29 Maggio 2017 -

LASCIA STARE I SANTI (2016)
di Gianfranco Pannone e Ambrogio Sparagna

Gianfranco Pannone, presidente della giuria al Bellaria Film Festival, ha qui proiettato come evento speciale il suo ultimo film passato anche alla Festa del Cinema di Roma, Lascia stare i Santi, come anteprima per l’uscita del DVD. Dopo la parziale delusione ottenuta con L’esercito più piccolo del mondo (2015), siamo stati ritrascinati in un grande documentario fatto di immagini e di religione, di volti e di Storia: fatto, o forse è meglio dire “composto”, in collaborazione con il musicista folk Ambrogio Sparagna, creditato come co-regista, Lascia stare i Santi parla sostanzialmente del Sacro e del valore del Sacro, del recupero di questo valore e di come mostrarlo attraverso le immagini cinematografiche. Pannone è cristiano, ma nel mostrare questo flusso di riti cristiani nei piccoli paesi, sia attraverso immagini d’archivio di documentari del passato sia attraverso riprese nuove, ha deciso di utilizzare uno sguardo laico, in cui il Sacro è da vedere come un qualcosa di appartenente alla cultura popolare, o come un qualcosa che crea condivisione e collettività allontanandoci dall’idea degli italiani come nomadi ognuno per conto proprio, a causa della libertà individuale (che comunque, non va condannata). L’Italia meridionale è ovviamente l’Italia che si vede di più, poiché è quella più rurale, è l’Italia contadina e meno industriale, quella più legata alle tradizioni religiose – ma Pannone ci tiene a far sapere, anche attraverso una citazione di Pasolini attraverso il film (una tra varie citazioni di un certo rilievo più o meno laiche recitate dalle voci narranti di Fabrizio Gifuni e Sofia Bergamasco nel corso dell’opera: Antonio Gramsci, Danilo Dolci, Mario Soldati, Vittorio De Seta, Enzo Bianchi…), che per lui il mondo contadino non è un qualcosa di puramente conservatore, come diceva Marx; è un mondo che va esplorato per la sua vitalità, e per questa tendenza ad ammucchiare, accomunare, cosa che riusciva un tempo a fare solo la Chiesa, e più tardi il PCI, ma che adesso è sempre più lontana. Il film è composto come un musical popolare, che mischia musica devozionale a musica festiva, tra brani di Sparagna e canzoni classiche o tradizionali.

La pellicola rovinata, usata in molte riprese d’archivio ma riutilizzata anche in svariate riprese nuove di Pannone, dà a tutta l’operazione un gusto retrò, ponendo il film come un’opera sul tempo che passa, sul moderno che trova nel vecchio qualcosa in cui specchiarsi. Continui cambi di formato permettono al regista di giocare col montaggio cercando di rendere il girato proprio il più simile possibile alle immagini dei documentari passati, ma in alcune scelte stilistiche si notano comunque dei personalismi notevoli legati tendenzialmente all’approfondimento dei dettagli corporei (volti e mani, sporcizia e vecchiume, come in Palmi (1994) di Aristakisjan) o a come vengono rappresentati questi rituali, passando per campi lunghi, estetica pastorale e bianchi taglienti ed espressivi come quelli di Narciso Nero (1947) di Powell e Pressburger. Le riprese d’archivio sono sempre contraddistinte da anno e luogo, e ogni sezione, grande o piccola del film, presenta una collocazione geografica e un Santo o una Santa, quello/a al centro del rituale che viene mostrato. Mentre alcune statue di Gesù finiscono fuori campo e altre invece riempiono l’inquadratura, si susseguono una serie di immagini velocissime e isteriche con grande espressività registica e stilistica, passando da giovani che urlano «Devoti tutti!» con una foga tale da sembrare paradossalmente ultras bestemmianti, fino a statue di Santi ricoperte di serpenti, e poi da balli in piazza a vecchie che si rotolano per terra sul marciapiede sotto la Chiesa. Una serie di realtà che appaiono irreali, per certi, forse, i meno “paesani” tra noi spettatori, manifestando vari aspetti della cristianità ma soprattutto mostrando a che punto può arrivare la devozione, a che punto può arrivare il Sacro, a che punto può arrivare la comunità popolare, anche a livello generale di comunicazione d’insieme tra cittadini. Ma oltre al rituale c’è anche l’Italia, un’Italia che si sposta avanti e indietro nella Storia e nella Storia dell’arte con la potenza anche di un solo stacco (che, magari, va dal 4:3 al Cienemascope, mantenendosi sui presepi napoletani, sui dettagli), e quindi si vede il bombardamento di Montecassino, o si torna a Napoli, a 3 anni da Sul Vulcano, partendo proprio dalle angoscianti superfici del Vesuvio. Attraverso questa ricerca archeologica nella coscienza del popolo cattolico italiano, Pannone attua una dolce ierofania che ha i ritmi di un flusso avanti e indietro nel tempo, come faceva Dawson City: Frozen Time (2016) di Bill Morrison con il cinema muto, con la stessa potenza, con la stessa capacità ucronica. Lascia stare i Santi è dunque un’esperienza e una testimonianza del valore dei Santi oltre la «superstizione del progresso» e oltre la superstizione vera e propria, con i Santi mostrati come più umani di Gesù, come più vicini a una specie di riconoscimento interno nel meccanismo religioso dei cittadini e dei contadini: questa è l’Italia, o forse questa è un’Italia, unica dalla devozione, dal Sacro, da valori che non ci sono più, forse, parzialmente.

C’è un solo problema nel film, ed è un problema che trascende la qualità effettiva del prodotto, che è impeccabile a livello di montaggio e di manifestazione dei contenuti: Pannone, pur con uno sguardo in effetti laico, riempie lo schermo di un estremismo religioso che per certi spettatori atei o comunque non “fondamentalisti cattolici” può risultare respingente. La felicità popolana è una cosa, ma a tratti si percepisce quasi un effetto agorafobico anche solo ricevendo il caos cittadino attraverso lo schermo, osservando i fasti e i colori di tradizioni più o meno razionali, più o meno irose, più o meno legate ai “miracoli” (stile statua della Madonna che si muove o piange), più o meno legate all’Italia per come ognuno di noi la conosce. E ognuno di noi la conosce diversamente, la nostra variegata e multiculturale penisola delle meraviglie: Pannone la conosce diversamente da come la conosceva De Seta o da come la conoscono Gianikian e Angela Ricci Lucchi, ed è giusto così. Ma per qualcuno può essere difficile entrare in un’ottica così poco legata a un punto di vista intellettuale (se non accennato attraverso piccole immagini, piccoli riferimenti, piccole frasi) e così tanto costruita attorno ad un’analisi storiografica che ha l’incedere di una sinfonia popolana. È un film di pancia, ed è un film bello e importante, necessario forse per il cinema italiano – nonostante, anche nella sua breve durata (75 minuti), possa risultare eccessivo.

Nicola Settis

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