20 novembre 2018 -

STELLASTREGA (2018)
di Federico Sfascia

«Se non hai i soldi, non li fare i film». Con conseguente invito, declinato nella maniera più politicamente scorretta possibile, ad andare a mendicare di fronte a un centro commerciale. Non usa molti giri di parole Federico Sfascia quando manda un messaggio. Preferisce andare direttamente al punto, con franchezza, con sincerità. Omettendo il destinatario, magari, ma in questo caso non serve specificarlo. Perché è proprio questo il punto di StellaStrega: omettere Alex Visani, il sedicente produttore che trasformò il set di Alienween in una surreale odissea fra incompetenza, totale mancanza di fondi, promesse non mantenute e disorganizzazione – compresa un’incresciosa presa diretta dell’audio – ai limiti del sabotaggio. Serviva allontanarlo, eliderlo, dimenticarselo, anche a costo di cancellare il film fatto insieme, di riscriverlo e rimontarlo, di cambiargli titolo e parte della trama per consegnarlo a nuova e indipendente vita, ancora più bello, ancora più libero, ancora più anarchico, ancora più scorretto, ancora più folle. Non c’è più il titolo ideato da Visani, non ci sono più le limitazioni e i didascalismi che aveva imposto alla trama costruita da Sfascia rimodellando quello che era il suo (orribile) trattamento originario, e soprattutto non c’è più il logo della sua Empire Video con la quale ha lanciato (ovviamente male, con una fallimentare edizione dall’imbarazzante pressapochismo) Alienween sul mercato DVD statunitense.
C’è in cambio, però, l’ennesima dimostrazione per molti versi teorica che sul tavolo di montaggio si può rivoltare un film fino a renderlo del tutto un altro film, completamente nuovo ben al di là dei pochi minuti rigirati e delle effettive migliorie di ritmo e di qualità degli effetti speciali. Ed è proprio su questo, sul raffronto, sui dettagli, sulla ben precisa natura dell’operazione, che il vecchio/nuovo lavoro di Sfascia, ancor più scheggia impazzita e bomba a mano che come una boccata d’ossigeno risponde con l’artigianato, con le intuizioni più folli e originali e con l’irriverenza più sfacciata a un cinema, quello italiano, per il resto sempre più arroccato in un’asfittica mediocrità, merita maggiormente che si approfondisca l’analisi. Potrebbero venire in mente le diverse versioni di Blade Runner, di fronte ad “Alienween diventato StellaStrega”, oppure si potrebbe pensare a George Lucas, quando decise – sbagliando – di ritoccare a distanza di vent’anni i primi Star Wars con l’ausilio della sopraggiunta computer grafica. Ma si cadrebbe in errore, perché completamente differenti sono la genesi e la ragion d’essere del quarto – e non terzo/bis – lungometraggio di Federico Sfascia.
Così come è chiaro a tutti, anche senza dirne il nome, a chi sia dedicato il veleno della frase pronunciata in apertura dell’inedito prologo di StellaStrega dalla decerebrata youtuber (o meglio, “u-tuner”, nei social reinventati e attaccati nella loro componente più idiota da quell’immaginario che nel corso del primissimo screen test pubblico bolognese i Licaoni Giovani hanno scherzosamente ribattezzato “Sfascia Cinematic Universe”), è chiaro a tutti anche come il primario senso dell’operazione, definita dallo stesso autore di Foligno un ibrido fra un reboot e un director’s cut, sia quello di una riappropriazione, di un ritorno a un film sofferto per poterlo, dopo due anni di incazzature, ripensamenti, rimpianti e rimontaggi, realmente (ri)fare proprio. StellaStrega è molto più di una “versione riveduta e corretta” di Alienween: è, finalmente, il “vero” film di Federico Sfascia, quello che avrebbe voluto fare sin dall’inizio, quello realmente partorito dal suo irresistibile e visionario talento. L’unico che a questo punto è disposto a riconoscere. Un film anarchico, resistente, eretico, orgogliosamente folle, figlio di una genuina passione e dell’aspetto ludico del cinema, fondato sul divertirsi insieme, da gruppo di amici e da gruppo di artisti, fra cazzeggio e sovversione arrangiandosi nelle difficoltà, come a ricordare alla macchina industriale con la violenza di uno schiaffo in piena faccia che i motivi per raccontare in immagini sono altri e ben lontani dall’economia, e che bastano l’inventiva e le capacità per sopperire – pur con enorme fatica – anche ai budget più risibili. Il che, a due anni da Alienween e con in mezzo una profonda stima diventata splendida amicizia con Federico, non è più una sorpresa, ma una sempre più radicata e felice conferma.

