24 Ottobre 2017 -

TRIPOLI CANCELLED (2017)
di Naeem Mohaiemen

Non più nemici, non più frontiere,
lungo i confini rosse bandiere.
O Comunisti alla riscossa
Bandiera Rossa trionferà
Bandiera rossa

Nel 1977, a causa dello smarrimento del passaporto, il padre del regista, videoartista e intellettuale Naeem Mohaiemen fu costretto a rimanere per nove giorni chiuso nell’aeroporto di Atene, in attesa che le (sonnacchiose) autorità del Bangladesh gli permettessero di tornare a casa. Una vicenda – reale – tutto sommato simile a quella di finzione messa in scena dallo Spielberg di The Terminal, in cui però il Paese di chi rimane bloccato in un sostanziale carcere di fusoliere e di porte scorrevoli che non si aprono senza documento valido chiamato aeroporto, luogo-non-luogo “al di sopra” dei confini nazionali dal quale ridiscutere i concetti stessi di confine e (inter)nazionalità, esiste ancora, ma tarda nella comunicazione con l’ambasciata greca. Del resto il ’77 non fu un anno semplicissimo per il Bangladesh, spartito fra cambi alla presidenza, ammutinamenti e, come già magnificamente mostrato da Naeem Mohaiemen nel primo episodio della trilogia The young man was integralmente presentata al DocLisboa di due anni fa, l’azione della United Red Army giapponese che costrinse un aereo con ostaggi ad atterrare a Dhaka, per poi attaccarsi alla radio in un intero giorno di serrate negoziazioni trasmesse in diretta dalla televisione nazionale. Quello che si vede in Tripoli cancelled, nuovo lavoro del filmmaker bengalese di stanza a New York che trova il concorso internazionale al DocLisboa 2017 dopo l’esposizione a Dokumenta14, tuttavia, non è la storia di suo padre. Quei nove giorni in aeroporto del suo genitore sono solo uno spunto, una delle scintille da cui Mohaiemen è partito per portare sullo schermo una metafora ben precisa, ragionata, che di quella reminiscenza (auto)biografica sfrutta la funzione paradigmatica per poi lavorare su altro, su concetti più vasti di pace e di cooperazione, di detriti e di immaginazione, di solitudine e di mani tese verso l’esterno, di uguaglianza e di proletariato. E anche se rimanere fermo proprio ad Atene fu solo un caso per il padre del regista, questo di certo non vieta alla capitale ellenica, quarant’anni dopo, di esercitare nel linguaggio cinematografico la sua funzione simbolica di culla della civiltà, dell’arte e della cultura. Né a quell’aeroporto, quello stesso aeroporto che dal 2001 giace abbandonato e impolverato, ancora con qualche valigia sui rulli, ancora con aerei ed elicotteri parcheggiati ai gate, e nel frattempo rifugio per frotte di esuli siriani, di porsi esso stesso come luogo-simbolo: ieri luogo di passaggio per migliaia di persone, oggi metafora di incuria e memoria corta.

Cucito inquadratura per inquadratura sul protagonista Vassilis Koukalani, Tripoli cancelled è prima di tutto un racconto di solitudine e abbandono, metafora di quella pace mondiale persa lungo la strada e ora bloccata in rovina, metafora di quella diseguaglianza sociale che isola e confina l’uomo, ma anche resoconto umanissimo di vitalità e immaginazione, di giocosa ironia e di affetti rimpianti, di routine sempre uguale ma al contempo sempre diversa: l’unico modo per rimanere sani, forse. Il protagonista, un uomo che conta i giorni di “prigionia” nell’aeroporto abbandonato da più di dieci anni, sopravvive con la sua quotidianità di lettere alla moglie, di letture – da solo o a un uditorio di manichini – di un romanzo per bambini, di momenti giocosi nei quali sogna di pilotare un elicottero, oppure di governare la torre di controllo, o ancora di augurare ai propri immaginari passeggeri un buon volo al momento della partenza. Dorme sul rullo dei bagagli, gira intorno alle scale mobili ferme, immagina – un po’ come in Shining – un dialogo con il barista interpretando sia il cliente sia l’oste di fronte allo specchio. Fino all’apice del suo sentore di solitudine, quando mancanza e desiderio lo porteranno a un approccio, esplicito eppure reso con tocco splendidamente pudico fra teneri baci e leggeri sfioramenti, con un manichino che raffigura un’avvenente hostess. Messo in scena con fluidi pianisequenza in steadycam, Tripoli cancelled segue il suo protagonista giorno dopo giorno, fra le sue riflessioni in voce off e le sue digressioni fanciullesche, fra i suoi pasti in scatola e le sue danze su Rivers of Babylon, tracciando una parabola politica e poetica di rara potenza sulla crisi contemporanea dei rifugiati, costretti a imitare e immaginare una vita anziché poterla vivere, bloccati dal razzismo che serpeggia per il mondo e dal disinteresse egoistico, fisicamente e psicologicamente violento, dell’occidente nei loro confronti. Cadendo forse, va detto, in qualche leggera digressione e reiterazione, ma non è questo il punto: Tripoli cancelled è un manifesto allegorico di un mondo di transito, costantemente provvisorio, abbandonato, come i telefoni senza nemmeno più la cornetta, come le finestre che sono ormai cornice per colossali ragnatele, come l’aereo ancora sulla pista, i deflettori abbassati, le gomme del carrello ormai sgonfie, destinato probabilmente a non partire mai più.

