28 Novembre 2021 -

THE FIRST 54 YEARS (2021)
di Avi Mograbi

La scelta di Avi Mograbi di intitolare il suo ultimo film The First 54 Years ci dice già molto delle intenzioni del documentarista israeliano. Si tratta, infatti, di un titolo ben poco commerciale, lontano da qualsiasi logica distributiva, in quanto destinato a una rapida obsolescenza già solo per il fatto di fornire un dettaglio temporale così accurato. Non una cifra tonda (40, 50 anni), ma un numero ben preciso, 54, vale a dire gli anni trascorsi dalla Guerra dei sei giorni (1967), a seguito della quale le regioni della Cisgiordania (West Bank) e della Striscia di Gaza entrarono a far parte dello stato di Israele. Cinquantaquattro anni da uno dei momenti fondamentali della questione israelo-palestinese, che già imperversava quanto meno dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nessun distributore, appunto, accetterebbe un titolo come quello. A maggior ragione in Italia, dove vige l’abitudine malsana di modificare i titoli poco appetibili o evocativi. Ma con quel “54” Mograbi vuole dirci una cosa ben precisa, al di là di conferire alla sua opera una periodizzazione ben precisa in questo 2021, anno secondo dell’era pandemica. Ci vuole dire che sono passati 54 anni dall’inizio di un’occupazione militare – periodo più unico che raro nell’era moderna – senza che si sia riusciti a trovare una soluzione definitiva a una questione che tanti problemi e tanto dolore ha creato in un numero ormai importante di generazioni. Ci vuole far sentire il peso di quei 54 anni, così come pesano le 54 primavere di un uomo che si avvia verso la terza età. Ma v’è di più, perché Mograbi in realtà inserisce un “first” che dona un retrogusto amaro all’intero costrutto semantico. Perché quei 54 anni sono soltanto “i primi 54 anni”, lasciando intendere che non saranno di certo gli ultimi e che per la questione israelo-palestinese si è ben lontani dal trovare una soluzione.
Nel suo film, che il fuori concorso della sempre gloriosa sezione TFFdoc porta finalmente sui grandi schermi del trentanovesimo Torino Film Festival dopo la prima “dematerializzata” dello scorso febbraio nel Forum della 71ma Berlinale, Mograbi si concentra in particolare sul tema dei territori occupati, dunque sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza, amministrate dai palestinesi ma sotto il controllo militare israeliano, decidendo di dividere la narrazione di questo documentario in tre periodi temporali ben precisi. Il primo periodo è quello che va dal 1967 al 1987, ossia il primo ventennio dalla fine della Guerra dei sei giorni. È il periodo denominato dei “primi passi”, quello della messa in atto delle prime strategie volte a consolidare l’occupazione: la creazione e l’incoraggiamento degli insediamenti di civili israeliani; la repressione della resistenza palestinese; l’instaurazione della legge marziale; il divieto di ritorno nei territori occupati dei profughi che erano scappati dal paese durante il conflitto. Il secondo periodo è quello che va dal 1987 al 2000, dalla prima alla seconda intifada. Sono gli anni della “perdita del controllo”, quelli in cui le strategie militari israeliane alzano il livello di ingaggio, giungendo a intervenire direttamente nella sfera della libertà e dell’integrità fisica degli occupati. I manganelli di legno fanno il loro debutto nella quotidianità degli scontri, utilizzati dai soldati dietro precisi ordini diretti a sedare le rivolte mediante l’inflizione del massimo dolore fisico, ma evitando danni permanenti o addirittura la morte. È anche il periodo in cui le tattiche di ostruzionismo logistico raggiungono il loro culmine, con posti di blocco strategici, nei quali far perdere le giornate ai palestinesi, con lunghe attese in condizioni disagiate, per scoraggiare gli spostamenti. Il terzo periodo coincide con gli anni Duemila, e va dalla seconda intifada (2000) a oggi. Nel film viene battezzato come il periodo della “perdita totale del controllo”, con la protesta palestinese che si fa più violenta e organizzata, con la definitiva escalation delle frange terroristiche, con la frustrazione dei risultati raggiunti con gli Accordi di Oslo del 1993. Ancora una volta, la strategia degli occupanti si fonda – subdolamente – sui cavilli burocratici, sulla costruzione di muri, sull’identificazione di zone di restrizione, sulle perquisizioni e le irruzioni domiciliari eseguite (arbitrariamente e ingiustificatamente) durante la notte. E quando la situazione, nonostante tutto, si rivela essere non più recuperabile, l’inevitabile ritiro è seguito da una tabula rasa che toglie ai palestinesi qualsiasi possibilità di beneficiare delle installazioni create dai coloni.