StellaStrega, di ciò che fu lo “sfasciato” Alienween, ha ancora più o meno la stessa storia, conserva più o meno gli stessi dialoghi e usa in larghissima parte le stesse riprese, eppure come detto è tutt’altro, ancor più personale e ancora più coerente con l’immaginario anime e fumetti di Federico Sfascia, senza dubbio più sensato con la risolutiva sottotrama delle streghe portate dalle comete, rinvigorito dalle nuove e più centrate musiche e ancor più profondo e coeso nei suoi istanti melodrammatici. Ancora più ritmato rispetto al suo antenato con i piccoli chiasmi e i tagli quasi impercettibili di quelli che erano ogni leggera lungaggine e l’unico pericoloso lambire la retorica, quello rimontato dal geniale regista di Foligno è un film che conserva tutte le intuizioni anarcoidi del lavoro precedente e anzi le moltiplica, ancora più curato nei dettagli – memorabile il trittico di quadretti Gesù-Mussolini-Padre Pio aggiunti alle spalle del padre del conduttore radiofonico che al momento del saluto del figlio spegne la radio per potersi concentrare sul suo giornalino porno, con quello del duce che nel dilagare dell’invasione/pandemia si ritroverà immancabilmente e non certo per caso a testa in giù – e con l’evidente marcia in più data dal tempo per elaborare ulteriormente gli effetti ottici a bassissimo costo, resi molto più luminosi ed efficaci nel loro contagio azzurrognolo. L’immaginario di Sfascia, come sempre rivolto a Sam Raimi, John Carpenter, Tim Burton, David Cronenberg, Peter Jackson, George A. Romero, Dario Argento, Shinya Tsukamoto (e ovviamente Sylvester Stallone, al quale come di consueto è dedicato il film), si muove fra baviani mostri artigianali, magari spezzati a metà e per qualche istante sospesi come in una serie animata giapponese, e tentacoli in stop motion, fra pezzi di carbonella ardente in cima a uno stecco come perfette stelle cadenti e gelatine colorate, fra fumo e modellini, fra torce elettriche e un software di montaggio sovraccaricato fino ai limiti dell’esplosione con infiniti livelli in trasparenza su quasi tutte le, repentine, immagini.
StellaStrega è in questo, ancor più di Alienween, il genio al potere, la forza del talento nella ristrettezza di budget, la capacità non solo di arrangiarsi, ma di trovare proprio nella mancanza di mezzi, con un montaggio serrato in cui il numero esorbitante di tagli e di raccordi fa ampiamente dimenticare l’assenza dei motion control e delle steady così come la completa inadeguatezza del magazzino a disposizione come (quasi) unico set, l’apice della propria anarcoide libertà creativa. Come un esplosivo crescendo rossiniano di amici, droghe, puttane e mostriciattoli, StellaStrega arriva, attacca, vomita, scioglie, trasforma, riproduce, distrugge, uccide, combatte, spera, si confronta, trova la pace, inanella soluzioni geniali e mescola generi dalla commedia demenziale allo splatter, dal melodramma alle serie animate del Sol Levante, dalla fantascienza al sentimento. Fino agli schermi del computer, come nell’incipit, prologo in diretta web fatto di immagini laggate e di commenti imbecilli a lato che vanno dal sibillino «Citazione ad Alienweens?» all’omaggio a (Carlo) Tagliazucca, che con il Future Film Festival è fra i pochi sempre disposti a offrire il meritato schermo al più geniale e artigianale fra i registi indipendenti italiani, passando per gli immancabili italici commenti sulle tette ogni volta che appare in video una donna e per gli insulti assortiti fra i più decerebrati utenti esattamente mutuati dalla (distorta) realtà social di ogni giorno.
Fra poster che collegano StellaStrega ai Licaoni di Twinky Doo’s Magic World suggellando ancora una volta l’amicizia e la collaborazione fra i talenti indipendenti e zucche di Halloween da tagliare di fronte a un bel film «trash» (termine insensato contro l’utilizzo del quale, a ragione, quella di Federico Sfascia è ormai una crociata), la pioggia di like per la diretta virerà immancabilmente in dislike e insulti di varia natura quando la zucca attaccherà la malcapitata e non particolarmente sveglia youtuber proprio per gli «effetti cheap» dell’attacco alieno/streghesco a cui sui social non crede nessuno, ed è qui che si crea il primo consapevole cortocircuito linguistico di StellaStrega, la sua autoironica dichiarazione di consapevolezza di film artigianale a bassissimo costo realizzato con passione e talento innestata in un’acuta riflessione sulla sospensione dell’incredulità: Sfascia si prende apertamente in giro da solo scrivendo esattamente i commenti che mai vorrebbe leggere, tastandosi i nervi più scoperti, coscio che il pubblico del film, a differenza di quello della live, crederà ciecamente a ciò che, per quanto assurdo, sta accadendo sullo schermo. Che, esattamente come Alienween e per gli stessi identici motivi di commistione di surreale e demenziale che partono da una ben precisa osservazione della società, non è in alcun modo una bugia definire «tratto da una storia vera».

