2 Dicembre 2015 -

OÙ EST LA GUERRE (2015)
di Carmit Harash

…culture comes into play at precisely the point
where biological individuals become subjects,
and that what lies between the two is not some automatically
constituted ‘natural’ process of socialization
but much more complex processes of formation…

Stuart Hall

Si è spesso parlato, anche a sproposito, del ruolo politico e sociale che attraversa l’immagine, e al contrario di quello che l’immagine stessa definisce. Sono ormai arcaici i tempi del “fare il film politico”, e anzi pare doveroso e necessario riflettere (ammesso che ne valga ancora la pena) sul ribaltamento stesso dell’assioma godardiano sul movimento di macchina, o meglio la sua estremizzazione – cosa che lo stesso JLG ristruttura completamente già da Film Socialisme -. Forse lo stesso linguaggio politico di un’opera sta proprio nell’urgenza della presa di coscienza che può nascere da un movimento di macchina, dalla scelta di un campo o addirittura a prescindere da tutto ciò, nella sola scelta di fare un film, e di subirne direttamente le conseguenze, professionali e soprattutto personali. Conoscere Carmit Harash, prima di vedere le sue opere, è fondamentale; nei suoi occhi e nelle sue parole sono vividissimi i fantasmi del dubbio, dell’interrogarsi, di rimettere in discussione tutto, a partire da un’immagine artigianale, fatta in casa, rubata e ridiscussa. È fuggita da casa sua, dalla guerra infinita che attanaglia la Palestina e confonde Israele, sperando di trovare una possibile tranquillità. Appena arrivata in Francia, tre anni fa, si sentiva di avere la giusta distanza per vedere dove stesse andando un Paese; aveva la percezione di questo costante assetto di guerra ideologico-politico e sociale, così ha preso la videocamera e cominciato a cercarne gli indizi nelle strade della città (l’atto dell’andare nei luoghi). Un’idea apparentemente dispersiva, assurda, quasi comica e razionalmente impossibile. Carmit però prosegue, sente sulla sue pelle tutto ciò, e a gennaio quando questo straordinario Où est la Guerre è in montaggio, la storia (ahimè) le dà ragione. La guerra è qui, in Francia, nell’Occidente, tra noi; ma ci siamo mai chiesti veramente il perché?

L’idea è apparentememte semplicissima, un viaggio attraverso le coscienze dei parigini, di tutti loro. Dagli amici della stessa autrice di bassa estrazione sociale e spesso vicino all’indigenza, passando attraverso la piccola e media borghesia francese ben inserita nel tessuto della città, fino agli intellettuali “impegnati” o almeno coloro che dovrebbero direttamente lavorare sulla sensibilizzazione della massa. Le risposte alle domande (e a quella fondamentale: “qual è il problema numero uno in Francia?”) vanno dalla più completa refrattarietà ad una conciliante negazione del problema stesso, in funzione di un più consono spostarsi del discorso mai a contatto di un dialogo reale sull’integrazione. Ancora più complesso è il rapporto tra la sbandierata laicità autoctona francese e le evidentissime lacune di discussione con una realtà religiosamente attivista come quella islamica; quasi come se davvero l’ortodossia laica fosse una specie di cortocircuito a cui sottostare per entrare nelle grazie di una società a quanto pare basata sui relitti stessi di una presunta neo-rivoluzione illuminista. Carmit gioca con l’immagine e con il suono, risposta uno spazio (Parigi) in un tempo (oggi e domani), così da astrarre in un certo senso proprio lo spettatore francese che si trova destabilizzato dal non sentirsi più abitante della propria città. Gli spazi diventano sempre più chiusi e controllati, tutta la nostra vita deve essere sempre più regolata e funzionalizzata, ci si vuole sentire continuamente al sicuro da qualsiasi pericolo non interrogandosi un attimo sui nostri giorni; il nemico lo si cerca all’esterno bombardandolo con i nostri stessi linguaggi, ma se ce lo avessimo in casa?

Ecco che tutto così si fa molto più chiaro. La posizione stessa che Carmit sceglie per questo lavoro pare in in un certo senso profetica, ma in realtà tutto ciò scaturisce solo da un purissimo spirito di osservazione sulla comunità con cui lei stessa interagiva. Tutto il film è stato girato prima di Charlie Hebdo (e ovviamente del recente e sanguinoso 13 novembre), solo la sequenza finale è successiva all’attacco alla redazione. Probabilmente bastava solo fermarsi un momento, fare un passo indietro ed un attimo di silenzio, ascoltare la piazza fatta di gente sempre più frustrata, disperata e perduta da una parte e totalmente indifferente (riguardo la migrazione fino a i retaggi post-coloniali) dall’altra. La Harash con questo metodo speculativo e sperimentale, gioca a distruggere e destrutturare qualsiasi credenza. Una poesia di Baudelaire potrebbe benissimo essere un testo di Britney Spears, la Marsigliese cantata durante una semifinale mondiale rimane un inno di guerra, il “filosofo” che non si sporca le mani con il reale. Emblematica è poi la facciata del nuovo museo della migrazione, dove gli stessi “migranti” sono ancora rappresentati seminudi, coinvolti in lavori dequalificanti e schiavizzati, in un ottica ancora puremente primitivista. Ecco ora è davvero tutto chiaro, o almeno il punto di partenza per cercare di guardare tutto ciò. Aldilà di qualsiasi retorica possibile dobbiamo ridiscutere i rapporti con popolazioni e culture che dobbiamo rispettare e con cui dobbiamo interagire. Non può e non deve bastare una dialettica del terrore e nemmeno una solidarietà estetica con simboli e vessilli che nulla aggiungono ad una reale possibilità di dialogo e riflessione. La violenza genera violenza e la chiusura genera ignoranza, in fondo questo semplicissimo ma straordinario documento è basato solo su ciò. Ma può ancora essere utile tutto ciò? Carmit Harash ci crede, ed il suo film, escluso da tutti i festival -di documentari e non- in Francia (!), è li a (di)mostrare che qualcosa possiamo ancora fare, tutti noi. Lei continuerà in una trilogia (analizzando i giorni che vanno da Charlie al Bataclan) per cercare di definire una topografia umana che possa ancora rendere giustizia alla storia e donare alla civiltà un minimo spazio di dialogo nel futuro. Tocca anche a tutti noi, prima che sia davvero troppo tardi.

Erik Negro

“Où est la guerre” (2015)
82 min | Documentary | France
Regista Carmit Harash
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

PSYCHODRAME (1956), di Roberto Rossellini di Erik Negro
GIPSOFILIA (2015), di Margarida Leitão di Erik Negro
WHEN THE PERSIMMONS GREW (2019), di Hilal Baydarov di Claudio Casazza
ATTAQUE (2016), di Carmit Harash di Erik Negro
KONGO (2019), di Hadrien La Vapeur e Corto Vaclav di Marco Romagna
BORMIDA (2018), di Alberto Momo di Erik Negro