22 Maggio 2024 -

THE APPRENTICE (2024)
di Ali Abbasi

The Apprentice è stato un famosissimo programma della tv americana (poi importato per breve tempo anche da Sky Italia sotto l’egida, sigh!, di Flavio Briatore) dove l’allora imprenditore dell’immobiliare Donald J. Trump giudicava le performance di giovani aspiranti affaristi chiudendo la valutazione, quando negativa, con l’iconico «you’re fired (sei licenziato)». Nel documentario di Michael Moore Fahrenheit 11/9, seguito del ben più iconico Fahrenheit 9/11 anche Palma d’Oro a Cannes, si apprende che una delle molle che fecero scattare le mire politiche di Trump fu l’apprendere di non essere il più pagato nel roster degli artisti della NBC, ma di arrivare “solo” secondo dopo la giudice di X-Factor Gwen Stefani. In questo aneddoto apparentemente marginale si trova il nucleo emotivo di un personaggio, alla stregua del “nostro” apripista Silvio Berlusconi, prima solo imprenditore dalle alterne fortune e poi simbolo stesso del decadimento populista delle istituzioni democratiche occidentali e del grado d’informazione e percezione della realtà delle masse chiamate, ormai con percentuali sempre più basse, al voto. Non sorprende, dunque, che alla stregua de Il caimano morettiano, uscito nei mesi precedenti al secondo scontro tra Berlusconi e Prodi del 2006 (vinto poi da quest’ultimo con una percentuale talmente risicata da formare poi un governo soggetto di caduta ad ogni spiffero di vento), arrivi in Concorso al 77mo Festival di Cannes prima, e nelle sale di tutto il mondo poi, un film che racconti e indaghi le origini umane ed economiche del magnate che probabilmente rivincerà le elezioni presidenziali USA del prossimo novembre contro il presidente democratico in carica Joe Biden, e che nuovamente e più di chiunque altro, come preconizza anche Francis Ford Coppola nel suo megalitico Megalopolis, contribuirà allo sfacelo dell’impero e della democrazia americana. Il regista è il naturalizzato danese di origini iraniane Ali Abbasi e il titolo è proprio The Apprentice, opera che si concentra sulle origini e sulla gioventù di Trump, arrivando pressappoco ai suoi quarant’anni e al finire degli anni Ottanta. Mentre Moretti imbastiva una metanarrazione che girava (anche) intorno al mistero dell’iniziale e subitanea pioggia di denaro che trasforma un giovane piazzista nel più grande palazzinaro italiano, qui siamo nei confini ben più marcati del sottogenere biopic, dove tutto è più chiaro ed espresso senza infingimenti. L’idea più riuscita di un film per larghi tratti canonico è semmai quella di collegare l’ascesa inarrestabile del giovane Donald al declino del principe maligno del foro Roy Cohn, vero e proprio Palpatine starwarsiano e mentore di un’amoralità spregiudicata, vera e propria sintesi dell’ultracapitalismo senza regole dell’epoca reaganiana.
Cohn, nel film incarnato da un perfetto Jeremy Strong, era già stato interpretato nei primi Duemila da Al Pacino in Angels in America, la miniserie diretta da Mike Nichols sull’arrivo dell’AIDS nell’edonistica società newyorkese degli Eighties, epocale perché segnò il vero e proprio inizio della Prestige/Peak Tv che avrebbe segnato indelebilmente i due decenni successivi togliendo forza, denaro e star al comparto cimematografico. È questo il “segreto” del personaggio: ultraconservatore, collaboratore del senatore McCarthy nella “caccia alle streghe” anticomunista degli anni Cinquanta, avvocato di grido disposto letteralmente a qualunque cosa pur di vincere una causa, ma al contempo omosessuale in segreto e tra i primi “celebri” a contrarre l’AIDS e a morirne, nel corso del 1986. Il giovane Trump, qui interpretato senza troppi svolazzi dal “winter soldier” Sebastian Stan, si rivolge a Cohn per una causa che lo coinvolge, e che in caso di sconfitta gli stroncherebbe precocemente la carriera imprenditoriale. In poco tempo diventa una sorta di figlioccio/padawan, appunto, e gli vengono impartite (un po’ facile desumerle dal comportamento successivo del tycoon, ma tant’è) le tre regole che ne segneranno l’agire, in primis politico: 1) Attacca, attacca, attacca. Se qualcuno ti accusa, tu attaccalo; 2) Non ammettere mai niente; 3) Non riconoscere mai una sconfitta. Trump imparerà la lezione talmente a menadito da scaricare il suo mentore alle prime avvisaglie di debolezza, dopo averlo visto per caso sodomizzato durante un’orgia omosessuale in una sfarzosa festa da lui organizzata e averne intuito presto l’origine dei problemi di salute. L’umanizzazione progressiva di Cohn, culminante in un doloroso monologo d’addio alla sua festa di compleanno che Strong padroneggia con calibrato pudore, è inversamente proporzionale alla trasformazione di Trump in icona bidimensionale, sempre più simile a una caricatura e sempre più vuoto di sentimenti e contenuti. È questa la seconda idea portante dell’architrave narrativa messa in piedi da Abbasi e dal suo sceneggiatore Gabriel Sherman: Sebastian Stan, nel corso dei decenni, assomiglia sempre più al “vero” Trump, e questo accrescimento di somiglianza fisica è accompagnato da un progressivo allontanamento dal personaggio, che nella seconda parte diventa sempre più sfuggente, dai comportamenti poco comprensibili, un uomo “del fare” che rinuncia definitivamente alla riflessione e alla ponderazione. Questo approccio funziona? Parzialmente. Il regista carica e dona personalità al contesto attraverso la curata (e un filo didascalica) fotografia di Kasper Tuxen, che “sporca” gli anni Settanta con la grana della pellicola e toni caldi tendenti all’arancio, mentre illumina gli anni Ottanta come se si stesse assistendo ad un programma televisivo d’epoca, con luci forti e definizione da Vhs.