Mograbi costruisce la sua opera alla stregua di un “breve manuale per l’occupazione militare” (“An Abbreviated Manual for Military Occupation” è la specificazione che accompagna la prima parte del titolo del lungometraggio), come un novello Sun Tzu, come un moderno commentario di Giulio Cesare. Un “breve manuale” in cui vengono centellinate le azioni che un paese dovrebbe porre in essere per gestire al meglio un’occupazione militare, avvicinandosi alla struttura e alla filosofia di un’opera fondamentale del cinismo umano come Il principe di Machiavelli. Lo stile che il regista adotta è decisamente asciutto, da documentario tradizionale, in cui la parte del leone la fanno le interviste ai soldati che dagli anni Sessanta agli anni Duemila hanno condotto operazioni militari, più o meno routinarie, in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza. Militari ascoltati nell’ambito del progetto Breaking The Silence, un’organizzazione di veterani che ha sollevato la cappa di ipocrisia sul tema controverso dell’occupazione. È così che l’opinione pubblica israeliana è venuta ad apprendere le strategie messe in atto dal proprio governo per il controllo dei territori palestinesi. Gli intervistati espongono fatti e dettagli dei momenti più controversi dell’occupazione, apparentemente in modo genuino, apparentemente senza reticenze, lasciando trasparire, in alcuni casi, momenti di sconforto o di incomprensione nei confronti degli ordini che ricevevano dai superiori. A prevalere è un vago senso di pentimento per ciò che è stato fatto in un’età (19-20 anni) in cui si è mediamente troppo giovani per comprendere alcune sottigliezze politiche, per comprendere la complessità di una questione come quella arabo-israeliana, per comprendere i giochi di potere, per comprendere il cinismo dei falchi che imperversano nelle catene di comando.
Le frasi degli intervistati sono talvolta accompagnate da immagini di repertorio brevi ma significative, che tuttavia occupano una parte decisamente marginale del lungometraggio. Come se la guerra fosse un lampo, un istante in medias res, un ordine in costante divenire, un gesto da compiere che deflagra improvviso dal fuori campo senza che se ne riesca mai a intravvedere una reale conclusione, una fine. Il quadro d’insieme che emerge dalle interviste viene commentato volta per volta dal regista, che fin dalle prime inquadrature si presenta con un piglio accademico, quasi paternalistico, con cui enuncia e sistematizza concetti di una “teoria dell’occupazione”. Ed è proprio quel taglio didattico, schematico e didascalico che Mograbi adotta, esponendosi in prima persona davanti alla macchina da presa (e ricordando peraltro vagamente lo Slavoj Žižek dei lungometraggi che lo hanno visto protagonista – ma con meno eccentricità del filosofo sloveno) e usando espressioni e metodi apparentemente amatoriali (“sono il regista di questo film”; “ok, iniziamo”) uno degli aspetti che più lascia interdetti, almeno nella prima parte. Così come potrebbe lasciare perplessi la scelta di un documentario quasi interamente in stile “talking heads”. Eppure, dopo una mezz’ora di assestamento il film inizia a sprigionare tutta la propria potenza descrittiva e narrativa, portando lo spettatore in un clima di totale immersione nelle vicende oggetto di esame. A visione ultimata, The First 54 Years non può così che rivelarsi, prima di tutto, come un documento eccezionale e fondamentale per comprendere la questione israelo-palestinese e in particolare il dramma dei territori occupati. Un documento sicuramente parziale, mancando il necessario contraddittorio della controparte palestinese, un documento che, per forma, struttura e stile, ha un limitato valore artistico. Eppure un documento straordinariamente prezioso, che si fonda su un’estrema, vibrante, sofferta, inestimabile onestà intellettuale.

Vincenzo Chieppa

“The First 54 Years: An Abbreviated Manual for Military Occupation” (2021)
110 min | Documentary | Israel / France / Finland / Germany
Regista Avi Mograbi
Sceneggiatori Avi Mograbi
Attori principali Zvi Barel, Shlomo Gazit, Avi Mograbi
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

RAMPART (2021), di Marko Grba Singh di Marco Romagna
WILD MEN (2021), di Thomas Daniskov di Bianca Montanaro
INTRODUCTION (2021), di Hong Sang-soo di Marco Romagna
LICORICE PIZZA (2021), di Paul Thomas Anderson di Marco Romagna
THE VIEWING BOOTH (2020), di Ra’anan Alexandrowicz di Claudio Casazza
RE GRANCHIO (2021), di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis di Marco Romagna