16 Giugno 2018 -

WINDOW HORSES: THE POETIC PERSIAN EPIPHANY OF ROSIE MING (2016)
di Anne Marie Fleming

Ha in un certo senso già tutto nel suo titolo Window horses: the poetic persian epiphany of Rosie Ming, vincitore dell’ultimo Future Film Festival “per la ricchezza emotiva raccontata con un segno grafico ricercato e sintetico che accompagna un viaggio di scoperta e di crescita inaspettato1”. Se nel sottotitolo è infatti semplice rintracciare la direzione narrativa e concettuale del film, vera e propria “epifania poetica” animata con cui la stilizzata protagonista maturerà scoprendo se stessa, le proprie radici e il senso stesso della poesia come sublimazione della propria interiorità, e sono al contempo già ben chiari i riferimenti al carattere multiculturale della canadese Rosie, pronta a intrecciare l’antichissima cultura (poetica) cinese del cognome Ming con l’altrettanto antica cultura (poetica) persiana che la inviterà a un Festival in quell’Iran di cui – si scoprirà ben presto – era originario il padre, è proprio nel titolo principale, Window horses, che si annida tutta la complessità dell’ambizioso e sorprendente lavoro di Anne Marie Fleming. Un po’ per le finestre, Window, che si aprono fra le generazioni e fra una cultura e l’altra passeggiando sui ponti tesi dalla poesia che è musicalità, sentimento e comunicazione, e quindi linguaggio ben al di là della lingua in cui è scritta, ma soprattutto per i cavalli, horses, già dall’etimologia cinese fondamentale simbologia del riscoprire la propria interiorità attraverso l’approfondimento e la ridiscussione. È un cavallo che fa capolino dalla finestra sui prati canadesi la prima immagine del film, sarà un affettuoso cavallo selvatico a sancire la natura (anche) persiana di Rosie, è un cavallo sacro la base di partenza metaforica dalla quale cercare la propria interiorità nella poesia del cinese Di Di mai più rientrato in patria dopo il Massacro di Pechino, e dallo stesso cavallo partirà la nuova e finalmente consapevole vena poetica della giovane protagonista. Tutti cavalli, i Window horses, presi direttamente dal logogramma mandarino 馬 che si pronuncia “mah” e che non vuole dire solo cavallo, ma anche madre, e che fra i suoi molteplici utilizzi può trasformare una frase affermativa in interrogativa. Allo stesso modo la giovane Rosie Ming ha bisogno di trasformare le sue certezze in domande, ha bisogno di ridiscutere le sue convinzioni sulla propria cultura e sulla propria famiglia, ha bisogno di trovare una storia alternativa e con questa riscoprire memoria, padre (non) in fuga (ma tenuto lontano da lei dall’ingiusta prigione e dall’iperprotettività dei nonni) e senso della propria identità. Ha bisogno di stimolare la propria curiosità Rosie, ha bisogno di aprirsi, e in tutto questo ha bisogno di comprendere come la poesia sia allegoria, emozione e sublimazione della propria anima destinata a diventare “verità” e memoria, e non (più) un semplice gioco con le parole fine a se stesso e alla musicalità, o al massimo a una francofilia – di chi in Francia non è mai stata – ereditata dalla nonna.

Rosie, come nelle varie sfaccettature di , termine multiforme nei suoi differenti significati, ha bisogno di cavalcare le complessità e le ambiguità fino a giungere a ogni possibile significato della propria vita, fino a esplorare ogni anfratto e interstizio delle varie culture che incarna, fino a vivere, più ancora che tradurre, ogni passaggio di lingua dal cinese all’inglese passando per il farsi. Attraverso incontri e scontri, attraverso sogni e delusioni, attraverso rivelazioni e confessioni telefoniche, fino a trovare finalmente la propria poesia. Non più quella fanciullesca di fiori, Jacques Cousteau e musica composta alla chitarra, ma quella finalmente intima, matura, densa, accorata, emozionante, personale, vera, pulsante, che esce direttamente dal cuore di chi la scrive e la declama – «Ho visto il volto di mio padre allo specchio». Perché la poesia, come più in generale l’arte e la parola, è una vera e propria arma, è un modo per mettere in comunicazione tempi e luoghi differenti, è un modo per trovare una via espressiva sempre nuova e sempre potente, in grado di parlare direttamente all’anima al di là di ogni muro culturale, storico, politico o sociale. Anche accentuando, e accettando, le differenze, come nel caso di Window horses, sorta di mosaico di vie espressive, di tecniche, di differenti animazioni affidate a dieci (sedici contando gli addizionali) differenti animatori, perché ogni poesia, ogni (micro)storia e ogni spicchio di cultura meritano un diverso tratto grafico e una diversa colorazione, dal carboncino all’olio, dall’essenzialità del contorno bianco su fondo nero ai pigmenti saturi eppure fumosi dei giardini e dei mosaici da Mille e una notte, dall’animazione computerizzata in 3D dei bassorilievi più gonfi e fisici al tratto quasi sfuggente della stilizzazione dell’uomo di fronte ai carri armati in piazza Tienanmen, dai vasi tratteggiati come le stelle di gesso a un Saddam Hussein in videocassetta che emerge da uno schermo televisivo, dalle citazioni esplicite di René Magritte ai viraggi all’azzurro, dalle scie colorate nelle quali inebriarsi e letteralmente volare alle chiusure a iride come un occhio di bue sul palcoscenico. A legare i continui e intelligenti cambi di matita, il coming of age poetico, artistico e umano del filone narrativo principale, affidato a un character design splendidamente stilizzato e che ricorda un po’ lo stile di Don Hertzfeldt (It’s such a beautiful day e ancor di più i per ora due World of tomorrow), secondo il quale la giovane protagonista è in sostanza la figura umana secondo un bambino, e gli altri personaggi paiono spesso caricature dei doppiatori originali, che nulla fanno per nascondere l’accento del proprio paese d’origine e che caricano di tutto il trasporto emotivo (in molti casi, a partire da Jun Zhu voce di Di Di, in larga parte autobiografico) ogni singolo componimento. Anne Marie Fleming ha tenuto le redini di un sostanziale lavoro collettivo, stratificato nelle tematiche quanto acuto negli assunti, profondamente poetico e politico nella sua ricerca umana e panculturale che mai dimentica il più profondo rispetto per il senso di appartenenza a ogni idioma e a ogni singola cultura, attento all’oralità come alla sua storicizzazione nella scrittura, e non certo in ultimo profondamente consapevole nel suo ondeggiare fra differenti tradizioni e differenti tecniche grafiche e di animazione.

