1 giugno 2018 -

LA CASA LOBO (2018)
di Cristobal León & Joaquín Cociña

La casa lobo è Storia, è incubo, è claustrofobia. È un luogo chiuso, rifugio eppure prigione, fiaba eppure angoscia, bambino eppure maiale, fuga eppure assedio, miele eppure crimine, famiglia eppure terrore, Maria eppure tutti gli altri. La casa lobo è ricostruzione, è allegoria, è unione sperimentale di tecniche che ne esalta e ne pervade di sensi anche i limiti, i trucchi, i difetti. La casa lobo è stop motion, sono i pupazzi di cartapesta che continuano a modificarsi, distruggersi e ricostruirsi in ogni singolo fotogramma, sono gli ambienti dipinti a olio che costantemente cambiano, scorrono, mutano, gocciolano pittura anche sui protagonisti sempre più provvisori, incerti, fragili, fatti di scarti e di frattaglie. La casa lobo è un flusso continuo come l’onirico, che cerca nel suo passo uno un pianosequenza impossibile di provvisorietà, resa nella simulazione di una macchina a mano sempre pronta a muoversi su un sempre più asfissiante bilico fra realtà, immaginazione, crimini e segreti. Alla base c’è la Storia di Colonia Dignidad, fondata a metà anni ’50 da un manipolo di criminali di guerra tedeschi esuli in Cile, retta dal 1961 come una sostanziale setta dall’indiscusso leader Paul Schäfer, un’intera vita di fedeltà al nazismo dalla Gioventù hitleriana alla Wehrmacht, e legata a doppio filo con la dittatura di Augusto Pinochet di cui fu camera di tortura, deposito di armi e serbatoio di esseri umani sui quali sperimentare l’efficacia dei gas nervini. Una cittadina ufficialmente fondata sull’agricoltura e sul miele, ma in realtà un campo di prigionia segreto, spesso per prigionieri politici fatti sparire, torturati e uccisi, nel quale si era relegati per sesso ed era proibito uscire, nel quale erano interdetti calendari e orologi, nel quale le famiglie venivano separate mentre la sessualità era rigorosamente vietata e punita con severe pene corporali, nel quale si era costretti a indossare abiti bavaresi e a intonare inni tedeschi, e nel quale i neonati venivano strappati alle madri subito dopo il parto e allevati in Colonia da “zii” e “zie” in attesa che venisse il tempo perché Schäfer, molestatore e pedofilo già in Germania, li violentasse. È morto in carcere nel 2010, Paul Schäfer, dove meritava di morire, e nel frattempo la sua Colonia Dignidad ha cambiato nome in Villa Baviera, si è – per lo meno ufficialmente – ripulita, e si è aperta ai diritti umani e a quella dignità che stava solo nel nome. Ma non è mai stata abolita. Per quanto in forme differenti, Colonia Dignidad esiste ancora, e di certo non vuole fornire i video dell’ignominioso passato del quale si è macchiata. Come probabilmente, a monte, non è felice del solo fatto che se ne parli, e che l’infamia sulla quale cerca disperatamente di gettare l’oblio viaggi per gli schermi cinematografici di tutto il mondo.
Non potevano che partire dal falso found footage Cristobal León e Joaquín Cociña, videoartisti già con un discreto numero di cortometraggi alle spalle in solitaria o in coppia che, con il sorprendente La casa lobo, giunto in concorso al Future Film Festival di Bologna dopo il premio ottenuto al Forum della Berlinale 2018, esordiscono al lungometraggio. Non potevano che partire dal (falso) Beta di un (falso) documentario/spot del tempo, nel quale viene esaltata Colonia Dignidad come isola felice in cui si vive a contatto con la natura e in piena comunione, per poi introdurre un altro (falso) ritrovamento, il (falso) film del tempo, (falsamente) restaurato e riportato sugli schermi. Solo da questo momento potrà esplodere il sogno, che poi è una storia nella Storia, destinato a virare in incubo; solo da questo momento potrà partire lo stop motion, relegando il found footage (e quindi il live action) iniziale a sparute quanto significative apparizioni che faranno capolino dallo schermo televisivo. È il momento della fuga di Maria, e del suo rifugiarsi in una casa disabitata così come più o meno tutto il Cile si è chiuso in casa durante la dittatura. Una casa che però è (già) incubale, sorta di Van Gogh desaturato che si forma nelle sue (volutamente) incerte pennellate intorno a Maria per restare sospeso in una costante ridefinizione, in un costante mutamento mentre le pareti quasi prendono vita, si trasformano in altre stanze, proiettano le ombre e le immagini del lupo che, indistruttibile, rimane fuori dalla porta ad assediare la casa. È il lupo Schäfer, è il lupo Pinochet, è il lupo dittatura, è il lupo assolutismo, è il lupo tirannide. È il lupo da tenere lontano, ma è al contempo anche il lupo che affascina nella sua favella e nel suo fingersi accogliente, nel suo dissimulare gli orrori sotto la coperta di una pubblicità positiva di miele dolce e frutti succosi, e di certo nel suo sapersi riciclare una volta scoperto l’inganno. Perché Schäfer, uno su mille, è stato colpito dalla giustizia, ma chissà quanti fra coloro che lo sostenevano e condividevano con lui crimini e molestie contro prigionieri e minori sono stati pronti a rinnegarlo e a tornare prontamente a ruoli di rilievo nella politica e nella società cilena.

