7 Agosto 2016 -

WET WOMAN IN THE WIND (2016)
di Akihiko Shiota

Nel 1971 la Nikkatsu, celebre casa di produzione nipponica, lanciò la serie dei cosiddetti “roman porno”, ovvero film pornografici softcore caratterizzati da una trama più articolata e “romantica”. Il brusco cambio di direzione delle linee dello studio portò a un ingente ricambio generazionale fra le fila dei registi, con l’assunzione di tante nuove leve, alcune delle quali trovarono proprio all’interno di queste produzioni un laboratorio di sperimentazione e un ottimo trampolino di lancio per la propria carriera. La serie venne chiusa nel 1988, ma quest’anno la Nikkatsu ne ha inaugurato una sorta di “reboot”, affidando a sei registi la direzione di altrettanti lungometraggi, uno dei quali, Wet Woman in the Wind, di Akihiko Shiota, è stato incluso nella molto variegata rosa del Concorso del 69° Festival del Film Locarno. Il regista, la sera antecedente alla prima, ha presentato la proiezione di Lovers Are Wet (1973) di Tatsumi Kumashiro, riconosciuto dalla critica come uno dei capisaldi del roman porno. Shiota ha inoltre direttamente omaggiato questo classico del genere nelle primissime battute del film, richiamandone la scena finale, con una donna in bicicletta che si immerge in acqua.

Questa ragazza costituisce appunto il motore del film, in quanto, dopo aver incontrato il protagonista, viene colta dal desiderio irrefrenabile di fare sesso con lui. Egli però al momento sta vivendo in isolamento in un bosco, in una sorta di ritiro spirituale, lontano soprattutto dalle donne, per concentrarsi meglio sul suo lavoro, ovvero l’autore teatrale. La ragazza prende allora il suo rifiuto come una sorta di sfida, e cerca di fare di tutto per sedurlo in situazioni ai limiti dell’assurdo, trasferendosi a casa sua. Quando il ragazzo però finalmente cede al desiderio, sarà invece la ragazza a respingerlo, dicendogli che “non è ancora il momento”, mentre altri bizzarri personaggi orbitano attorno alla casa del protagonista, quali i membri di una compagnia teatrale, un padre di famiglia innamorato in maniera molto possessiva della ragazza, e i giovani surfisti che questa si porta a casa di notte per far ingelosire la sua preda. Wet Woman in the Wind si struttura proprio come un rapporto sessuale di poco più di 70 minuti, in un gioco continuo di provocazioni, la cui tensione erotica esplode solo nell’orgiastica macrosequenza di montaggio di vari amplessi (fra i quali quello tanto agognato fra i due protagonisti) che occupa circa gli ultimi venti minuti del film, con tanto di epilogo dall’atmosfera vagamente post-eiaculatoria.

Shiota adotta uno stile di erotismo di vecchio stampo, lasciando sempre i genitali fuori dall’inquadratura, e dando in generale sempre molta più importanza al non-visto che al visto, per esempio nei vari rapporti sessuali in fuori-campo di cui si sente ogni rumore e gemito, che sia attraverso una parete o un telefono. L’autore dipinge la sessualità non solo come la più grande debolezza dell’uomo, ma anche e soprattutto come una gioia a cui non si può far altro che abbandonarsi, abolendo ogni freno e inibizione. Sempre in perfetto equilibrio tra un vivissimo erotismo e un umorismo tendente al surreale, tipicamente giapponese, il film riesce tanto a stimolare lo spettatore quanto a farlo sorridere con autoironia della propria condizione, riportando quindi il sesso a una delle sue dimensioni fondamentali: il gioco spensierato.

Tommaso Martelli

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