22 novembre 2018 -

PIERINO (2018)
di Luca Ferri

Il martedì e il giovedì sono i giorni designati per fare la barba, il lunedì e il venerdì – «nei quali al supermercato c’è meno gente» – sono quelli dedicati alla spesa, ogni anniversario di nascita e di morte è la necessaria occasione per andare a trovare i parenti fra il cimitero di Bergamo e quelli dei paesini vicini, e quasi tutti i giorni, fra l’assidua frequentazione del grande schermo del Lab80 e gli infiniti cumuli di VHS che riempiono quasi ogni angolo della casa del pensionato e noto cinefilo orobico Pierino Aceti, sono buoni per vedere almeno un film. Non c’è giornata che per Pierino non inizi con la colazione, con il veloce salto in edicola e con la relativa scorsa più o meno rapida al giornale; la lavatrice va fatta ogni venti giorni in modo che sia piena il giusto tenendo sempre conto che il suo programma dura 93 minuti «proprio come un film di Woody Allen», e a tagliargli i capelli è da sempre lo stesso barbiere, in un’esistenza tranquilla, fatta di abitudini (e solitudini, e piccole e grandi manie) quotidiane che scorrono eternamente uguali, con le stesse fotografie alle pareti, con le stesse pentole sul fuoco, con le stesse piastrelle sullo sfondo. Nel suo appartamento, quello in cui Pierino vive da una vita. Quello stesso appartamento in cui, per tutte le cinquantadue settimane del 2017, l’altrettanto meticoloso Luca Ferri si è recato ogni giovedì mattina dalle 10.30 alle 11.30 per fare al suo protagonista sempre la stessa domanda: «Cosa hai fatto questa settimana?».
Quello di Pierino è un appartamento che Ferri, al pari degli altri due appartamenti della sua omonima Trilogia di recente inaugurata con l’ora, il feticismo e la fisicità dei 16mm di Dulcinea e che si chiuderà con il mese, chissà quale ossessione più o meno perversa e l’HD digitale de La casa dell’amore, concepisce come una gabbia, specchio della gabbia di schematicità e strutture rigide e modulari in cui la sua assoluta precisione progettuale trova quei limiti che sono anche la forza del suo cinema, ciò che gli permette di ragionare sul tempo, sul metodo, sulla rigidità. Come anche Pierino Aceti, con le sue ripetitività, con la sua paziente premura nella catalogazione, con la sua cinefilia e con le ferree strutture sulle quali basa la propria esistenza, finisce ben presto per diventare, in quello che si fa un connubio sempre più perfetto, lo specchio del regista, una sorta di ribaltamento, una proiezione fra gli spettatori di quelle che sono le sue ossessioni, la sua fiscalità entomologica, la sua precisione chirurgica nel metodo, la sua razionalità assoluta nel fare cinema.

Pierino, rarissima incursione nel documentario del “regista su Excel” bergamasco, incontra a tappe fisse per un anno un uomo «malato di cinema» nel suo appartamento, filmando la sua rigorosa analogicità nel rumore e nei contorni incerti di una vecchia videocamera VHS da collegare obbligatoriamente alla presa della corrente a limitarne i movimenti non oltre il confine con il giardino. Luca Ferri mostra le ossessioni spesso compulsive di Pierino partendo come di consueto freddo, mai giudicante ma inizialmente impietoso nel concentrarsi sulla sua parlantina e sulla sua precisione nel riportare una cronaca quasi minuto per minuto della sua esistenza, meticoloso nel delineare le sue stranezze e gli angoli peggio arredati della sua casa, sottilmente crudele nei finti oroscopi che a ogni inizio mese ribattono con gli amori che dovrebbero essere destinati ai Bilancia alla solitudine quasi assoluta del protagonista. Ma poi, nel corso dei ripetuti appuntamenti, in quel vedersi ogni sette giorni ribaditi dalle date in alto a destra che scandisce un arco temporale che diventa (s)oggetto del film quanto lo è il protagonista, accade l’imponderabile: Luca Ferri si affeziona al suo alter ego, ci si identifica sempre più, sente crescere l’intimità nei ricordi e nelle confessioni che si fanno più profonde, e forse per la prima volta svela – anche se non è ancora pronto per ammetterlo in pubblico – il suo lato più umano.
Pur senza perdere un solo briciolo nel rigore e nella lucidità, il suo sguardo si fa via via più accondiscendente, e quello che sembrava il ritratto chirurgico di un maniaco ossessivo acquisisce nello scorrere dell’anno insieme i contorni di un’insospettabile tenerezza, quella di un amico con (non solo) l’enorme passione (o meglio, «malattia») per il cinema in comune, o forse quella di un figlio che guarda un genitore mentre sfiorisce e si fa sempre più indifeso, amandone ogni eccentricità. Per la prima volta si sente anche la voce di Luca Ferri, appare il suo braccio a girare le pagine del calendario, e i monologhi diventano sempre più dialoghi, un interagire, un trovarsi, un fare un film insieme, con passione e con rigore comuni. A costo di farlo, nell’unico giovedì in cui non è possibile vedersi nell’appartamento, anche al telefono – magari dall’Armenia, con il volo per gli States di Luca Ferri annullato per quel tifone che la settimana prima Pierino aveva dato per impossibile in quella zona – e poi di nuovo nella casa di Pierino, a scoprire i suoi quaderni mai mostrati a nessuno, il suo lavoro di una vita a segnare e classificare ogni singolo film visto, oppure i racconti che si fanno sempre più accorati nel ricordare il canto del vecchio canarino d’infanzia Pitigrì o gli anni di prigionia di guerra del padre.