È quello di Rosie il punto di vista di Window horses: the poetic persian epiphany of Rosie Ming. Sono sue le emozioni contrastate, è suo il non capire ma farsi comunque trasportare dalla poesia in mandarino del sofferente esiliato, ed è sua la convinzione di essere stata abbandonata che, un incontro e una rivelazione dopo l’altra, diventerà amore paterno e rabbia nei confronti dei nonni che sì le hanno mentito, ma l’hanno fatto per proteggerla dopo aver già perso una figlia. È suo il rendersi conto che “l’abbandono” subìto a 7 anni nient’altro era che l’arresto di un “disertore” che aveva rifiutato di combattere contro l’Iraq e che undici anni dopo era rientrato a Teheran conscio dei rischi per accorrere al capezzale della madre, ed è sua la consapevolezza che la vera codardia è quella di chi è rimasto a combattere perché incapace di vedere come ogni uomo sia uguale, mentre la poesia e il lume della (multi)cultura insegnano al contrario l’umanità e il rispetto reciproco. È suo il respiro mozzato di fronte all’intera tavolata di fotografie che la ritraggono bambina a prova dell’amore disperato di un padre senza più passaporto le cui lettere vengono puntualmente rimandate al mittente, è suo il capire il valore affettivo inestimabile dell’orologio che porta al polso, è suo il convincersi di non essere arrivata in tempo in ospedale, ed è sua la gioia quando si rende conto che l’assenza è dovuta a guarigione e dimissioni. Così come è sua la preoccupazione quando non lo trova nemmeno in casa, ed è suo il rendersi conto che nel pubblico, di fronte alla sua recita finale e finalmente consapevole, c’è proprio quel padre finalmente ritrovato. Fra cavalli e cani, fra rapporti che si evolvono e duetti poetici multilingua, fra piloti e cugini, fra poeti e soldati, fra studenti e ambasciatrici culturali, fra direttori di festival e madri assenti ma finalmente per un motivo, fra (non) freddi colleghi tedeschi e amiche (probabilmente immaginarie) che non stanno mai zitte, fra ricostruzioni di microstorie (anti)belliche e amorose, ma non prima di aver invocato la protezione del grande poeta persiano del 1300 Hafez, Window horses viaggia nelle più alte, antiche e radicate culture, nelle tradizioni, nella Storia e nella poesia – quella persiana, quella cinese, quella francese (preferibilmente di Rimbaud), quella nord-americana, quella multiculturale di Rosie – rinunciando a ogni possibile stereotipo e ragionando in maniera complessa e compiuta sul perdono, sulla capacità di riconsiderare le certezze, sulla riconciliazione, sulla pace e sulla guerra, sui sentimenti e sulla famiglia, sull’identità e sull’immaginazione, sul burqua inutile quando è sufficiente un foulard, e soprattutto sul trovare finalmente la propria voce e la propria poetica, la propria interiorità e il proprio ardore. Perché la poesia è ciò che fa innamorare, è ciò che trasporta, è ciò che sopravviverà a ogni menzogna, a ogni forzatura, a ogni cambio, a ogni egoismo. È musica al di là di ogni comprensione, è traduzione che significa amore e nuova vita, è cristallizzazione del proprio animo, è unica possibile via verso la sincerità più pura, e quindi verso l’unica verità. Quella del cuore dilaniato e poi felice.

Marco Romagna

1 Motivazione della giuria composta da Giorgio Tonelli, Luca Genovese e Filippo Porcelli per l’assegnazione del Platinum Grand Prize 2018, massimo premio del Future Film Festival di Bologna.
“Window Horses: The Poetic Persian Epiphany of Rosie Ming” (2016)
85 min | Animation | Canada
Regista Ann Marie Fleming
Sceneggiatori Ann Marie Fleming (screenplay)
Attori principali Ellen Page, Shohreh Aghdashloo, Sandra Oh, Navid Negahban
IMDb Rating 6.8

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