19 Maggio 2024 -

CAUGHT BY THE TIDES (2024)
di Jiǎ Zhāngkē

Non ha mai potuto prescindere dal concetto di tempo, il cinema di malinconia e di costanti inarrestabili mutamenti pensato e messo in scena da Jia Zhang-ke. Un tempo che scorre, apparentemente flemmatico e invece esattamente all’opposto rapido, (ir)regolare e irreversibile, nella natura effimera dei luoghi e delle loro possibili storie, nell’eterna provvisorietà di ogni momento e di ogni condizione, nei prima e nei dopo di ogni porta girevole della vita così come nelle evoluzioni, ora positive e ora devastanti, di una cultura e di una società. Un tempo a cui guardare lungo il suo farsi e nei suoi continui mettere alla prova; un tempo che ri-plasma nei suoi strappi, nelle sue fasi e nei suoi eventi privati, collettivi, minuscoli ed epocali, tanto i sentimenti umani quanto la Cina contemporanea, tanto le vite dei singoli quanto quella landa abnorme e lacerata che li ospita. Una nazione a cui Jia, da quasi trent’anni il più eminente esponente della (post)“sesta generazione” cinematografica mandarina, guarda come a un gigante smarrito, iper-popolato e socialmente iniquo, da dipingere nella sua incessante sospensione fra ieri e domani, fra l’arretratezza e la tecnologia, fra l’Oriente e l’Occidente, fra un falso comunismo e un sistema – dittatoriale – con il quale nessuno può evitare di dover fare i conti. Fra la millenaria tradizione rurale del Paese e i pochi decenni con cui la modernità capitalistica di Stato l’ha ripetutamente e a più riprese rovesciata, modificando radicalmente gli spazi, le abitudini, la mentalità e le vite di persone che non hanno alternative a trovare un nuovo modo di adattarsi. È per questo che, come si diceva, sin dagli esordi il cinema di Jia Zhang-ke (o, se si preferisce traslitterarlo in maniera ancora più fedele, Jiǎ Zhāngkē) non ha mai smesso di interrogarsi sul concetto di tempo e sui suoi effetti sulla medio-lunga distanza. Su quello che erano i personaggi e la nazione, su quello che sono diventati e magari su quello che diventeranno, fra i momenti più emblematici e dall’esito inevitabile (l’inizio della programmata transizione di Hong Kong verso Pechino della folgorante opera prima Xiao Wu, oppure l’inondazione programmata che nel 2006 ha cancellato e spostato intere città con la costruzione della Diga delle Tre Gole, prima al centro di Still life e poi già due volte ripresa come emblema del mutamento cui viene forzato anche il territorio) e, soprattutto, i lunghi archi temporali che sono diventati sua vera e propria cifra stilistica già dal successivo Platform la cui narrazione inizia nel 1979 per finire insieme agli anni Ottanta, poi radicalizzati da Jia nei tre distinti piani (1999-2014-2025) pensati nel 2015 di Mountains may depart e nei quasi vent’anni (2001-2018, prima e dopo il carcere della protagonista) lungo i quali nel 2018 si snodava la trama di Ash is the purest white – I figli del Fiume Giallo.

Un discorso, quello sul tempo, che in questo Caught by the tides con il quale Jia Zhang-ke torna per la quinta volta consecutiva nel concorso principale del Festival di Cannes regalando, come sempre, uno dei principali colpi al cuore dell’edizione, trova una sua stratificazione ulteriore e se possibile ancora più smaccatamente teorica, in cui il tempo è quello, come vedremo lunghissimo, di realizzazione del film, ma è anche quello che progressivamente segna i volti degli attori, è anche quello che trascorre in Cina dai telefoni fissi dei primi Duemila alle mascherine della pandemia di Covid e poi fino ai robot domestici del prossimo probabilissimo futuro, e soprattutto è anche quello di una filmografia che si è evoluta anche stilisticamente dal low-fi all’8k, senza mai smettere nel suo graduale allargarsi dal 4/3 al 2,40:1 di fotografare naturalmente lo scorrere degli anni, dei lustri e a lungo andare dei decenni. Testimone con il suo sguardo della rapidità forsennata di una mutazione inarrestabile e continua, che di volta in volta svela le ulteriori discrepanze rispetto ai tempi del film precedente, la successiva tappa di un percorso tecnologico, demografico e (anti)sociale, l’ingordigia sempre maggiore della società dei consumi e della finanza. Un progetto partorito e iniziato a girare già nel 2001 sul set di Unknown pleasures e poi portato avanti da Jia nel corso di più di vent’anni, come una sorta di Boyhood personale che parte da una sola intuizione ma geniale, ovvero quella di far emergere e attraversare lo scorrere del tempo non mediante la sua ricostruzione, ma attraverso la sua (solo apparentemente) incidentale documentazione “in diretta” inevitabilmente rimasta intrappolata sullo sfondo dei film da lui stesso realizzati (e tutti interpretati dalla moglie Zhao Tao, affiancata qui da Li Zhubin già co-protagonista dei “soli” Unknown pleasures, Still life e A touch of sin) lungo il corso pluriennale della sua coerente e (già) stratificata filmografia. Immagini di cui intessere un nuovo e radicale (ri)montaggio in contesti totalmente differenti dagli originali, in cui sequenze estrapolate da (quasi) tutti i precedenti film del regista si intrecciano insieme a dietro le quinte, fuoricampo, scene al tempo scartate e immagini del tutto inedite girate nel corso degli anni sui set pensando specificatamente al loro utilizzo in questo film. Fino all’ultima mezz’ora, questa sì scritta e messa in scena ex-novo e solo dopo la pandemia, nella quale ancora una volta chiudere (?) poeticamente la parabola dei non più giovani amanti, o per lo meno un altro suo capitolo, proprio quando inizia a fioccare la neve. Del resto, oggi come ieri, che cos’è lo specifico filmico che rende peculiare il cinema se non l’arte del montaggio (e quindi della manipolazione dello sguardo e, ancora una volta, del tempo)? Una vera e propria (ri)scrittura che parte da una timeline ancora intonsa in cui tutto il materiale, a prescindere dalla sua genesi, diventa fondamentale tassello di una narrazione del tutto nuova e indipendente, così come del tutto nuovo e indipendente rispetto al loro primo utilizzo è il senso narrativo ed emotivo degli spezzoni, la loro funzione metaforica, perfino il loro genere cinematografico.