Lo spunto iniziale sembra preso pari pari da W. di Oliver Stone, la cinebiografia dedicata al precedente presidente repubblicano riuscito a trionfare alle elezioni, George W. Bush jr : un irrisolto e castrante senso d’inferiorità verso l’autorità paterna, moloch sempre insoddisfatto dal quale è difficile farsi apprezzare. Indubbiamente un topos narrativo standard, ma noi vediamo in questa simultaneità un preciso riferimento ai danni inferti dalla mascolinità tossica, danni che colpiscono parimenti donne e uomini, e questi ultimi in maniera più subdola e (forse) psicologicamente insanabile. I destini di una nazione imperiale affidati a sperduti ed eterni figli perennemente impegnati a ipercompensare, una linea d’analisi che, ma non è questa la sede, meriterebbe approfondimenti più dettagliati e corposi; ecco a cosa serve l’impianto democratico, sempre più decadente per consunzione e ipercriticismo, a mettere lacci e lacciuoli al capo irresponsabile ed eterno discolo senza senso dello Stato e senso di cosa voglia dire guidare una comunità di persone. Ancora una volta Coppola, ancora una volta Megalopolis, opera che sarà impossibile non richiamare in causa nei prossimi decenni ogni volta che si parlerà di politica e di gestione del potere, tout-court e americana nello specifico. Dopo i mostri al confine (Border) e i mostri fiancheggiati e appoggiati da una cultura statale deteriore (Holy Spider), ecco i mostri al potere, seduti sullo scranno più alto, in un percorso registico in realtà molto più coerente di quello che possa sembrare ad un primo sguardo: Ali Abbasi, già dal suo esordio Shelley, ha sempre cercato d’indagare le distorsioni insite in ogni rapporto gerarchico, sia esso reale o presunto.
Come si è già detto in precedenza, il vero fine di The Apprentice è di rivoltare gli anni Ottanta come un calzino: in superficie yuppie, bubble culture e benessere, in profondità l’eroina e l’AIDS come rimosso, l’intero mondo occidentale che nega e si gira dall’altra parte, marginalizzando e ghettizzando con inquietante ipocrisia. Gli USA e l’Occidente sono come bambini, che si concentrano sulle estati felici e dimenticano le botte e gli abusi, e il nostalgismo di cui è oggi ancora protagonista quel terribile decennio di disuguaglianze sociali e gusci vuoti di plastica laccata testimonia ancora la pervicacia del massimo momento di soft power statunitense, degli Stallone che a cazzotti e mitragliate vincono la Guerra Fredda e si prendono la rivincita in Vietnam, e delle mode di riporto ostentate come affrancamento, anche in Italia, da un passato agricolo e piccolissimo borghese. Riesce nel suo intento? In parte, perché è come se mancasse il coraggio di portare il discorso fino in fondo (e nonostante questo gli avvocati di Trump già minacciano battaglie legali): a una scena di stupro della moglie Ivana che ricorda molto la celeberrima “scena del burro” di Ultimo tango a Parigi non seguono poi altrettanto esplicite raffigurazioni della sua ascesa e delle susseguenti difficoltà economiche, che si limitano a succedersi e ad accadere sullo schermo.
Per un personaggio, insomma, che il cinema ha sfruttato da sempre (ricordiamo la caricatura Daniel Clamp in Gremlins 2 e l’apparizione del vero Donald in Mamma, ho riperso l’aereo, entrambi dell’inizio degli anni Novanta), l’arrivo del biopic “ufficiale” era foriero di alte aspettative, indubbiamente alimentate dalla selezione nella vetrina principale della Croisette 2024. Un film con grandi potenzialità, con un cappello “importante” come quello di Cannes, con tre Paesi (Danimarca, Canada, Irlanda) a produrre e almeno altrettanti (l’Iran di Abbasi, gli Stati Uniti “primi diretti interessati” di Sherman, ma probabilmente anche la Romania di Stan, e in generale l’Europa e non solo) a riflettere, con in mano un tema “caldo” ed esplosivo su un personaggio al tempo scomodo, decisivo e simbolico. E proprio per questo una delusione, per lo meno parziale, di fronte ai suoi passi indietro. L’immagine finale, che qui non vogliamo anticipare, proietta un’ombra inquietante sul futuro e riscatta parzialmente la stinta mezz’ora conclusiva: l’evento più iconico del XXI secolo per gli Usa e per l’Occidente tutto, quello che ha riempito di paura e favorito le svolte autoritarie e di controllo, è la vera origine delle fortune elettorali del populista per eccellenza, che inganna la borghesia e il sottoproletariato bianco con promesse che non potranno mai avere piena realizzazione. “Make America Great Again”, ma a quando risale quell’Again? Agli anni Ottanta, Cinquanta, Venti, alla fine dell’Ottocento e alla gloriosa epoca della conquista dell’Ovest e dei pionieri? Quanto indietro si deve andare perché l’arcadia inesistente possa tornare a dare i suoi frutti? Forse semplicemente fino al momento in cui un ex attore di film western degli anni Cinquanta, e che incarna quindi in sé tutte le epoche pre-elencate, diventa presidente e decide che è tempo di una deregulation totale e di consegnare il mondo agli squali. Donald Trump, l’ultimo degli squali generati dall’epoca Reagan, gode (anche) del consenso degli ultimi della Bible Belt: per chiudere ancora con Star Wars, d’altra parte citato proprio da Reagan all’epoca dello scudo spaziale, «è così che muore la democrazia. Sotto scroscianti applausi».

Donato D’Elia

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