Nelle rare occasioni in cui Pierino esce di casa per andare a trovare qualche parente, vivo o più spesso morto che sia, sa perfettamente che per arrivare in tempo alla fermata dell’autobus deve uscire dal portone alle 9.10 in punto in modo da presentarsi puntuale sulla pensilina alle 9.16. È pienamente consapevole di essere metodico, ripetitivo e probabilmente anche un po’ monotono, tanto da preoccuparsi più volte (sbagliando) della possibilità che una volta concluso il film possa risultare noioso; forse lo è meno della portata delle sue ossessioni, compulsivo e compilativo nella cinefilia, catalogatore con i suoi quaderni su cui da sempre annota ogni visione con +, – o asterisco a seconda della validità o meno del film, esageratamente dettagliato nei suoi resoconti orali quasi minuto per minuto della vita quotidiana, oppure realmente innervosito quando si rende conto di come su FilmTV – ed è straordinariamente metadivertente come a presentare la prima italiana di Pierino con l’interprete e il regista al Filmmaker Festival 2018 sia stato proprio Giulio Sangiorgio, direttore della rivista – ci sia stato probabilmente qualche errore, o per lo meno qualche incongruenza rispetto al Morandini, nella calendarizzazione dei compleanni dei vip.
Luca Ferri lascia il suo Pierino libero di raccontare, tappa dopo tappa, la sua quotidianità schematica e abitudinaria seguendolo con l’abitudinaria e ostinata schematicità del suo cinema: ci sono i titoli, splendidamente anni ’70-’80 nel loro font rosso-giallo a metà strada fra la blaxploitation e la serie Z italiana con Alvaro Vitali, ci sono le musiche direttamente estrapolate da una musicassetta mandata in diffusione nei centri commerciali americani perché alcune note avrebbero subliminalmente spinto gli astanti all’acquisto, ci sono gli oroscopi – compreso un esplosivamente spassoso «ho sbagliato, posso rifarlo?» – e ci sono le settimane che passano giovedì dopo giovedì, stesso posto stessa ora, insieme, dalla soddisfazione cinefila per Le Mepris di Godard finalmente restaurato e riportato al minutaggio originale alla stanchezza di Pierino dopo le visioni del Bergamo Film Meeting, oppure divertiti ripensando a quel piccione che, enorme intoppo nella quotidianità del protagonista, ha ben pensato di cagargli in testa mentre stava per entrare all’Auditorium per una proiezione. C’è il giardino da curare, ci sono i capelli da tagliare e i cimiteri da visitare, ci sono le caducità del nastro VHS, e c’è un rapporto che si solidifica. Nella ripetizione, Pierino trova la cinematograficità del non cinematografico, dei tempi morti, delle reiterazioni sempre uguali dei giorni, che poi sono le reiterazioni degli schemi del cinema libero proprio perché consapevolmente (auto)ingabbiato dell’autore bergamasco. Come gli appartamenti della Trilogia, così diversi per formato e per linguaggio, eppure così complementari in quella che, in attesa del terzo e ultimo capitolo, per Luca Ferri sta sempre più sta assumendo i contorni di una mappatura di se stesso. Per capirsi fino in fondo, o forse per il suo assoluto bisogno di potersi darsi nuove regole.

Marco Romagna

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