1 dicembre 2017 -

CHRISTELLE (2017)
di Carmit Harash

Carmit Harash, o meglio Christelle Le Pen, cambia identità, passa all’altro lato della barricata, capovolge le prospettive della sua vita e dunque anche di ciò che racconta. Decide di cambiare nome, di entrare nelle avanguardie del Front National, e di discutere con amici e parenti di questa scelta apparentemente inspiegabile e assai discutibile. Portando avanti le istanze del gruppo che si rifà alla figura di Giovanna d’Arco, emblema dell’estrema destra francese, si imbatte in coloro che da anni cercano di riportare al potere la destra più nazionalista, estrema e xenofoba d’oltralpe. I dubbi e le diffidenze sull’esperimento di Carmit/Christelle sono molti, anche da parte sua, ma ciò che ne nasce è un’interessante avventura (spesso in presa diretta) all’interno di ambienti apparentemente spaventosi, espressione diretta di un sentore che sta dilagando nel vecchio continente e che rappresenta, in Francia, in Italia, ma non solo, il serio attacco a qualsiasi democrazia europea. In questa piccola deriva di personalità emerge anche il senso di intolleranza, quasi rimozione, che un ambiente vicino alla sinistra più istituzionale prova nel parlare di certi argomenti e certi personaggi, senza dubbio comprensibile. Qual è dunque il perché di questa mimesi?

Probabilmente la conversione (nella finzione cinema, anche se pur di documentario si dovrebbe trattare) di Carmit Harash è essenzialmente legata al disorientamento radicale e collettivo del popolo francese, forse ancora maggiore in ambienti ritenuti intellettuali e dunque necessariamente debiti a un’analisi più accurata della situazione socio-politica del paese. Come se, in questo momento storico, per essere francesi servisse necessariamente essere protofascisti. Fra confusioni e contraddizioni, in questo substrato amorfo che porterà alle elezioni presidenziali Christelle diventa simbolo di un’irrequietezza ideologica che si muove tra le due fazioni, passeggiando con la videocamera del suo cellulare acceso per disegnare una mappatura del sentimento di una nazione sempre più vulnerabile, forse più internamente che dall’esterno. Il punto è che non si tratta più di destra o sinistra, nemmeno della Le Pen o di Macron, e tantomeno di Melenchon, è la democrazia ad esser oramai svuotata di senso, da una parte come dall’altra, parola rimasta contenitore di tantissime prospettive ideali ma continuamente rimessa in discussione nelle sue dinamiche più fondamentali. Riuscirà Christelle ora ad andare alle urne? Quando si presenta verrà chiamata Carmit, e firmerà il suo voto per un’idea della Francia contro cui combatte da anni. Perché?

Ideale conclusione della trilogia che comprende Où est la guerre e Attaque, questo Christelle presentato come i precedenti al Torino Film Festival in TFFdoc è un film che prova a lasciarsi il dolore alle spalle, con vari elementi e situazioni comiche che sfiorano il ridicolo. Forse meno profondo dei precedenti, ma ancor più graffiante a livello satirico, Christelle rappresenta questa metamorfosi, che è allo stesso tempo la metafora di una provvisorietà continua, di una Francia che vive soggiogata dalla paura e da coloro che su questa parola ci vivono, elettoralmente parlando ma non solo. Come una spia, la Harash indaga con descrizione le radici di una frazione problematica quanto pericolosa della società transalpina, sempre più spersonalizzante e autoreferenziale, in cui non esiste più alcun barlume di solidarietà né di comprensione. Non è più la guerra o l’attacco diretto a spaventare, ma quell’atmosfera di sospensione continua e di ansia che preannuncia ancora una volta un disastro imminente, spada di Damocle di una Storia recente che da un momento all’altro può cadere su tutto il continente. Il problema alla base, probabilmente, resta sempre quello della possibilità di una ridiscussione dei rapporti tra le popolazioni ed i governi, ma soprattutto con i fantasmi di un passato quantomai problematico e mai affrontato; qualcosa che latita in Francia dal tempo degli attentati e che ora diventa terreno di caccia degli sciacalli neofascisti, appunto. Uscirà dall’urna con un sorriso stampato sulle labbra, Christelle, missione compiuta? Nel dubbio ridateci Carmit, che di Christelle ne abbiamo già fin troppe.

Erik Negro

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