Il risultato è una straordinaria babele di stili, di tecnologie, di cambi di pasta e di sbalzi di formato, in cui (re)immaginare ancora una volta una sofferta storia d’amore lungo il flusso dei decenni mentre più volte il rapporto muta pelle proprio come muta pelle la Cina. Fra avvicinamenti e litigi, fra abbandoni e inseguimenti, fra tentativi di alzarsi e spinte indietro, fra un vano rincorrersi e un oramai inaspettato ritrovarsi. Fra una borsa della spesa e una scarpa da allacciare amorevolmente a chi non riesce più a farlo da solo. Una trama necessariamente semplice e minimale, appena abbozzata ma non per questo meno profonda, nella quale Jia Zhang-ke (ri)compone un’altra storia da cui lasciare emergere la forzata e incessante crescita demografica, tecnologica e capitalista di un Paese ogni volta irriconoscibile, riutilizzando in gran parte frammenti, canzoni, dialoghi, danze e silenzi del passato (soprattutto i silenzi, con la protagonista che si concede un solo grido finale dopo aver subito parole per tutta la vita) da destrutturare e ri-declinare in una miniDV che diventa pellicola, telecinema, DVD e restauro UHD, in una telefonata che diventa SMS e poi video di TikTok sullo smartphone, in un treno che parte lento e squadrato per ritornare aerodinamico e velocissimo, in una porzione di noodles che diventa McDonald’s o KFC, in una Vespa che diventa scooter elettrico. In una canzone popolare tramandata per generazioni e cantata dalle cameriere che già vent’anni fa diventava una sfilata di moda o una serata ‘occidentale’ in discoteca, che ora sono i bambini con le magliette di Messi e Ronaldo e che ben presto sarà un maggiordomo elettronico in grado di leggere la felicità o la tristezza nel fondo degli occhi degli umani. Passando per Pechino eletta nel 2008 sede delle Olimpiadi, per le luci colorate dei neon che si riflettono sull’asfalto al posto delle lanterne, e ancora una volta per le Tre Gole sul Fiume Giallo come luogo magnifico e visto letteralmente scomparire per intervento dell’uomo. Passando per un palazzone industriale o per una centrale nucleare che spezzano le linee della Natura, magari solo in attesa che la diga porti il livello dell’acqua ai fatidici 156,3 metri inondandoli insieme a tutte la case della città, mentre più di un milione di persone proletarie verrà preso e trasferito come se fosse carne da macello. Un omaggio commosso e malinconicissimo che Jia dedica apertamente alla “generazione romantica” (questo il significato del titolo originale cinese 风流一代, traslitterabile come Fēngliú yīdài), “catturata dalle maree” di quello internazionale proprio come gli amanti infelici sono “catturati dalle maree” di quella Cina che li sfrutta, li vampirizza e li svuota come pedine sacrificabili sull’altare della ricchezza di pochi, proprio come le immagini di un’intera filmografia sono “catturate dalle maree” di un nuovo flusso narrativo in cui ridare loro nuova storia, nuova forma e nuova vita, proprio come la Cina è “catturata dalle maree” dei piani statali con cui spingersi sempre più smodatamente verso i sistemi dell’Occidente, sempre più potente sullo scacchiere geopolitico ed economico mondiale eppure sempre meno sicura della propria millenaria identità. Proprio come, a ben vedere, è anche il tempo stesso a venire “catturato dalle maree” del futuro che all’improvviso è già diventato ricordo a sua volta destinato a scolorare, della speranza che è già diventata disillusione, dalla passione che è già diventata rimpianto, dolore, malinconia, solitudine. O forse solo l’ennesima attesa. Perché il tempo avrà anche mille difetti, ma se gli si dà fiducia, a volte, sa anche essere galantuomo.

Marco Romagna

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