Del resto è proprio nella satira più piccante e politicamente scorretta che Sfascia lancia in faccia a ogni ipocrisia e perbenismo senza mai risparmiare nessuno che StellaStrega trova i suoi istanti più irrefrenabilmente spassosi. Ce n’è per gli ebeti youtuber e per chi ancor più ebete li guarda e commenta, ce n’é per i bambini che festeggiano Halloween e per chi li caccia in malo modo, ce n’è per i vizi (non solo) italici di chi risponde solo a egoistica speranza e a costante malcelata incoerenza, ce n’è per i puttanieri, ce n’è per le gelosie canaglie, ce n’è per gli ultrà cattolici, ce n’è per i pedofili, ce n’è per i conduttori radiofonici più borchiati e impostati che si improvvisano filosofi e imprenditori, ce n’è per i (gattini, di Sfascia) nazisti e per i giornalisti televisivi di colore costretti a interrompere il campione di share «Supremazia ariana» per partire con l’edizione straordinaria sull’invasione, ce n’è per i (t)rapper in posa per nascondere il proprio vuoto di mammoni che abbaiano e non mordono, ce n’è per il mondo del lavoro fra precariato e stage non pagati, e ce n’è persino, all’apice della scorrettezza e dell’innocente sfacciataggine, per gli omosessuali «tollerati solo perché glam» e per i down che si annoiano in chissà quale parte del mondo di fronte alla diretta social ruttando succo di frutta. Senza mai offendere, perché l’ironia di Sfascia non è mai contro qualcosa, ma è esattamente all’opposto contro l’ipocrisia che a quel qualcosa gira intorno con tutto il suo carico di contraddizioni. Un po’ come il «Viva l’amor che vien che va» che interviene come un paradosso musicale fra il bacio di vetro (e d’addio) di chi dopo l’amore odia e il sostanziale stupro attuato dalla cattolicissima «pura», contaminata dai viscosi liquidi pandemici, nei confronti degli amici del fidanzato, che Federico Sfascia continua a dedicare sornione a una sua non meglio precisata (e propriamente per nulla rimpianta) ex.
È quella stessa ipocrisia, probabilmente, causa dell’altrimenti inspiegabile cecità pressoché completa di produttori, distributori, programmatori, editori, esercenti e troppa parte della critica di fronte a un fumettista e regista tanto evidentemente superiore alla media quanto dolorosamente relegato all’underground proprio per la sua sfacciata freschezza, per il suo aperto ridere in faccia a ogni convenzione, per il suo provocatorio e canzonatorio giocare con i tabù. Compresa l’eutanasia, oggi come ieri centro nevralgico del passato dei protagonisti, momento che ritorna come un amore mai finito, causa di scelte, di rimorsi e di litigi mai cicatrizzati dallo scorrere del tempo. Basta poco più di un’inquadratura per svoltare il melodramma, per renderlo più profondo molto meglio impastato nella narrazione. Basta lei di fronte alla finestra come un ricordo in controluce, basta la sua forma, e poi basta una fotografia, loro tre insieme, ancora giovani, sorridenti, uniti dalle diverse facce dell’amore e dell’amicizia ormai ridotta a polvere sul bordo di uno specchio. Il resto lo fa tagliare qualche battuta inutile, qualche concetto già chiaro e mai (più) patetico, ritornando sempre a lei davanti a quella finestra, al suo collo, alle sue gambe, alla sua mancanza che è fisica quanto una presenza, quanto le mani sporche di sangue, quanto una gelosia ormai insensata, quanto la consapevolezza di aver fatto (e subito) la cosa giusta, la sua volontà, la sua liberazione. Perché è solo quando si esaurisce la speranza che si può tornare umani, e non più resi mostri dalla prospettiva di salvare la propria vita a costo di lasciare indietro quelle altrui. Altro stupendo paradosso in un film nato, cresciuto e poi rinato non sull’economia del cinema, ma esattamente all’opposto proprio sulla speranza condivisa di vederlo finito e soddisfacente, e quindi sulla fiducia, sul talento che vince contro ogni difficoltà, sulla passione, sulla creatività.
E mentre le dinamiche personali si intrecciano con i fantasmi d’amore e di morte del passato, arrivano i mostri con il loro liquido reso più luminoso dai nuovi passaggi di effetti ottici e insieme a loro, come l’altra faccia della stessa medaglia, arrivano le streghe, le uniche che li possono combattere e vincere. Quelle che possono sopravvivere a un attacco, quelle che possono ritornare in vita con l’elettricità, le uniche che riescono a proteggere gli altri anche quando la paura e la speranza scatenano i peggiori egoismi. Sono quelle che scoprono i propri poteri come una stella sulla mano, magari in un giardino di (non) vergini che portano in grembo i denti dell’orrore e in mano le coppe con le quali dissetare i propri poteri. Poteri che poi, in un certo modo, sono quelli di ogni mamma. I poteri di chi ama, di chi non può permettersi di morire perché sa che qualcun altro dipende da lei. I poteri di chi «sa fare bene il suo lavoro». Come Federico Sfascia, Autore straordinario ben al di là della sua modestia e della sua incapacità di vendersi, che il suo lavoro lo sa fare molto meglio di quasi tutti gli altri ben più blasonati colleghi, italiani e non. E, ben al di là di quelle che si possono pronunciare contro la religione, che fanno ridere e che dopo le censure possono finalmente esplodere a metà degli apocalittici titoli di coda, l’unica vera bestemmia è che quasi nessuno si renda conto di come questo incommensurabile talento svetti e brilli di luce propria. つづく

Marco Romagna

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