9 maggio 2016 -

ALIENWEEN (2016)
di Federico Sfascia

Nel parlare di Alienween, nuova folle creatura di quel Federico Sfascia che già con I rec U aveva riscritto buona parte delle regole del cinema indipendente italiano, si potrebbe partire dalla brillante commistione di generi fra splatter, fantascienza e commedia in un certo senso romantica nei suoi echi surreali, dalla mutazione come riaffiorare dei propri fantasmi e del proprio passato, dalle invettive anche dure – per quanto mirabilmente sguaiate e intrise di un’irresistibile comicità demenziale – contro le derive idiote della generazione Facebook o contro la cecità e profonda incoerenza di chi si lancia nel fanatismo religioso, motivi per i quali il film si apre, genialmente, su un mai così straniante “Tratto da una storia vera”. Ma, al di là dei molti aspetti contenutistici o dell’effettivo risultato sullo schermo – comunque più che buono nonostante i tragici problemi con l’audio che spesso affliggono il cinema low cost e anzi facendosi proprio forza della sua scarsità di mezzi e location –, a rendere assolutamente straordinario un oggetto come Alienween c’è proprio lo spirito del suo regista. Uno spirito, per riecheggiare il titolo, alieno anche all’interno del sottobosco underground, uno spirito di enorme passione cinefila non solo nei confronti del genere, uno spirito di riscoperta del cinema come artigianato dopo gli storici fasti gotici baviani e le evoluzioni negli anni Settanta e Ottanta secondo Cronenberg, Carpenter, il primo Peter Jackson, lo stesso Romero e soprattutto Sam Raimi. Lo spirito, insomma, di un gruppo di amici che fa cinema di cuore e pressoché gratis, quando non in rimessa, a costi di produzione e postproduzione molto vicini allo zero, con effetti speciali che ben prima delle correzioni in CGI partono dalla creazione manuale dei mostri e da ottimamente congegnati effetti ottici e fotografici, e soprattutto divertendosi come matti e divertendo lo spettatore in barba all’industria, ai limiti creativi generalmente imposti dalle produzioni, alla necessità di far cassetta.

Alienween è un po’ La casa, un po’ La cosa, un po’ Bad Taste, un po’ Il demone sotto la pelle, un po’ La notte dei morti viventi e un po’ forse, nelle mutazioni, anche Tetsuo, con una memoria ben salda nei confronti del genere italiano da Mario Bava a Dario Argento, e al contempo è un qualcosa di completamente diverso, di mai visto, di anarchico, eretico, folle e sognante, sospeso fra l’accorato omaggio, la divertita parodia e una sana e squisita voglia di fare con estrema libertà e arrangiandosi nelle difficoltà. Alienween è una minaccia lontana che diventa intima e corporale, è un’invasione aliena che diventa virus, è un virus che diventa mutazione, è una mutazione che diventa il passato che ritorna. È una festa che diventa incubo, è un luogo che diventa una trappola mortale, ma è anche un cinema di genere che diventa emblema e riflessione non certo banale sull’eutanasia e sull’amore. Mescolando in un cinedelirio pliniano volutamente e splendidamente kitsch una festa di Halloween fatta di vecchi amici, droghe e puttane con un’invasione aliena che comporta fatali mutazioni attraverso il contatto con una sorta di vomito – o sperma, a seconda della malizia dello spettatore – azzurrognolo, Sfascia declina fra lo splatter e lo sci-fi di consumo, non privo di echi melodrammatici e sentimentali, il ritorno al passato di un’amicizia fraterna rotta da un amore disperato e impossibile, fidanzate vergini e ipercattoliche – per stessa ammissione del regista una geniale vendetta autobiografica – pronte a lasciarsi andare al sesso più sfrenato con altri, trasmissioni radiofoniche con accorati conduttori metallari insultati dall’intero pubblico e malsopportati persino dai propri genitori, richieste d’aiuto lanciate sui social ricevendo in cambio like al posto dei soccorsi, faccia a faccia vetriati, la necessità di sporcarsi le mani per raggiungere un bene più grande, fratelli omosessuali e povertà cinematografica che assurge a genialità. Federico Sfascia, supportato da un mirabile gruppone di amici attori, musicisti e smanettoni su after effects, è un irriverente, uno sboccato, un anarcoide che va dritto al punto, ma soprattutto è un cineasta sfacciatamente libero, un sovversivo, un profondissimo resistente, per il quale il cinema è ancora talento e aspetto ludico, partecipazione collettiva e sano cazzeggio, bestemmie censurate che esplodono solo nei titoli di coda sulle dediche finali a Germano Mosconi, Magnotta e Richard Benson, sangue finto, gattini (i suoi) nazisti, improbabili speaker radiofonici, interferenze, liquidi alieni, luci accecanti, mostriciattoli meccanici e produttori con le mani nei capelli più che punzecchiati dallo stesso Sfascia per aver dato il via al suo stesso progetto. Federico Sfascia, che voglia ammetterlo o meno, è un Autore. Del quale il cinema (non solo) italiano ha bisogno. E a questo punto pazienza se l’audio sembra provenire da una grotta o se il film, pur mantenendo una mirabile coerenza narrativa, cede a qualche lungaggine prima di esplodere, o se semplicemente “deve arrangiarsi” qua e là a causa delle ristrettezze economiche. L’irriverenza di Sfascia è un toccasana per le derive produttive italiane, è l’ennesima prova che un cinema diverso e personale può ancora esistere, è l’artigiano che vince sull’industria. Alienween, nella sua consapevole inconsapevolezza e curatissima noncuranza, è un film che si rivela politico e necessario, un crescendo che implode in soluzioni geniali nell’unica location a disposizione e nel budget quasi inesistente, una potenziale bomba a orologeria su un mondo produttivo sempre meno ‘uomo’ o ‘idea’ e sempre più fabbrica di denaro. E scusate se questo è poco!

Marco Romagna

“Alienween” (2015)
Horror | Italy
Regista Federico Sfascia
Sceneggiatori Federico Sfascia (screenplay), Federico Sfascia (subject), Alex Visani (original idea), Alex Visani (subject)
Attori principali Guglielmo Favilla, Alex Lucchesi, Raffaele Ottolenghi, Federica Bertolani
IMDb Rating N/A

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