È quando entreranno due maialini e si trasformeranno sotto gli occhi e le cure di Maria nei suoi figli, in un processo di umanizzazione che non potrà che prevedere prima o poi anche l’egoismo e l’ingratitudine, che il sogno di libertà, normalità e famiglia dell’esule da Colonia Dignidad vira decisamente in incubo, nell’impossibilità di uscire da La casa lobo, negli incendi e nei tentativi di incusione da parte del lupo, nei ricatti morali e nelle violenze psicologiche da lui perpetrati, nella precisa allegoria storica e sociale che, quasi come i personaggi, acquisisce costantemente fisicità. Sempre più violenta, sempre più diretta, sempre più dura. La casa lobo sono volti e pennellate, vernici colate e pupazzi mai del tutto formati, tecniche che si intrecciano fra la pittura a olio e il passo uno, ed è anche esaltazione dell’imperfezione del procedimento come altra provvisorietà e altra ricerca di dignità nel lavoro che sta dietro all’animazione. Ci sono, visibili, i fili e i pezzi di scotch necessari per sorreggere il protagonista nel suo movimento per il tempo dello scatto fotografico, ci sono le ombre degli animatori, ci sono i supporti di legno intorno ai quali si dà forma alla cartapesta. Ci sono orologi che indicano in una folle corsa il minuto intercorso fra un fotogramma e l’altro, e ci sono figure che prendono vita insieme alle pareti in costante ridefinizione della casa/labirinto/spirale/carcere, alle porte della quale imperversano le iniquità e le minacce del lupo. Un lupo che è anche occhio, che spia, che controlla, che minaccia, che spaventa, che pretende di essere venerato nel clima di terrore e di completa sospensione dei più basilari diritti umani da lui stesso imposta. È a suo modo il creatore, del resto, di quel microcosmo dal quale la protagonista – elaborazione di una reale Maria Wehrle fuggita, ritrovata e consegnata fino a ora all’oblio – è in fuga, in una paradossale quanto reale e percepibile corrispondenza fra terrore e amore. «Nel nome sta la dignità di una persona», tuona sornione il lupo apparendo su una parete, mentre, all’esatto opposto di Maria i cui maialini diventano Ana e Pedro, continua a considerare gli uomini come bestie e a calpestarli nel silenzio assordante del resto del mondo. Come si faceva in Colonia Dignidad, in La casa lobo si passa continuamente dalla dolcezza dello spagnolo alla spigolosità del tedesco, mentre i personaggi verranno più volte annichiliti, trasfigurati, letteralmente dissolti e trasformati in cuscini, in complementi d’arredo, e forse anche in cibo. Da buoni personaggi di carta, si scompongono e si ricompongono, cambiano cercando una bellezza più vicina a quella ariana imposta dal nazismo d’importazione mentre la pelle più scura è un qualcosa «da curare», accettano quello stesso miele simbolo di Colonia Dignidad come dono, fra cibo e magia. E inevitabilmente, di fronte al fuoco, bruciano. Velocemente, con paura, con rimpianti, con sensi di colpa.
