«Che giuro ogni mattina di fare grandi cose
ma quando vien la sera che ho fatto? Niente, niente».Piero Ciampi, Conphiteor
«Papà, ma se questo film è ispirato alla realtà perché stai guidando? Tu non hai la patente» ricorda il giovanissimo Antonio Angius al padre attore e regista Bonifacio, prima che lo scorrere in bianco e nero dei paesaggi passi improvvisamente al colore rivelando definitivamente il green screen e la meta-finzione. Del resto, per quanto personalissimo ed espressamente autobiografico, dichiaratamente terapeutico nell’affrontare affetti, irrisolti e fantasmi di un’intera esistenza, Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la Rivoluzione non vuole essere la storia dell’autore sassarese e della sua famiglia, ma una proiezione dei suoi ricordi nel sogno cinematografico, nel mondo delle idee, nell’immaginazione con cui liberamente rielaborare la realtà per giungere a un vero se possibile ancora più assoluto e profondo, simbolico, recondito, purissimo, in cui non conta l’assoluta aderenza ai fatti ma quello che le loro conseguenze rappresentano in un’esistenza, e in cui ciò che si è sognato può tranquillamente essere equivalente a ciò che si è vissuto. Al punto che, un po’ come il protagonista del sorrentiniano È stata la mano di Dio non era Paolo ma Fabietto, non è Bonifacio il protagonista di Confiteor ma Gianmaria, che da adulto è lo stesso Angius e che invece da ragazzino è suo figlio mentre Angius diventa il proprio padre che del nipote porta lo stesso nome, in un continuo cortocircuito fra la realtà e tutti gli strati di finzione e di tempo necessari per rappresentarla e forse finalmente metabolizzarla. Fra il film sulla propria vita e il fare un film sulla propria vita, fra i dilemmi di un autore di fronte a una ferita ancora aperta e l’utilizzo del cinema come unica possibile medicina in grado di curarla, fra i provini in cui trovare l’ultima attrice per il ruolo più doloroso e una fumata di crack sul tavolo di cucina o magari artisticamente bloccati in sala montaggio. Un film su un padre amato, odiato, sofferto e perduto, e al contempo sull’essere padre di un figlio, sulle dinamiche manipolatorie di un amore velenoso e sulla spirale autodistruttiva e tossicodipendente di una conseguente depressione, e nel frattempo inevitabilmente un film magnificamente teorico sul cinema e sul suo senso, sulla sua centralità, sul suo possibile meta-intrecciarsi in un prisma di istanti e di immagini che si inseguono modulari e inalienabili in ogni battito di palpebre. Un cinema da amare da spettatori in sala, un cinema da omaggiare da attore e regista nel teatro di posa, un cinema da scardinare nella forma e soprattutto un cinema da portare a termine a ogni costo, se necessario anche riprendendosi dalle crisi, anche affrontando di petto il dolore, anche risvegliandosi dalla morte. Un cinema che imita e finge una realtà alternativa per trovare la verità in un mondo di bugie, un cinema che parla direttamente all’inconscio e che «può farti una sorpresa dopo anni», un cinema come universo parallelo in cui entrare per «rimanere al riparo» dall’esterno. Un cinema come terapia, come assoluta sincerità, come commozione, come catarsi. Come estremo e definitivo atto d’amore, perché «ci vuole sempre amore per raccontare una storia, e per raccontarla ancora meglio lo devi aver perduto».
È per questo che per Bonifacio Angius, che si conferma autore fra i più interessanti e talentuosi della contemporaneità italiana con un altro lavoro semplicemente magnifico, Confiteor «è e sarà il film più importante di tutta la mia vita», come apertamente dichiarato nelle note di regia in occasione della prima mondiale del film nelle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori annesse all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un film autoprodotto e indipendentissimo con cui, fra i toni brillanti della commedia sarcastica e quelli malinconici di ciò che è rimasto non detto o che a pensarci ancora fa troppo male, partire dal titolo e dal testo di una canzone di Piero Ciampi maggiormente nota nella versione cantata da Nada, o forse direttamente dalla confessione latina dei propri peccati in pensieri, parole, opere e omissioni, per aprire definitivamente se stesso e il proprio libro dei ricordi per affrontarli con una sincerità assoluta, fra la casa d’infanzia con tutti i sottoinsiemi della grande famiglia sogno del nonno e l’incidente automobilistico del padre che cambiò per sempre la vita di tutti quanti, fra una madre assente e il propagarsi per le generazioni di un matrimonio fallito, fra uno zio ripugnante e la sua prole violenta e prepotente, fra un figlio come migliore cosa mai fatta nella propria vita e una nuova donna narcisista e manipolatrice da cui farsela (consapevolmente) rovinare e quasi distruggere, cercando di odiarla al punto da non riuscire più nemmeno a nominarne il nome vero preferendo chiamarla Miao Miao ma in realtà continuando ad amarla nell’impossibilità assoluta di togliersela dalla testa, dall’immaginario, dal cinema. Le ennesime ambiguità – lui, lei, il padre – incarnate e messe in scena da un autore mai e poi mai giudicante, ma da sempre alla ricerca delle antinomie dell’anima, dell’inevitabile convivere fra virtù e peccato, della profondissima umanità che si cela dietro all’apparente cinismo e all’autodistruzione. Questa volta in un film elegantissimo per regia, cura fotografica e montaggio delle attrazioni, in cui nulla è mera cronaca dei fatti e nulla è realmente bugia, ma tutto è allegoria, ri-narrazione, intuizione poetica con tanto di scrittore da andare a trovare per ritrovarsi quasi involontariamente a controbattere al suo nichilismo con la purezza dei sentimenti. Nell’inevitabile contraddittorietà di ogni rapporto umano e affettivo, fatto di momenti diseguali e di sogni di fuggire che si intersecano al legame imprescindibile con la Sardegna, non-geografia mentale interna che è in realtà somma dei mille luoghi di una vita in cui Bonifacio Angius esplora la propria memoria per rimettere in scena le genesi delle proprie cicatrici, e cercare di liberarsi dei propri fantasmi più profondi, dalle assenze con cui ancora deve fare i conti, delle dipendenze depresse non a caso già al centro del precedente I Giganti. Solo attraverso il (meta)cinema è possibile uscirne, fra dialoghi, situazioni, ironia sorniona e le voci fuori campo che legano insieme analessi e prolessi, verità e finzioni, livelli apparentemente infiniti di passato e futuro che continuano a rincorrersi, come a voler intrappolare nelle immagini i dolori e le ossessioni per renderli visibili, affrontabili, battibili. Commossi. Con i padri che ritornano figli e con i figli che incarnano e fanno rivivere i padri, con le locandine dei precedenti lavori di Angius e con i baffi posticci con cui (ri)cambiare identità e tornare se stesso, con le botte che dopo tanti anni ancora fanno male e con quella porta chiusa in faccia proprio nel momento di massima fragilità. Con il bianco e nero che si alterna al colore così come i capitoli si intrecciano in una storia non lineare, e con un’involontaria e chapliniana disobbedienza sul set che sembra quasi un invito all’emancipazione, alla costruzione di un futuro proprio e unico, a un nuovo e ulteriore orizzonte di speranza in cui non smettere mai di raccontare con amore una storia d’amore, e sublimare così ogni sofferenza nella bellezza e nella magia del cinema. Che magari non basterà per arrivare a fare proprio la Rivoluzione, ma sul quale si possono ancora dire tante cose bellissime.
Marco Romagna
