7 settembre 2018 -

CAPRI-REVOLUTION (2018)
di Mario Martone

Mario Martone è un autore destinato a dividere, probabilmente perché il suo itinerario artistico, a partire specificamente da Noi Credevamo, è andato scoprendo libertà espressive e creative sempre nuove, sempre coraggiose e sempre rischiose. Capri-Revolution, il film che il regista napoletano porta nel concorso veneziano alla 75esima edizione della Mostra, è un’opera di potenza sorgiva che, in quanto tale, si arrischia in soluzioni visive, narrative e stilistiche che nel suo cinema non hanno forse precedenti, ma che pure sono pienamente coerenti con il percorso di Mario Martone artista poliedrico, intellettuale a tutto tondo, studioso di teatro ed esperto come pochi di tragedia e miti greci, rivoluzionario enfant-prodige delle scene con il gruppo Falso Movimento e assiduo praticante della regia lirica.
Tutto questo ha ovviamente la sua eco ridondante in Capri-Revolution e nella caduta delle illusioni che ancora una volta Martone canta e mette in scena fra passato, futuro, nudità e malinconia, ma non affrettiamo le conclusioni, procediamo con ordine, raccontando per sommi capi il contesto in cui si muove il film.
Siamo sull’isola di Capri all’inizio del secolo, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale di cui gli autoctoni, gente semplice dedita alla pesca (quelli che vivono giù alle marine) e alla pastorizia (quelli che abitano i costoni rocciosi dei promontori), non hanno percezione e non avvertono avvisaglie.
L’inizio è quasi rosselliniano, nel cuore della natura fra ovini e scogliere, e ci presenta sin da subito la protagonista Lucia, giovane capraia interpretata da Marianna Fontana (sì, una delle due formidabili gemelle di Indivisibili di Edoardo De Angelis), qui impegnata in un ruolo difficilissimo, estremo nell’impiego del corpo e della voce, ma che lei ha saputo sostenere con un talento fuori dal comune e un controllo da attrice consumata. D’altronde, ha avuto buoni maestri.
Mentre Lucia è impegnata a cercare nella boscaglia una capra smarrita, scorge sullo sfondo del mare al tramonto, spalmati sulla roccia, i corpi nudi di un gruppo di ragazzi. Appartengono, scoprirà, a una comune di proto-hippy fondata dal pittore Seybu – ispirata alla reale comune fondata a Capri dal pittore Carl Diefenbach e ivi stabilitasi dal 1900 fino al 1913, ma Martone si prende la licenza storica di lasciarli sull’isola fino a conflitto mondiale ampiamente iniziato – che ci viene presentato con fattezze cristologiche, quasi una visione per la giovane e selvatica Lucia. Dopo averla timidamente avvicinata e averne vinto lo scetticismo, Seybu la coinvolge e la mette a parte, gradualmente e senza traumi, del suo mondo fondato sulla fusione con la natura, sull’uso del corpo come uno strumento musicale, sulla conoscenza, sull’amore (libero e quindi non certo accettabile dalla bigotta società del tempo), sulla scoperta di sé e del mondo.
Come si può ben immaginare, la iper-tradizionale famiglia di Lucia finisce col ripudiarla, troppo incomprensibile essendo la curiosità di lei la sua voglia di trovare una forma di elevazione spirituale, tutto questo nell’agone di un’isola-mondo, misteriosa, piena di luoghi che fanno pensare ai racconti delle fate, grotte, boschi in cui Seybu e i suoi amici danzano alla luce delle fiaccole, mentre un gruppo di imperscrutabili sciamani usano vasi antichi recuperati sui fondali come se fossero dei sismografi preistorici.

