24 Maggio 2024 -

THE SEED OF THE SACRED FIG (2024)
di Mohammad Rasoulof

Ha la stessa intensità di una Pietà michelangiolesca, il momento più potente e straziante di The seed of the sacred fig. Un volto tumefatto in una maschera di sangue, le pinzette per estrarre uno alla volta i pallini da caccia ancora incastrati nella carne, ma soprattutto l’inquadratura dal basso di un piano a due che annulla ogni rischio di pornografia del dolore, i controcampi sulle figlie, gli occhi che si gonfiano di lacrime. Una moglie e madre che capisce definitivamente quale sia, almeno nel privato, almeno nel pensiero, almeno nel cuore, la parte giusta da cui stare. Sempre fedele e devota al marito Iman, certo. E sempre ben attenta a garantire e a pretendere dalle figlie l’assoluta inattaccabilità di tutti i membri della famiglia che la posizione lavorativa e sociale del coniuge, appena promosso investigatore presso la procura del tribunale e quindi uomo esposto del sistema, prevede senza alcuna possibilità di sgarro. Eppure in lei nasce una nuova consapevolezza, quando si ritrova, brutalmente ferita nel salotto, quell’amica universitaria un po’ indocile e sbarazzina che lei stessa aveva chiesto alla figlia maggiore di evitare perché potenzialmente pericolosa, finita sotto il fuoco della polizia durante gli scontri di piazza scoppiati in seguito all’omicidio della ventiduenne Mahsa Amini. Quella stessa consapevolezza che l’universitaria Rezvan e la liceale Sana, le sue due figlie di sedici e diciotto anni che si scambiano via chat gli inequivocabili video amatoriali con cui la verità viaggia sui social sfuggendo al controllo e alla censura del regime, in maniera più epidermica o più profonda avevano già maturato da tempo, ma che lei, sospesa fra la sottomissione coniugale e la propaganda di regime ripetuta a pappagallo dalla televisione – «è morta di un attacco di cuore», o ancora «l’hijab è un ordine di Dio» –, continuava a rifiutare e a non accettare nemmeno nella sua evidenza. Le serve una ragazza dell’età di sua figlia insanguinata sul pavimento, che se si facesse portare in ospedale verrebbe arrestata e con ogni probabilità condannata a morte senza avere fatto assolutamente nulla, per aprire definitivamente gli occhi sulle brutalità e sulle menzogne del regime, e per non potere più fare a meno di uno scatto di coscienza. Le serve prendersene cura personalmente, soffrendo e piangendo della sua sofferenza, e commettendo consapevolmente un reato di favoreggiamento e di omessa denuncia per cui quello Stato che il marito, e quindi la famiglia, rappresenta, potrebbe tranquillamente decidere di lapidare pure lei. Rigorosamente di nascosto dal consorte, s’intende, e anzi facendo in modo di portarla al dormitorio ben prima del possibile ritorno di Iman dal lavoro. Ma ormai la crepa si è aperta, e non potrà fare altro che allargarsi come cerchi concentrici nell’acqua. Una crepa fra le tante di quello che sarà evidentemente l’ultimo film realizzato in Iran per chissà quanto tempo dall’oppositore politico Mohammad Rasoulof, fuggito pochi giorni fa in Europa giusto in tempo per evitare la condanna definitiva a otto anni di carcere con frustate, e che dalla Costa Azzurra del 77mo Festival di Cannes dà in qualche modo un nuovo calcio di inizio apolide alla sua vita e alla sua carriera. Presentando come (pen)ultimo film del concorso un lavoro che nel suo titolo poetico guarda metaforicamente allo spargersi dei semi del ficus religiosa attecchendo allo stesso modo su terriccio, muschi e talee proprio come le storture del regime attecchiscono trasversalmente e nei modi più impensabili, ma che poi non avrà spazio per alleggerire la sua urgenza politica con allegorie e assunti poetici, e anzi non farà alcun tipo di sconto in un neorealismo di quotidiana pressione e di quotidiana resistenza che via via scivolerà verso una spirale di crescente paranoia, per poi virare decisamente nell’ultima parte verso un thriller – quasi western, quasi horror – che guarda apertamente dalle parti degli spazi aperti e abbandonati delle rese dei conti finali di Alfred Hitchcock (o forse di Shining, o forse di Sam Peckinpah…), e che non potrà che concludersi allo stesso modo.

