7 Settembre 2026 -

15/18 – A PLACE TO HEAL (2026)
di Cédric Kahn

Il titolo originale francese (15/18) e il titolo internazionale in inglese (A place to heal) del nuovo film di Cédric Kahn, in concorso alla 83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sono due modi diversi di definire il medesimo luogo, ‘set & setting’ della maggior parte dell’opera. Il titolo francese è fattuale: 15-18 è la gamma d’età dei pazienti del reparto psichiatrico per l’adolescenza in un ospedale pubblico francese. Il titolo internazionale è speranzoso, e invoca una guarigione ideale. Insomma, per rendere più appetibile e diretto il film per un pubblico internazionale è stato scelto un titolo quasi accomodante, che implica una fiducia nell’istituzione che si ritrova in cura i più giovani, coi loro problemi psicologici e neo-problemi sociali. Questa fiducia verso il reparto medico non è una cosa visibile strettamente nel film di Kahn… che tuttavia non sceglie neanche la strada dell’orrore, della sfiducia assoluta, del nichilismo anti-sociale. Ma andiamo con ordine.
Come accade spesso nelle sceneggiature più tradizionali, all’inizio del film di Cédric Kahn entriamo nel reparto 15/18 insieme a due personaggi – il nostro arrivo da spettatore coincide con l’arrivo degli attori sul palcoscenico. I due personaggi sono messi al contempo a paragone e in opposizione, perché arrivano nei due lati diversi della barricata immaginaria, ovvero i pazienti e il personale ospedaliero. Lucia (interpretata da Malou Khebizi, edit: premiata col Mastroianni alla migliore interpretazione emergente) è la 17enne di ritorno all’ospedale dopo una breve assenza, che appena entrata scherza con le infermiere ma è una vipera appena si osa criticare le sue scelte in fatto di sesso. Jules è invece un giovane psichiatra appena arrivato nel reparto adolescenti dopo esperienze troppo deprimenti nel reparto adulti. Quando ammette ai suoi nuovi colleghi che è stata proprio la pesantezza degli adulti a convincerlo ad andare a lavorare coi ragazzi, loro ridono. Quando pochi secondi dopo una ragazza bussa all’uscio dell’ufficio e chiede dei farmaci per distogliere la sua mente dal suicidio, loro di nuovo ridono, dicono di non avere niente e le sbattono la porta in faccia. Che ci sentiamo più vicini a Jules (che tenta di essere adulto aiutando gli altri) o più vicini a Lucia (che non riesce a diventare adulta perché non sa come aiutarsi) e agli altri teenager, ci troviamo mediante loro a conoscere una coralità di personaggi che corrispondono a emblemi di problemi inevitabilmente strutturali. Raro è tuttavia l’effetto didascalico; certo, parte delle finalità del film coincidono con un desiderio di esplorazione, divulgazione e informazione, ma queste non vengono mai adoperate col moralismo di chi vuole insegnare qualcosa, e sempre con la curiosità quasi documentaria di chi vuole conoscere emotivamente un mondo prima di giudicarlo. Kahn e la sceneggiatrice Kahina Le Querrec del resto hanno studiato questi luoghi prima di raccontarli, hanno ascoltato le chiacchiere, hanno conosciuto a tutto tondo le situazioni emotive e psicologiche di pazienti e non solo. Uno studio antropologico che diventa un film di finzione, di cui è protagonista una coralità. A volte la protagonista è Lucia, a volte la recidiva Eloise (Zoé Monpart), ma il più delle volte si è immersi nella realtà del quotidiano, a confronto coi piccoli problemi di tutti. Kahn stesso figura anche nel cast, nel ruolo di Etienne, lo psichiatra capo reparto, che tra i giovani è il più discusso e controverso, quello che aiuta di più alcuni e di meno altri – quelli più sani, che non dovrebbero essere lì, e che se ci rimangono è per il tragico disinteresse dei genitori. Autoposizionandosi in questo ruolo, anche il ruolo ambiguo dell’osservatore 15/18 non esprime né espone affatto l’idea che il reparto psichiatrico sia ‘un luogo per guarire’ – è semmai un meno appetibile ‘luogo in cui sperare la guarigione’, dati i limiti umani e scientifici dell’approccio dell’ospedale pubblico, in cui ogni disturbo è trattato egualmente senza rispetto verso le diversità dei contesti sociali di provenienza. È sempre, come nelle carceri, una lotta tra il mondo fuori e il mondo dentro. Una delle tesi del film sembra quasi essere che i giovani sono più bravi a salvarsi a vicenda che a farsi salvare dagli adulti… il senso di comunità che si crea tra questi “diversi” è un collante così forte che tutti i tentativi di aiuto dell’ospedale, siano essi genuine ricerche di aiuto con mezzi efficaci o consigli paternalistici che non vengono ascoltati, appaiano naturalmente come catene da spezzare per abbracciare tutti assieme una nuova (presunta) normalità ribelle, e andare avanti.

