronto probabilmente per le ben acculturate platee d’Europa (magari del mondo). Eppure, tanto per dare un’occhiata a casa nostra, basterebbe rintracciare un briciolo dell’onestà intellettuale di questo film appassionato e imperfetto nella produzione italiana a tematica LGBT, per essere felici. La felicità, in fondo, è una cosa semplice.

Massimiliano Schiavoni

“Plaire” (2018)
N/A | France
Regista Christophe Honoré
Sceneggiatori Christophe Honoré
Attori principali Vincent Lacoste, Denis Podalydès
IMDb Rating N/A

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