Del resto, come sosteneva Anton Čechov, «se in un racconto appare una pistola, prima o poi deve necessariamente sparare», e The seed of the sacred fig questa pistola la mostra subito, fin dalla prima sequenza, assegnata «per sicurezza» a Iman insieme al suo nuovo distintivo e ai suoi nuovi compiti. Un marito e padre di famiglia che inizialmente, ma per molto (troppo) poco, potrebbe quasi sembrare a sua volta una sostanziale vittima, per quanto “interna”, del sistema, in definitiva un brav’uomo (per il contesto) nemmeno troppo severo e alle prese con i dilemmi di coscienza per quelle carte che viene obbligato a controfirmare sancendo senza indagini la salita al patibolo di probabili innocenti. Ma che sin da subito, a partire dalla sua capacità di mentire per quasi vent’anni alle figlie che non avevano mai saputo quale fosse il suo mestiere, è evidente che se messo in discussione non potrà che finire per incarnare personalmente le storture del regime, per replicare le medesime prevaricazioni e torture, per esercitare, anche in famiglia, la medesima violenza dello Stato dittatoriale degli Āyatollāh di cui è (in)degno rappresentate. Passando inevitabilmente per la pistola, appunto, che sparisce e che poi ritorna, che si sdoppia e che poi non potrà che far partire un colpo. Una pistola che forse qualcuno in casa ha preso dalla fondina o che forse è stata dimenticata da qualche parte, una pistola su cui forse qualcuno sta mentendo o forse no, una pistola per cui si rischiano la reputazione e quattro anni di carcere, una pistola per cui impazzire. Un’altra crepa fra le molte crepe, forse la più decisiva per il crollo di un equilibrio e di una felicità solo apparenti, da cui non potrà che emergere ancora una volta il Male (che come dimostrato a dispetto del suo titolo dal film precedente di Rasoulof Orso d’Oro a Berlino 2020 esiste eccome, e si manifesta multiforme anche nelle situazioni più impensabili) per trascinare via tutto ciò che sembra scontato. Una parabola netta, nitidissima (forse addirittura fin troppo, come vedremo), che parte dai differenti punti di vista (di un padre pedina dell’apparato della dittatura e quindi inevitabilmente colluso, ‘sporco’ della stessa pece, ma soprattutto delle donne necessario fulcro del discorso politico del regista persiano – «come si può morire per un vestito?» – nel loro progressivo rifiuto dell’autorità patriarcale e teocratica del capofamiglia, fra una madre progressista ma non impulsiva, apparentemente mansueta e invece pronta a sfoderare gli artigli, nettamente più legata alla tradizione islamica ma che nel trauma si rende conto della realtà e smette di credere alle manipolazioni, e le sue figlie, una ancora adolescente che intuisce e un’altra più matura che ci aggiunge sprazzi di dialettica e di vis polemica, rappresentanti dello spirito ribelle delle nuove generazioni) e che poi lavora di azioni e di reazioni, di piccole e grandi gocce che porteranno il vaso (di Pandora) a traboccare, di menzogne televisive e di informazioni indipendenti sui cellulari, di proteste di piazza e di violente repressioni, di smalto per le unghie (da togliere prima che il padre torni a casa, s’intende) e di ciocche di capelli che escono dal velo, di inseguimenti in moto e di scotch con cui accecare le fotocamere di cellulari che vengono comunque sequestrati. Di minacce all’incolumità dell’intera famiglia e di ingannevoli altoparlanti nella notte, con cui rinchiudere, liberare, sparare. Sprofondare, forse.

Eppure, a costo di passare per guastafeste nell’entusiasmo generale con cui il film è stato accolto al Grand Theatre Lumière, e senza nulla togliere all’encomiabile lavoro sui generi cinematografici, alla puntualità sul contemporaneo (compresi i reali video amatoriali degli scontri di piazza che, in qualsiasi pasta e formato, irrompono sullo schermo a raccontare la verità negata dall’apparato di menzogne e censure di Stato) e all’impellenza antikhomeinista di The seed of the sacred fig, viene più volte in mente Jean-Luc Godard con il suo ammonimento alla necessità di smetterla di fare film politici per fare piuttosto film in maniera politica, vedendo questo nuovo lavoro di Rasoulof. Un film che dice tanto ma con una sola tesi, e che nel suo correre diritto verso l’evidenza della sua argomentazione e verso quelle massime conseguenze che, a ben vedere, sono sin dalla primissima increspatura l’unico possibile punto di approdo della vicenda, procede per accumulo di dettagli e di sfaccettature del regime per dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio da una parte l’impossibilità di esserne davvero estranei e innocenti, e dall’altra la necessità, femminile ma non solo, di prendere coscienza e di combatterlo, o per lo meno di resistere. Un film intento a enumerare ogni possibile aspetto di un’oppressione ma che di fatto non la problematizza, non la stratifica, non cerca mai la contraddizione e la dialettica. Rimane semplicemente lì, saldo nelle sue idee – più che condivisibili, anzi sacrosante, ma non è questo il punto – e si limita a suddividere eventi e personaggi in buoni e cattivi senza reali toni di grigio che non siano un sostanziale interruttore on/off, né concede loro (dettaglio particolarmente beffardo, quando si mette in scena un uomo di legge) alcun tipo di possibilità d’appello. Da una parte uomini che possono anche sforzarsi per fingere di essere morbidi ma che al di là dell’ipocrisia non possono (né vogliono) davvero rinunciare all’indole e al potere connaturati alla cultura in cui sono nati e cresciuti, e dall’altra donne di tutte le generazioni, unica possibile speranza per il futuro, a cui basta una scintilla per annullare decenni di manipolazioni e rendersi improvvisamente conto di essere stufe di subire i loro soprusi. Il che non è certo poco, e sicuramente conferma il talento e l’aperta sfida al regime iraniano di un autore dalle intenzioni cristalline. Però finisce anche per fare di The seed of the sacred fig un (“solo” bel) film politico quando, con qualche chiaroscuro e piccolo dubbio in più, e magari con qualche forzatura e qualche eccesso in meno, sarebbe potuto essere un (ottimo, straordinario, sublime) film fatto in maniera politica. Poi magari porterà a casa la Palma d’Oro, e nonostante la presenza in concorso di cose migliori non sarebbe affatto uno scandalo. Un premio importante, del resto, è pressoché certo, sia per lanciare un (ulteriore) messaggio di libertà sia perché, per talento e per fortuna, quello di Rasoulof è oggettivamente un bel film. Un film “giusto”, interessante, incalzante, girato benissimo nonostante le ovvie limitazioni date dalla necessità di lavorare nascosti dalle autorità, e pregio non da poco che vola letteralmente via nonostante le sue quasi tre ore. Ma un po’ di retrogusto amaro in bocca lo lascia lo stesso, perché per fare un ulteriore e definitivo salto di qualità intellettuale sarebbe bastato davvero poco.

Marco Romagna

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