2 Febbraio 2019 -

CHE FARE QUANDO IL MONDO È IN FIAMME? (2018)
di Roberto Minervini

Aveva bisogno di redimere un inaspettato passo falso, Roberto Minervini. Aveva bisogno di riscattare quel superamento del limite fra ciò che va mostrato e la pornografia materializzatosi poco più di tre anni fa insieme al suo passaggio del confine di Stato (Unito), quando la macchina da presa del regista marchigiano, dopo aver narrato fra il sublime e l’allarmante la quotidianità rurale della trilogia texana, entrava per la prima volta in Louisiana – The Other Side facendosi strada senza troppa partecipazione emotiva fra i suoi rifiuti umani, fra le sue bottiglie, fra le sue armi e fra le sue siringhe. Là dove in Texas The Passage, il magnifico Low Tide e Stop the Pounding Heart si erano saputi inseguire e interconnettere nella creazione di un immaginario e di un’indiscutibile “verità” parzialmente finzionalizzata capace di far emergere dalle contraddizioni statunitensi una reale mappatura umana di reciprocità, fiducia e partecipazione, in cui le persone si donavano al cinema come simbolici personaggi senza mai perdere la propria personalità, il proprio modo di pensare, il proprio modo di vivere e la propria profonda dignità, l’approccio etico e sociale di Louisiana andava in direzione quasi opposta, finendo nella sua esplorazione dei bassifondi per esagerare, per spingersi troppo oltre, per ammirare con occhio estetizzante, quasi da un palchetto sopraelevato, il decadimento fisico e morale di esseri umani sottoposti, se non proprio a un giudizio, per lo meno a un ludibrio, a un riflettore puntato dove sarebbe stato meglio lasciare il buio di una camera da letto, il silenzio, il pudore, la palpebra che istintivamente si stringe quando vede un ago che entra nella vena di una donna incinta. Una stortura che nel tempo, come una sorta di ostacolo sul suo percorso cinematografico, si è probabilmente resa evidente anche allo stesso Minervini, che non certo per caso ha deciso di ripartire nella sua personalissima indagine su uomini e donne degli Stati Uniti, come a dichiarare sin da subito la ricerca di riscatto etico e morale, scegliendo una via non solo nuovamente umana, ma anche profondamente schierata nella politica interna e negli afflati antirazzisti.
È in questo senso che i veri protagonisti di What you gonna do when world’s on fire?, opera quinta e seconda incursione in Louisiana di Roberto Minervini che giunge a Rotterdam a pochi mesi dalla première in concorso a Venezia, sono quelli che, sullo schermo, non hanno fatto in tempo ad arrivare. Si chiamavano Alton Sterling, Philando Castile, Gavin Eugene Long, Eric Gardner, Oscar Grant, Michael Brown, Micah Xavier Johnson, e insieme a loro centinaia d’altri, vittime senza nome e senza giustizia di cui nemmeno ci è giunta notizia, persi da qualche parte nel silenzio omertoso della terra e dell’Oceano. Tutti con la pelle nera, tutti disarmati, tutti freddati dalla polizia per un vago sospetto, o più probabilmente, negli Stati Uniti di Donald Trump in cui aumentano di mese in mese le vittime nere per mano bianca e impunita, per un malcelato e rampante ritorno del razzismo. È per loro che Roberto Minervini è tornato ad accendere la macchina da presa, è per loro che è tornato a puntare l’obiettivo sulla “sua” America, quella da mappare con l’occhio estetico e antropologico di chi ci è giunto dalle lontane Marche e ha imparato a viverla da dentro, insieme, conoscendo le persone ed entrando in sintonia con loro, stabilendo quel rapporto di empatia, di fiducia e di intesa con cui giungere alla loro intimità, al loro spirito d’appartenenza, alla più concreta fra le astrazioni o forse alla più astratta fra le concretezze: l’uomo e il territorio, la quotidianità e il rito, la società e questa volta più che mai l’urgenza. Quella, ormai innegabile, della riemersione di un reale problema razziale a oltre mezzo secolo da Malcolm X e Martin Luther King, fra omicidi impuniti e inascoltate richieste di giustizia, fra l’avanzare della gentrificazione post uragano Katrina e le sacche di resistenza di chi, nella strapotenza economica, politica e giudiziaria bianca, urla il proprio Black Power, fra il Ku Klux Klan tornato a sentirsi nuovamente legittimato e a riaffiorare senza vergogna dagli abissi della sua damnatio memoriae e le nuove Black Panthers per l’autodifesa di fatto costrette, armate solo di spille, slogan, guanti e pugni al cielo, a mettersi a indagare personalmente sui troppi casi di violenza in cui la società bianca non vuole farlo – «No justice, no peace».