Tagli sulle braccia, bernoccoli in fronte, ninfomania e predisposizione al nonsense, sangue e psicofarmaci, sudori e tradimenti. Il reparto 15/18 contiene in sé ogni cosa, e Kahn sceglie col suo direttore della fotografia Patrick Ghiringhelli un approccio nel contempo naturalistico/documentario nel traballio improvvisato della camera, e stilizzato nell’esposizione artefatta della luce diurna. Movimenti di macchina che in apparenza sono catturati da una “mosca-sul-muro” (alla Fred Wiseman) si rivelano man mano essere costruiti con una sapiente precisione drammaturgica. L’alternanza dei registri porta a una sensazione di ‘verità nella finzione’, il cui profondo impatto emotivo viene ben prima di un eventuale discorso sociale, ineluttabile per natura del progetto ma privo di direzioni ideologizzate. 15/18, quando rimane entro le mura dell’ospedale, è un film diretto e non allegorico; ogniqualvolta un elemento della trama sfiora la metafora (come per esempio il ragazzo che rimane in isolamento dall’inizio del film, che non si vede mai in volto, ma di cui ogni tanto si sentono le urla), è sempre e soprattutto per attuare un’esplosione del significante dell’istituzione ospedaliera, della sua ricerca di soluzioni e della paura universale che non ne esistano.
Tuttavia il film di Kahn non rimane esclusivamente nell’ospedale. A differenza che nel suo precedente Caso Goldman (tecnicamente uno dei più rigorosi e notevoli film processuali recenti (2023) e non solo, un film ove la messinscena del racconto coincideva con la costruzione visiva dei tempi, degli sguardi e delle tensioni solo e soltanto del processo stesso), in 15/18 Kahn si concede e ci concede una coda in cui esce dall’unità spaziale dell’ospedale. Qua le sopite ossessioni dei ragazzi, quelle che l’istituzione non riesce a controllare, implodono in una forsennata corsa Sisifea verso la metafora, e dunque l’iconografia. Il climax violento scandito da una citazione della colonna sonora di Arancia Meccanica ci ricorda esplicitamente il grande interrogativo “uovo-gallina” a cui si interessarono Burgess e Kubrick: viene prima la violenza dell’individuo che genera la società o quella della società che ha generato l’individuo? Per quanto di primo acchito la scelta di questo cambio di registro appaia quasi come un tradimento (sino a quel momento di scarto, invero la grandezza del film sta proprio nel rapporto non-reale coi personaggi in relazione al luogo – uscirne è spaesante sia filosoficamente che geograficamente), via via diventano più chiare le intenzioni di 15/18. Di nuovo, non una ricerca di soluzione, quanto una ricerca di una ricerca di senso. Non cervellotica né sentimentale, ma semplicemente empatica anche se in relazione a questioni sistemiche.
Unione tra grande mestiere e singolare capacità d’immersione nella sintassi dell’emotività adolescenziale, 15/18 rimarrà probabilmente uno dei film più belli del concorso veneziano di quest’ottima annata, sia per l’umanismo dolce e straziante dell’approccio alla messinscena della vita sia grazie all’impressionante cast per lo più di emergenti, talmente bravi che non si capisce cosa è scritto e cosa è spontaneo.

Nicola Settis

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