5 novembre 2017 -

THE REAGAN SHOW (2017)
di Sierra Pettengill e Pacho Velez

Ricostruire la Storia attraverso frammenti di storie è probabilmente l’unico modo per attraversare un periodo che non ci appartiene più, ritrovare una direzione di comprensione dei fatti, ricollocare personaggi e atti che ai più risultavano incomprensibili. Nell’epoca dell’ultrastratificazione televisiva non risulterà strano quindi che il personaggio più importante e influente del mondo avesse delle dirette dedicate in cui esporsi al mondo e donarsi alle telecamere. The Reagan Show, proiettato al DocLisboa 2017 dopo la prima all’ultimo Festival di Locarno, fondamentalmente si limita solo a un montaggio di materiale catodico dedicato al quarantesimo presidente degli Stati Uniti, tracciandone così un quadro estremamente complesso e polimorfo (anche vagamente perverso) nel rapporto con il medium televisivo e di conseguenza con il popolo americano. Gli archivi vanno dalle dirette televisive nazionali che riguardavano il presidente nel senso più stretto della cronaca fino al materiale girato dall’amministrazione stessa, in cui viene esposta pubblicamente la vita di Ronald Reagan e della moglie Nancy come quella di una fedele coppia yankee qualsiasi, dedita alla casa, ai figli, al futuro. Il ritratto che emerge da questo viaggio nel passato, realizzato a quattro mani dai cineasti Sierra Pettengill e Pacho Velez, è straordinariamente affascinante quanto sorprendente, perché di fronte a questa mise en scène tutta privata si nasconde una strategia di comunicazione alquanto sofisticata e complessa, soprattutto per quanto riguarda l’ultimo periodo della Guerra Fredda e tutta la politica estera.

Il film si apre con i primi anni dell’amministrazione Reagan, gli scettici davanti a un attore, nemmeno dei più talentuosi, sulla soglia della Casa Bianca in uno dei momenti storici più tesi, delicati e compromettenti di tutto il secondo Novecento. Proprio quando Reagan interpretava dubbi ruoli da cowboy sul set (splendidi gli inserti dai suoi film) si rischiava una nuova guerra mondiale con l’Unione Sovietica. Erano i giorni della Baia dei Porci, della crisi dei missili cubani; e proprio in apertura degli anni ’80, dopo la distensione, i rapporti tra le due superpotenze tornarono a incrinarsi a livelli assai preoccupanti. Sull’altra sponda del mondo c’era Mikhail Gorbachev, il più giovane segretario del Partito e presidente dell’Unione, il primo (dopo l’astenia del vecchio Breznev, o quella ancora più abbottonata di Andropov) a usare il potere della comunicazione, a sfruttare l’enorme dialettica di propaganda che tutto l’apparato mediatico poteva portargli. Sfidato proprio sul suo stesso campo, il soldato Ronald non può che reagire a suo modo, costruendo un apparato straordinario di comunicazione, divenuto ormai strumento di effettiva strategia politica e non solo di propaganda; gioca sulla sua fama come sul suo personaggio, vive costantemente sotto la telecamera in una specie di reality continuo e fluttuante più vicino al cinema diretto (ovviamente ricostruito) rispetto alla sua immagine prodotta da Hollywood. Recita il suo essere presidente, ma allo stesso modo afferma la sua personalità (da / del set), esponendo il suo volto pubblico a qualsiasi manipolazione possibile, giocando con la sua immagine quasi a diventarne schiavo, annientando allo stesso tempo la minaccia comunista e la diffidenza interna (anche quella amica repubblicana).

Prima della vorticosa esposizione berlusconiana, molto prima del ciclone mediatico trumpiano, studiare il rapporto di Reagan e di tutta la sua amministrazione nei confronti della politica americana (e soprattutto estera), risulta così assolutamente fondamentale. Il rapporto diplomatico verso l’Unione Sovietica si è giocato sullo schermo, tra auguri natalizi bilingue e visite in diretta televisiva, smorzando le ultimi tensioni di una Guerra Fredda ormai stremata dall’imminente crollo della cortina di ferro (e come non pensare a questi anni di dialettica nel riconsiderare anche questa storia) e portando i rapporti di potere sulla terra fino agli ultimi dieci anni del millennio. È una rincorsa all’esposizione dunque, The Reagan Show, strategica quanto estrema, stancante probabilmente sia per gli esecutori sia per il mezzo in gioco. In quest’opera di fine archeologia massmediatica, ai confini tra la performance e l’istallazione, emerge però anche un altro fattore, forse apparentemente meno interessante sul piano geopolitico, ma molto più profondo e attuale a livello linguistico. Dalle registrazioni governative su nastro, qui ritrovate ed esposte nella loro originalità reliquiaria più assoluta, emerge un approccio televisivo in diretta anticipatore di qualsiasi reality (o talent) possibile, un flusso continuo di informazioni costruite nella loro anche maccheronica verosimiglianza, ma quanto mai dirette all’essere stesso di Reagan, uomo di palcoscenico, maschera tra le maschere, caratterista quanto figurina di un estetica che non c’è (o meglio c’era) più. In fondo rimane il ritratto di un uomo, affiancato dalla moglie e con un rivale ben definito, terribilmente solo, confinato in una stanza dei bottoni tra confusione e umorismo, paura e (auto)ironia. Non solo è in gioco la narrazione politica, non solo è in gioco quella televisiva: The Reagan Show è un interrogarsi riflessivo e immersivo sugli archivi, sulle tracce di cose ogni giorno ci troviamo davanti ai nostri occhi in tivù, seduti sul divano. In fondo la diplomazia, così come la democrazia, è solo un grande show. L’importante è saper ammiccare davanti ad una camera, e tutto il resto vien da sé.

Erik Negro

“The Reagan Show” (2017)
74 min | Documentary | USA
Regista Sierra Pettengill, Pacho Velez
Sceneggiatori Josh Alexander, Francisco Bello, Pacho Velez
Attori principali Ronald Reagan, Nancy Reagan, Mikhail Gorbachev, George Bush
IMDb Rating 6.8

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