In uscita in Italia con il letterale Che fare quando il mondo è in fiamme?, What you gonna do when world’s on fire? si immerge nel ritorno del razzismo negli States mettendolo in luce dal punto di vista nelle comunità black di New Orleans e Baton Rouge, quelle costrette a stare sulla difensiva, quelle costrette a vivere nella paura, quelle ancora costrette, come un enorme salto indietro e nel buio che cinquant’anni dopo riporta al podio olimpico guantato di Tommie Smith e John Carlos, a lottare ogni giorno per la propria uguaglianza, per i propri diritti, per la propria dignità. Sullo schermo c’è Judy, che si è liberata della droga e ai tempi delle riprese (ora non più, sconfitta dal capitalismo imperialista bianco) lottava quotidianamente per gestire un bar dal nome d’omaggio al padre come una grande famiglia, fra le ultime orgogliose sacche di discussione popolare in cui ognuno aveva diritto alla parola, a esprimere un pensiero, o per lo meno a essere aiutato a ritrovare la tomba di una madre di cui non ha mai saputo nulla. Ci sono Ronaldo e Titus, rispettivamente quattordici e nove anni, seguiti nella loro scoperta del mondo mentre il padre è in carcere e la madre tenta disperatamente di proteggerli fra coprifuochi di sicurezza, giochi e incomprensioni anche scolastiche in uno dei quartieri più pericolosi del mondo. C’è Big Chief, l’anziano capo indiano, che mantiene vive le tradizioni di canto e cucito dei Mardi Gras come una rappresentanza delle altre minoranze di fatto spazzate via dal “white power”, quello talmente potente che non ha bisogno nemmeno di dichiararsi, quello che controlla l’economia, la società, le leggi, quel che è rimasto della giustizia. E poi c’è Krystal Muhammad, dal 2014 comandante in capo delle nuove Black Panthers, quotidianamente impegnata a distribuire cibo ai senzatetto, a tenere assemblee con cui organizzare la resistenza e la non violenza, a volantinare cercando di fare luce sugli episodi di brutalità della polizia e del risorto KKK, e poi a lanciarsi in una vera e propria indagine poliziesca quando viene a conoscenza del linciaggio di due ragazzi neri barbaramente trucidati nella miopia di comodo di chi probabilmente avrebbe potuto fare qualcosa per evitarlo o per lo meno ora potrebbe cercare di arrivare alla verità e alla giustizia, ma preferisce arrestare per resistenza a pubblico ufficiale le Pantere Nere che manifestano pacificamente per l’equità sociale e per il rispetto della legge.
Nel seguirli e nel con-vivere con loro, Minervini fuga quasi tutti quei dubbi di natura etica che come drammatiche nubi si annidavano sul precedente Louisiana, marciando a fianco dei suoi personaggi e raccontando le loro storie, disgiunte eppure intrecciate come si intreccia un movimento di resistenza che coinvolge un’intera città, un’intera comunità, un’intera fetta di esseri umani che, da sempre e sempre più schiacciati, per primi non riescono a evitare la parola «razza», testimoni e incolpevoli protagonisti della più inumana ingiustizia, di un problema ancestrale dell’umanità e dei suoi ciclici ritorni. Semmai le possibili domande e perplessità su What you gonna do when the world’s on fire? si annidano più a monte, nella scelta linguistica di Minervini, nel suo continuo sporgersi lungo il sentiero che sta sul confine fra realtà e finzione, fra osservazione e (ri)messa in scena, fra testimonianza e costruzione. Un costante giocare con le forme della finzione e del documentario che è sempre stata la cifra stilistica del suo cinema, il suo modo per giungere, magari per vie traverse, al reale, in un approccio alla materia documentaria che poi, a ben vedere, nient’altro è che un ritorno nel contemporaneo al linguaggio di Robert Flaherty, ma che a volte alla lunga finisce per dare l’idea di troppo costruito, di troppo smaccatamente scritto e messo in scena, e quindi per entrare quasi in contraddizione con la forma pienamente documentaristica delle immagini, per lasciare, pur nella sincerità e nell’effettiva veridicità del progetto, un sottile retrogusto di “finto”, di studiato a tavolino, di non pienamente autentico. O, nuovamente, di un po’ troppo distante, come quell’arresto finale dei manifestanti a macchina da presa invisibile e immobile nel suo non provare nemmeno a intervenire, disvelamento dell’intero dispositivo narrativo ma anche piccola zoppia che toglie potenza al “vero” e all’umanità che il film vorrebbe incarnare e portare sullo schermo.
Ecco quindi che la barista Judy, dal legittimo sfogo in mezzo alle quotidiane disavventure, finisce per lanciarsi in veri e propri monologhi evidentemente preparati che in parte minano la credibilità dell’intero progetto, ed ecco che il continuo vorticare della macchina da presa intorno ai suoi protagonisti senza che mai ci sia una sbavatura, uno sguardo in macchina o un tempo non perfettamente cinematografico potrebbe far storcere il naso a chi cerca il vero senza l’intervento di troppi filtri. Così come pure si potrebbe discutere a lungo sulla scelta di un inedito e ipnotico bianco e nero, ottimo nel suggerire l’atemporalità dello spauracchio razzista ma al contempo quasi ambiguo nell’allontanare l’immagine dalla sua urgenza e dalla sua autenticità, in una ricerca estetica che potrebbe sembrare asettica, e che invece esattamente all’opposto cerca, e pur con qualche sbavatura nuovamente trova, la forza nelle immagini per portare sullo schermo la forza di una lotta quotidiana, di una ribellione, di una ricerca di giustizia, di un ostinarsi a vivere per come si è, orgogliosi della propria appartenenza, orgogliosi del proprio colore, orgogliosi del proprio ruolo nel mondo. O, nel caso di Roberto Minervini, del proprio ritrovato ruolo nel cinema. Forse depotenziato, forse non ancora sulle vette raggiunte in precedenza, ma nuovamente sulla giusta strada, quella dell’umanità, quella della partecipazione, quella di una ben precisa riflessione politica, antropologica e sociale innestata nella pulizia dello sguardo. In attesa del terzo capitolo sulla Louisiana. Quello definitivo?

Marco Romagna

“What You Gonna Do When the World's on Fire?” (2018)
123 min | Documentary | Italy / USA / France
Regista Roberto Minervini
Sceneggiatori Roberto Minervini
Attori principali Kevin Goodman, Dorothy Hill, Judy Hill, Ashlei King
IMDb Rating 7.3

Articoli correlati

BLU (2018), di Martina Parenti e Massimo D'Anolfi di Marco Romagna
TRAMONTO (2018), di László Nemes di Nicola Settis
MAGIC LANTERN (2018), di Amir Naderi di Marco Romagna
AMERICAN DHARMA (2018), di Errol Morris di Erik Negro
SUSPIRIA (2018), di Luca Guadagnino di Marco Romagna
KUCUMBU TUBUH INDAHKU - MEMORIES OF MY BODY (2018), di Garin Nugroho di Erik Negro