1 Agosto 2018 - e

71° Locarno Festival_1-11 Agosto 2018_Presentazione

È stato un fulmine a ciel sereno: l’edizione 2018 del Festival di Locarno, che inaugura oggi il suo settantunesimo appuntamento annuale, sarà l’ultima sotto la guida di Carlo Chatrian. Per il direttore valdostano, nominato con inaspettata scelta di altissimo profilo in sostituzione del decano Dieter Kosslick, dal 2020 si apriranno le porte della Berlinale, mentre nel Canton Ticino, inesorabili, da subito dopo l’annuncio a sorpresa della kermesse teutonica hanno iniziato a rincorrersi le voci più disparate su quella che, già dall’anno prossimo, sarà la nuova direzione. Ma si tratta, appunto, solo di voci, di rumors attualmente privi di qualsivoglia conferma, di ipotesi che dicono tutto e il contrario di tutto, dalla possibilità di un gruppo totalmente nuovo con competenze ed esperienza festivaliera pregressa a quella di un sostanziale rimpasto dietro a un nuovo frontman che preveda la conferma di buona parte dello staff attuale e dei sentieri cinematografici, critici e di ricerca intrapresi e perseguiti ormai da diversi anni. La verità è che non si sa ancora quale sarà il futuro del Festival di Locarno, non si sa ancora quale sarà la direzione su cui si poserà nei prossimi anni il suo sguardo, non si sa ancora quali saranno i prossimi criteri di selezione, e non si sa ancora quali saranno le sue politiche culturali e geografiche per le edizioni a venire. Quello che si sa è che c’è un comitato al lavoro, chiamato a vagliare candidature, a muoversi in ogni direzione possibile, a studiare quale sarà il modo migliore per (ri)creare gli equilibri inevitabilmente spostati dalla notizia di Chatrian impegnato a fare ulteriormente crescere Berlino. E che Locarno è sempre stato e sarà sempre Locarno, il Festival degli sguardi e dei linguaggi, il Festival legato a doppio filo con la città che lo ospita e in cui tutto, dai cordini degli accrediti alle tende da sole passando per le sedie e per ogni fregio, è orgogliosamente leopardato. È il Festival dei quasi 400 metri quadri del colossale schermo montato nella magnifica Piazza Grande, è il Festival dall’ambiente rilassato e così lontano dalle blindature che stanno sotto i riflettori di Cannes, Venezia e, meno, Berlino, ed è il Festival in cui, straordinaria novità di quest’anno, il Press Lounge è sponsorizzato dallo champagne Mumm, con bottiglie di Cordon Rouge ghiacciato gentilmente offerte agli assetati sofferenti per l’asfissiante ondata di calura umida, mai così lontana dagli stereotipi della Svizzera fresca e montana, che in questi giorni tragicamente senza pioggia sta avvinghiando la cittadina ticinese. A Locarno si incontrano i registi in fila per gli altri film o per un gelato, si può dialogare, ci si può trovare e confrontare, si può diventare amici. Anche in quello che, improvvisamente e non solo per il caldo forsennato, da anno “normale” è diventato un ultimo anno, quello del commiato prima del passaggio di testimone, e quindi di inevitabile transizione.

Locarno 71 chiude un decennio e ne apre un altro, mai tralasciando, almeno si spera, lo spirito e l’identità che la kermesse locarnese ha perseguito in buona parte dei suoi settant’anni di storia. Con un’edizione, volutamente in un certo senso, con poche certezze e con molti film da scoprire. Se l’approccio con la Piazza Grande appare oramai nettamente dedicato al pubblico e all’intrattenimento (se escludiamo la splendida presenza di uno dei Lino Brocka più conosciuti), il suo contraltare serale Signs of Life – che poi è il cuore della funzione/missione di Locarno: scoprire e valorizzare talenti e linguaggi – contiene nomi variegati e importanti come Keltek, Green, Jodie Mack e soprattutto Julio Bressane. E se nel Concorso Internazionale i nomi più forti (forse, va detto, sulla carta un po’ meno forti rispetto alle passate edizioni Chatrian) sono Radu Muntean, Alberto Fasulo, le quattordici ore di Marianno Llinàs e il grande ritorno, dopo il Pardo con Right now, wrong then, di Hong Sang-soo, dalle pieghe di un programma come di consueto straordinariamente ampio e cinefilo emergono tutte le possibili giovani speranze di Cineasti del Presente, i Fuori Concorso con Silvano Agosti che torna a mezzo secolo sul ’68, gli omaggi a Pierre Rissient, Claude Lanzmann e i fratelli Taviani, senza dimenticare i premi d’onore, su tutti Bruno Dumont ed Ethan Hawke. Inoltre sarà l’ultimo anno del focus di Open Doors sul Sud dell’Asia, e continueranno come sempre a trovare il proprio spazio i documentari della Semaine de la Critique e le molte sezioni di cortometraggi. Infine la Retrospettiva, ovvero ciò che da anni rappresenta non solo un fiore all’occhiello, ma uno dei sensi più profondi del Festival, riguardante Leo McCarey. Genio della commedia e virtuoso del melodramma, eccentrico e allo stesso tempo misterioso nella sua complessità. Un finissimo, e mai troppo considerato, ricercatore della bizzarria di un’umanità in evoluzione, come il suo stesso cinema in bilico tra la libertà del muto e la struttura del sonoro. Straordinario, come al solito, il lavoro di Roberto Turigliatto e degli altri curatori, nel tentativo di ricreare l’esperienza più completa possibile del McCarey autore attraverso tutti i lungometraggi, la quasi totalità dei corti d’epoca Hal Roach, i due lavori televisivi e molti percorsi tangenti (ad esempio il film di Tod Browning che McCarey assisteva, comprendendone la radicalità d’esser autore). Insomma un tassello che si aggiunge al grande lavoro locarnese degli ultimi anni, almeno su questo frangente, ovvero quello di destrutturare l’etichetta di “cinema classico hollywoodiano” e ricreare così un nuovo processo critico e culturale, che parta dal passato per delineare ancora una volta il futuro. Del pensiero, del cinema, del Festival più bello del mondo, quale che sarà il prosieguo suo percorso. Dopo i dodici giorni di questa nuova edizione tutta da godere non ci sarà più Carlo Chatrian, ma rimarrà il Pardo. Ed è questo ciò che conta.

Marco Romagna, Erik Negro

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