A fare da tramite fra i due mondi, fra le due civiltà e fra i due modi di pensare c’è il medico socialista ma interventista Carlo, interpretato da Antonio Folletto, che prova a portare Lucia verso il suo orizzonte invitandola a prendere lezioni per diventare infermiera e facendo valere con lei le ragioni della medicina, e quindi di una scienza che si contrappone sia al bigottismo religioso della famiglia conservatrice di lei sia al misticismo rituale della comune, ma anche tentando un approccio filosofico al lontano e vicino al tempo stesso modo di pensare di Seybu, instaurando con lui dei dialoghi che quasi hanno del leopardiano.
Ed è leopardiano nello spirito forse anche più dello stesso Giovane Favoloso tutto questo film, che utilizza il dialogo come strumento di speculazione, di ricerca, ma soprattutto di dubbio. Come pure dalle suggestioni del poeta recanatese sembrano scaturire alcune inquadrature, che riguardano soprattutto Seybu in relazione alla natura, alla luna, al mare, agli alberi.
Capri-Revolution, che potremmo idealmente considerare terzo capitolo di una sorta di “trilogia della storia” avviata con Noi Credevamo e proseguita col Giovane, è il film di Martone con la maggiore fiducia, anzi, fede, nei confronti dell’immagine, della sua fisicità e della fisicità dei suoni naturali e artificiali (a livello sonoro è interessantissimo il connubio cercato fra i suoni arcaici della comunità di Seybu e la musica elettronica opera di Sascha Ring, alias Apparat, e Philipp Thimm). È alla potenza materica ed evocativa al tempo stesso dei quadri che Martone affida il senso del film, con una libertà assoluta che non ha paura di perdersi in qualche suggestione che viene lanciata e non approfondita (i rivoluzionari russi che preparano la Rivoluzione d’Ottobre, per esempio, oppure le discussioni intorno all’intervento o meno dell’Italia nel conflitto), in una sequenza di levitazione che probabilmente non è il massimo della possibile resa in CGI o in qualche salto temporale che dall’ellissi sembrerebbe in qualche occasione quasi virare in vero e proprio buco di sceneggiatura (Lucia che passa nel giro di pochi istanti da non parlare nemmeno in italiano a conversare in inglese con gli altri della comune, oppure la sua fuga dall’ospedale per farsi curare con i metodi alternativi di Seybu subito dopo la quale, nella sequenza successiva, il dottore non le dirà nulla, o ancora il suo ritorno nel prefinale dalla madre quasi interrotto dal viaggio verso l’America che giungerà senza che le due abbiano il tempo cinematografico di sviluppare ancora il loro rapporto). Ma su questo punto, probabilmente, non sapremo mai quanto ci sia di effettive decisioni già in scrittura di Martone e quanto sia stato girato e tagliato successivamente per scelta o per compromesso, e nemmeno ci interessa più di tanto per il semplice motivo che non sono difetti, ma caratteristiche che non vanno a inficiare il risultato finale né la chiarezza di ciò che il film vuole dire e fare vedere.
E al di là delle sapide tripartizioni nel modo di intendere la vita, dei rimpianti mai privi di nuova speranza che non potranno fare a meno che seguire le illusioni e dei rapporti umani e familiari sui quali Martone si interroga, (sor)ride e si strugge fra promessi sposi messi in fuga, genitori, attrazioni e fratelli caduti in guerra, Capri-Revolution è anche film che si pone come forse la riflessione più approfondita del regista fa sullo stato dell’arte (della sua arte, per lo meno), dopo Teatro di guerra che partiva dai Sette contro Tebe di Eschilo per raccontare l’assedio di Sarajevo. È un film, Capri, in cui il regista mette sul tavolo la sua innata voglia di performance fisiche, di evocazione e di astrazione per intrecciarla col cinema, in una sintesi impossibile che mai come stavolta deve essergli costata sforzo intellettuale. Non sarà forse un film “perfetto”, non sfrutterà forse fino alla fine ogni suo potenziale scegliendo di concentrarsi principalmente sulla comune a costo di lasciare indietro qualche altra delle tante e folgoranti suggestioni, ma sono poche le opere con una simile ambizione, con una simile libertà, con un simile coraggio, con una simile potenza visiva e mesmerica. Tanto che non viene istintivo difenderlo, ma proprio lo si ama, e pure follemente. Fino a quando alla fine, la conquista di Lucia si compie: la lotta mai sopita fra l’inscalfibile tradizione e il necessario progresso, fra il razionale rassicurante e l’irrazionale vertiginoso. La giovane pastorella prende in mano la sua vita e decide di partire verso un nuovo mondo, mentre altrove la guerra è imminente, ruba all’isola i suoi figli ma al contempo la lascia anche intatta. Orgogliosamente fuori dal tempo e dallo spazio. Proprio come Capri-Revolution.

Elio Di Pace

“Capri: batterie” (2018)
Drama | Italy / France
Regista Mario Martone
Sceneggiatori Mario Martone
Attori principali Jenna Thiam, Ludovico Girardello, Donatella Finocchiaro, Antonio Folletto
IMDb Rating N/A

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