Perché è nelle consapevolissime ambiguità, rese ancor più urticanti dalla tecnica volutamente (e solo apparentemente) incerta, che La casa lobo raggiunge le sue vette concettuali. Maria, Ana e Pedro, perseguitati dal lupo ma protetti da quelle mura incerte della casa, diventano una famiglia, fino all’istante, un solo istante, in cui le figure diventano bambole di pezza, finalmente dotate di una forma definita e immutabile. Ma la loro unità minacciata dalla fame e dagli inganni del lupo, così come gli ambienti e i personaggi, è destinata a scorrere, a cambiare, a dissolversi, a sparire. Fino all’inevitabile ritorno alla cartapesta da formare e costantemente dipingere, a Maria legata sul letto, alla chiusura al lupo che diventerà drammatica preghiera per essere riaccolta, perché altrimenti i suoi stessi figli, quindi la sua stessa immaginazione, il suo stesso sogno (incubale) di libertà e normalità finirà per fagocitarla. È la sconfitta definitiva, è la rinuncia alla lotta, è il ritorno alle atrocità. Perché il lupo è sempre stato dentro di lei, le è penetrato sotto pelle nei lavaggi del cervello, nella paura, nell’impossibilità di fuggire, chiamando la sottomissione e la rinuncia alla propria dignità «altruismo», e finendo così per prendersi sempre la ragione, per vincere, per violentare anche psicologicamente, per continuare a perpetrare il suo male. La casa lobo scorre così, nel suo intreccio di tecniche, nella sua continua stratificazione metaforica e allegorica, nella claustrofobia soffocante che riesce a creare, e in cui riesce a immergere il pubblico. C’è la Storia, c’è la microstoria, c’è una messa in scena in stop motion che nel suo continuo cambio di quadro mette in ridiscussione il senso stesso della stop motion, ci sono le pennellate necessariamente (im)precise che trasformano la casa da protezione a tunnel degli orrori, c’è la necessità di ricostruire attraverso la finzione e i falsi ritrovamenti una realtà ignominiosa, scoperta e punita ma se possibile negata, tenuta nascosta, insabbiata. E soprattutto c’è quel senso continuo e atroce di provvisorietà, di soffocamento in un onirico che non potrà che procedere verso la sconfitta, l’annichilimento e l’amarezza. Segno di una direzione autoriale ben chiara, acuta, già matura, profondamente stratificata. È raro imbattersi in un esordio del genere, così forte, così intelligentemente duro e dolente, così profondamente politico, tecnico, meditato, cosciente, razionale nella sua messa in scena dell’irrazionale. Non si può fare altro che tenerselo il più possibile stretto, sperando che a Cristobal León e Joaquín Cociña vengano dati sempre più fiducia, sempre più spazio, sempre più visibiltà. Semplicemente ciò che meritano.

Marco Romagna

“La casa lobo” (2018)
75 min | Animation, Drama, Horror | Chile / Germany
Regista Joaquín Cociña, Cristóbal León
Sceneggiatori Joaquín Cociña, Cristóbal León, Alejandra Moffat
Attori principali Amalia Kassai, Rainer Krause
IMDb Rating 7.8

Articoli correlati

U - JULY 22 (2018), di Erik Poppe di Marco Romagna
AFRIQUE. LA PENSÉE EN MOUVEMENT – PART 1 (2017), di Jean-Pierre Bekolo di Erik Negro
TARDE PARA MORIR JOVEN (TOO LATE TO DIE YOUNG) (2018), di Dominga Sotomayor di Nicola Settis
TRANSIT (2018), di Christian Petzold di Marco Romagna
INFINITE FOOTBALL (2018), di Corneliu Porumboiu di Marco Romagna
MUSEO (2018), di Alonso Ruizpalacios di Marco Romagna