29 Agosto 2018 -

75ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica_29.08-08.09.2018_Presentazione

Il cordino per gli accrediti quest’anno è bianco, ma l’attracco al Lido dei vaporetti è sempre quello, e sempre gli stessi sono i palazzi del Cinema e del Casinò, con la Sala Darsena ad abbracciarli alle spalle con la sua forma a mezzaluna e il cubo rosso della Sala Giardino che fa sembrare un ricordo sempre più remoto il famigerato “buco” e tutte le non certo luminosissime metafore che ha incarnato per troppe edizioni consecutive. Quello che è cambiato negli ultimi anni, superando qualche difficoltà e con la complicità del quasi suicidio o per lo meno ridimensionamento di fatto di una Cannes che guarda sempre più da lontano, è la ritrovata centralità della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Una centralità che passa non solo dall’ottimo e capillare lavoro svolto negli ultimi anni sul cinema statunitense, che nel nuovo assetto degli equilibri “politici” e festivalieri tende ormai a preferire il Lido alla Croisette se non altro per la vicinanza molto maggiore alla notte degli Oscar, ma anche e soprattutto da quello che, per lo meno sulla carta, parrebbe essere un ritorno a quella ricerca che negli anni post-Müller aveva finito per essere lasciata indietro dalle selezioni ufficiali, relegata agli spazi indipendenti della Settimana Internazionale della Critica e di Giornate degli Autori. Basterebbe un nome, quello di Yervant Gianikian, che mai più ci si sarebbe aspettati di vedere al Lido e che invece senza la telefonata di Alberto Barbera probabilmente non avrebbe mai portato a termine il suo film in memoria della compagna di vita e di cinema Angela Ricci Lucchi. Così come basterebbe dare un’occhio alla – parrebbe – ritrovata sezione Orizzonti, che dopo troppi anni in sordina torna a presentarsi con la faretra carica di frecce fra Garin Nugroho, Emir Baigazin ed esordi assortiti da (quasi) ogni parte del mondo. Oppure basterebbe dare uno sguardo al fuori concorso, fra un doppio Gitai e Zhang Yimou, fra Loznitsa e Tsai Ming-liang, fra Solnicki ed Errol Morris, fra Frederick Wiseman e Craig Zahler, con in mezzo Saverio Costanzo proiezione speciale come assaggio della serie su cui sta lavorando, Amir Naderi perla della neonata sezione Sconfini, il ritorno alla corta distanza di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti e, complice la completa apertura a Netflix opposta alla chiusura di Cannes, l’attesissima prima mondiale di The other side of the wind, film incompiuto di Orson Welles finalmemente portato a termine da Peter Bogdanovich a sua volta presente anche con un documentario su Buster Keaton. Senza dimenticare, al di fuori delle selezioni ufficiali, le opere prime della SIC che continua per il terzo anno il suo lavoro sotto l’egida di Giona Nazzaro, e un’annata che si preannuncia particolarmente brillante della solitamente altalenante Giornate degli Autori, con Rithy Panh e Alexander Kluge a dividere lo schermo della Sala Perla con Haifaa Al-Mansour, Mila Turajilic e l’ultimo Benedikt Erlingsson, già presentato a Cannes, a competere per il premio Lux.

Certo, se lo sguardo di Venezia dimostra, con qualche autore probabilmente “soffiato” a Locarno, con un’attenzione sempre maggiore nei confronti della realtà virtuale e con, fra le pieghe del programma, una quantità di film “da vedere” nettamente superiore alla media e alle altre kermesse, di essersi finalmente allargato verso terreni meno battuti nella composizione delle sezioni laterali, lo stesso non si può dire per il concorso principale, che sui ventuno film in competizione presenta, comprese le co-produzioni, ben dieci titoli marchiati Stati Uniti d’America. Troppi, con ogni probabilità, in quella che sin dal nome dovrebbe essere una “Mostra Internazionale”, e che invece concentra la stragrande maggioranza dell’attenzione e della visibilità sul cinema occidentale dimenticando del tutto l’Africa e diradando sempre più i film provenienti da Asia, Oceania e SudAmerica, con il solo Shinya Tsukamoto, forse il titolo più atteso del concorso insieme a quelli di Olivier Assayas e Laszlo Nemes, a rappresentare il Giappone, e Jennifer Kent, unica donna in corso per il Leone d’Oro (molto al di là delle sterili polemiche sollevate da Hollywood Reporter, come se fosse un miglior servizio alla pur giusta causa la scelta “metooistica” di Cannes e Berlino di mandare al macello ed esporre al pubblico ludibrio film insufficienti solo perché a firma femminile, e come se il problema della effettiva non-parità dei sessi all’interno della produzione cinematografica fosse dei Festival e non delle produzioni) a portare la bandiera dell’Australia. Accanto a loro, a cercare di convincere la giuria capitanata da Guillermo Del Toro, gli italiani Roberto Minervini, Mario Martone e Luca Guadagnino con la sua (davvero necessaria?) versione di Suspiria, e poi un andamento forse ondivago ma non certo privo di spunti di interesse fra i fratelli Coen, Alfonzo Cuaròn che torna a dirigere un film totalmente messicano, Rick Alverson, Carlos Reygadas, Mike Leigh, Julian Schnabel, Jacques Audiard e, sulla carta insopportabile già dalla locandina, il sempre pessimo Yorgos Lanthimos, portabandiera di quel cinema autoreferenziale, sadico, inumano, crudele e inutilmente provocatorio che è la new wave greca. Ma, come sempre, sarà solo il buio della sala a rispondere agli interrogativi delle attese più o meno febbrili, a disvelare talenti, a regalare piacevoli sorprese o magari, come spesso accade, a sbattere in faccia le delusioni. Saranno dodici giorni consacrati alla settima arte, dodici giorni di viaggi, di storie, di messaggi, di scelte degli autori, di significanti e di significati. Saranno dodici giorni di corse fra una sala e l’altra, di levatacce mattutine per adeguarsi alla pessima idea di anticipare buona parte delle classiche proiezioni delle 9 alle 8 e mezza del mattino, di indecisioni amletiche di fronte al programma, di caffè bollenti trangugiati in pochi secondi, di spritz ghiacciati con cui stemperarli e di panini, sempre quelli e sempre storici del Pecador, che fra un Briez Taylor, un Al Panino e un George Crudey è sempre uno dei motivi di maggiore affezione nei confronti di Venezia e del suo Festival. Le luci si spengano, parta la nuova sigla che giunge a sostituire lo scempio dello scorso anno, abbia inizio Venezia75. Che sia un’esperienza formativa. Per tutti.

Marco Romagna

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