16 Maggio 2024 -

THE GIRL WITH THE NEEDLE (2024)
di Magnus von Horn

Sarebbe estremamente riduttivo raccontare The girl with the needle, dolorosissima opera terza con cui lo svedese Magnus von Horn debutta nel concorso di Cannes77 riprendendosi quattro anni dopo quella selezione ufficiale strappatagli dal Covid nel 2020 di Sweat, semplicemente come la storia vera di Dagmar Overbye, serial killer responsabile fra il 1913 e il 1920 della morte di un numero imprecisato di neonati (compreso almeno uno partorito da lei stessa) che fingeva di dare in adozione, e prima fra le uniche tre donne condannate a morte (anche se la pena fu poi commutata in ergastolo) nella Danimarca del Ventesimo Secolo. Certo, ovviamente c’è il suo personaggio, c’è la sua ipocrisia nel fingersi cortese e disponibile con le ragazze madri o le donne vedove di guerra che, in un Paese ancora ben lontano dal diritto all’aborto (ma pure dagli assegni di reversibilità, specialmente senza avere in mano un certificato di morte del marito disperso in guerra), non potevano in alcun modo permettersi di tenere i bambini. C’è il suo negozio di dolciumi per diversi anni perfetta base e copertura per il traffico di minori, c’è il suo «hai fatto la cosa giusta» ripetuto ogni volta quasi come un mantra al rimorso e al senso materno di chi le affida i bambini, e poi c’è la sua personalissima visione della colpa commessa, vero e proprio ribaltamento morale che al momento del processo ridiscuterà dalle fondamenta tutto il senso di quello che si è visto. Eppure, a partire dalla scelta di von Horn di tenere al centro del suo sguardo non l’omicida, ma una delle ragazze che in piena buona fede le affida la sua pargoletta e, potendola pagare solo con il proprio latte, finisce per diventarne per breve tempo inconsapevole complice, e proseguendo poi con la scelta etica di non mostrare l’orrore che i pianti sempre più forti e infine interrotti del sonoro rendono inequivocabile al termine del lento e atroce disvelamento, ma anche con quella maschera con cui il redivivo e sfigurato marito Peter pudicamente nasconde le sue difficoltà a mangiare con la bocca menomata, The girl with the needle è forse prima di tutto un film sul fuori campo, sul non visto e sul non detto, sul desiderato e sul temuto, sull’inevitabile e sulla fiducia malriposta, sull’anaffettività e sul sentimento umano, su un dolore così lancinante che nemmeno la morfina, i barbiturici o il cloroformio possono in alcun modo lenire. Sul mostruoso che si nasconde nella società, di ieri ma anche di oggi. Un film per sinossi potenzialmente rischiosissimo e invece più che mai lontano dal compiacimento dalla zona Fatih Akin, magari prevedibile e magari con qualcosa di pretestuoso ma senza dubbio affascinante, che si apre su volti proiettati su altri volti, a trasfigurarli, a contorcerli, a renderli terrificanti e appunto mostruosi, per poi popolarsi di streghe dissimulate in un’aria rassicurante di gentilezza e disponibilità e di deformi fenomeni da baraccone (con tanto di citazione della tavolata del capolavoro di Tod Browning, Freaks, che fa il paio con quella iniziale dei fratelli Lumiére de La sortie de l’usine Lumière primo esempio in assoluto di cinema) che esattamente all’opposto, anche quando respinti, traditi e abbandonati, anche quando è troppo tardi, non riescono a smettere di amare, rivelandosi forse gli unici veri puri di cuore. Un film di sconfitte, di emarginazioni, di rimpianti, di disperazioni, come un intreccio di gironi infernali senza apparente via d’uscita in cui illudersi e poi perdere tutto, fino a quando non sarà un inaspettato atto d’amore e di speranza a spezzare la catena di afflizioni e a fare di nuovo scorgere, per lo meno nel finale, una piccola lama di luce in fondo al tunnel. Un film nel quale la vicenda di Dagmar Overbye nient’altro è che un punto di partenza, un evento paradigmatico dal quale ramificarsi verso le sue possibili stratificazioni di senso, verso l’universale della condizione femminile, della maternità, della cecità sociale, del senso di colpa. E forse anche del cinema, nel quale le due protagoniste si ritrovano a ridere strafatte. Anche perché, a ben vedere, che cos’era se non recitazione e messa in scena la capacità della serial killer di sfruttare le difficoltà e l’angoscia delle ragazze madri per conquistare la loro fiducia, e rimandarle a casa convinte che il loro bambino avrebbe fatto una vita nettamente migliore della loro, affidato a qualche medico o avvocato?