È un fine intellettuale, Naeem Mohaiemen, capace di lavorare sulla complessità politica, sull’intuizione metaforica, sull’illusione visiva. Tenendo sempre, alla base, quel giusto pizzico di dottrina marxista. Parla del Bangladesh, della Turchia, della Siria e dell’occidente fra Europa e Stati Uniti, parla di utopie e di scarti, parla di fallimenti e di abbandoni, uomini come conigli, conigli come uomini. Parla di rapporti internazionali e di classe, parla di integrazione e di proletariato, parla di entusiasmi e di detriti. Documenta la realtà, sempre, anche nella piena finzione, anche quando apertamente mette in scena una vicenda di fantasia, anche quando sfrutta la location di un aeroporto abbandonato per ergerla a simbolo e allegoria, anche quando costruisce un personaggio che, proiezioni paterne a parte, non è mai esistito. Di fronte al suo cinema, cercare di porre un confine, a prescindere insensato, fra finzione e documentario si rivelerebbe esercizio ancor più vuoto e pretestuoso del solito: è semplicemente lingua filmica, che parla per immagini e per suoni, che crea le sue magnetiche illusioni ed evoca altre immagini, che si riferisce costantemente al “vero” pur raccontando una menzogna. Il che poi, alla fin fine, è il senso stesso del mezzo cinematografico, o per lo meno uno dei suoi sensi più intimi. Tripoli cancelled, semplicemente, racconta e riflette per immagini e per suoni, raggiunge almeno un paio di apici emotivi fra la danza solitaria fra i corridoi e il seno del manichino che fa lentamente capolino dalla divisa, passeggia insieme al suo solitario protagonista sulle ali e negli sterminati saloni, si sofferma sui tabelloni impolverati che ancora, da oltre 16 anni, parlano di voli in partenza mai decollati. È una storia di sconfitta umana di fronte alla Storia, ma anche e soprattutto di costante Resistenza, di lotta quotidiana per chi rifiuta di arrendersi, e non può che cercare nella fantasia, nella sospensione, nell’illusione, gli ultimi barlumi di speranza. È una sorta di costante coreografia contro l’alienazione, in cui la macchina da presa danza insieme al suo protagonista, intorno a lui, sempre fisicamente vicina, come a volergli restituire quella vicinanza che lo Stato/l’oriente/l’occidente/il mondo non paiono interessati a garantirgli. E anche questa profondissima umanità è, o per lo meno dovrebbe essere, una delle funzioni primarie del cinema. Di sicuro, è una delle funzioni primarie di Tripoli cancelled, opera di profonda intelligenza, opera di cuore, opera politica. Opera profondamente pacifista, che si chiude dentro i cancelli del non-luogo per provare a sfondarli dall’interno, lottando per l’uguaglianza, per la giustizia sociale, per i diritti umani. Magari, semplicemente, prendendo in mano la cloche e tornando a volare, sopra la polvere, sopra le macerie, sopra il silenzio assordante di chi non fa nulla. Finalmente, senza più confini.

Marco Romagna

“Tripoli Cancelled” (2017)
88 min | N/A | Bangladesh / Germany / Greece / USA / UK
Regista Naeem Mohaiemen
Sceneggiatori Naeem Mohaiemen
Attori principali Vassilis Koukalani
IMDb Rating N/A

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