Un cinema che, al di là di qualche pennellata d’accademia che forse qua e là fa capolino dai chiaroscuri delle inquadrature di questo Pigen med nålen (in realtà tipica della contemporaneità autoriale polacca, Paese co-produttore e nel quale von Horn si è formato alla Film School di Łódź, e anzi in questo caso le scelte stilistiche e linguistiche sono assolutamente funzionali e mai semplicemente ammiccanti), il regista svedese evidentemente ben conosce e ben sa rielaborare. Fra le citazioni più esplicite di cui di diceva poc’anzi e i sospiri più o meno evidenti al Bergman di Persona e al primo David Lynch (le atmosfere e le figure che emergono dal buio di Eraserhead, e ancor di più il marito Peter tornato sfigurato dalla guerra che tanto ricorda The Elephant Man); fra la potenza espressiva scura e ipercontrastata nel soffocante formato 1,50:1 della curatissima (ma mai meramente estetizzante) fotografia in bianco e nero e i dettagli concitati, da qualche parte fra Berlino – Sinfonia di una grande città e À propos de Nice, del montaggio serrato che mette in scena il momento del lavoro in sartoria; fra gli elaborati movimenti di macchina che si alternano al rigoroso pudore dei totali in camera fissa e la dimensione cupa, ma non per questo meno fiabesca, nel caratterizzare una strega assassina di bambini tanto ammaliante quanto brutale. Una figura apparentemente affabile, cordiale, persino intenerente nel suo offrire aiuto a chiunque fosse alle prese con una gravidanza indesiderata, e invece una macchina di morte sanguinaria e spietata nel «risolvere il problema» in un tombino o nella stufa di casa. Una donna indubbiamente identificabile con il Male, eppure, per quanto a suo modo e in maniera contorta, convinta di agire per il Bene, verso la quale von Horn non è mai giudicante così come non è in alcun modo compiaciuto nei momenti in cui il climax del disvelamento gli impone di mettere in scena, lasciando appunto ai limiti del campo, un paio dei suoi ultimi infanticidi. Tenta al contrario di capirla, e in qualche modo di empatizzare anche con lei e con il suo personale dolore esistenziale, con i suoi ragionamenti del tutto inumani eppure logicissimi, indubbiamente carnefice eppure altra vittima fra le tante di una società che non lasciava (e troppo spesso in troppe zone del mondo e a prescindere dalle leggi in vigore tutt’ora non lascia, ma non è questa la sede per dilungarsi su quanto sia sacrosanto per una donna il diritto all’aborto: lo si dà per scontato) altra possibilità di scelta. Una donna che, quasi sempre accompagnata dalla piccola e biondissima Erena che dice essere sua figlia, sembra alle altre donne l’unico appiglio, una figura di cui fidarsi ciecamente, soprattutto nel momento della disperazione. Fino magari a ritrovarsi involontariamente complici, come la protagonista Karoline, fra latte materno e gocce con cui «rilassarsi», fra amiche con lo stesso “problema” e un pedinamento che svelerà l’orrore. È per questo che incomincia sin da subito la sua personale discesa agli inferi, dolce, ingenua e sfortunata “ragazza con l’ago” di una sartoria e dei ferri da maglia, di una siringa e di un uncinetto. Un marito mai tornato dalla Prima Guerra Mondiale e che presume morto, la morosità sull’affitto della casa da cui viene sfrattata, il sostanziale pollaio al secondo piano in cui si ritrova a vivere fra il soffitto che gocciola e un secchio in mezzo alla stanza al posto del gabinetto. E poi il suo lavoro nella fabbrica di tessuti, che prima le fa sognare un cambio di vita e di classe sociale quando il ricco proprietario si innamora di lei, e poi le sgretola ancora di più la vita fra le dita quando rimane incinta e la contessa madre di lui gli impone, pena diseredarlo, di lasciarla e di licenziarla. Passando per quel ferro da calza in un bagno pubblico con cui questa volta L’événement non funziona: servirà solo a finire nella “rete di adozioni” della gentile venditrice di dolciumi Dagmar Overbye. Ma anche passando per l’inaspettato e inizialmente devastante ritorno del marito Peter, sfigurato e reso impotente dalla guerra e ora mostro dipendente dalla morfina che si esibisce al circo, prima respinto alla ricerca della «nuova vita» quando ancora l’altro uomo non ha preferito i soldi all’amore, e poi di nuovo baciato in attesa di lasciarlo di nuovo solo e senza più quella bambina che, seppure non sua, avrebbe tenuto tanto volentieri. Salvo poi riscoprirlo, a tempo debito, fondamentale appiglio per ricominciare, per riaccendere, dopo quasi due ore di dolore ai limiti dell’insostenibile, una piccola (o forse nemmeno così piccola) fiammella di speranza con cui riscoprire il calore di un abbraccio, di una famiglia, di un atto d’amore. L’umanità e i sentimenti come uniche possibili via d’uscita da una spirale di sofferenza e di frustrazione, di emarginazione e di solitudine, di povertà e di morte. Di una bambina traumatizzata e ormai sola all’orfanotrofio, che magari non si potrà più allattare al seno come un tempo e a dispetto della sua età, ma a cui si può ancora scegliere di regalare un nuovo futuro. Insieme e forse per la prima volta sorridenti, finalmente votate alla vita, finalmente di fronte a un orizzonte.

Marco Romagna

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