12 Agosto 2016 -

O CINEMA – MANOEL DE OLIVEIRA E EU (2016)
di João Botelho

Quest’anno più che mai a Locarno si parla, o forse sarebbe meglio dire fala, in portoghese. Mentre la sessantanovesima edizione della kermesse ticinese inizia inesorabilmente a volgere al termine, giunge il tradizionale tempo dei primi bilanci festivalieri, gioco forse sterile ma in definitiva, per chi è armato di sincera passione, quasi inevitabile, in cui ognuno riprende in mano il programma con segnata ogni proiezione alla quale ha assistito e inizia a rimettere pazientemente in fila tutti i colpi al cuore, i punti di reale interesse, le più o meno sonore delusioni. Ed emerge a occhio nudo, senza nemmeno doverci pensare più di tanto, come siano stati – escluso il cinese del meraviglioso corto The Hedonists firmato Jia Zhangke – proprio i film in parte o del tutto nella lingua di Fernando Pessoa i migliori di questa edizione, quelli in grado di darle maggiore lustro e di renderla ancora una volta memorabile. Partendo dal Portogallo delle Correspondencias di Rita Azvedo Gomes e del percorso mistico dell’O Ornitólogo di João Pedro Rodrigues per arrivare, passando per la parte mozambicana di El auge del humano dell’esordiente Eduardo Williams, fino al Beduino brasiliano del maestro Julio Bressane, le dolci sonorità del portoghese hanno accompagnato il pubblico locarnese nella poesia, nella scoperta di se stessi, nell’amore, nell’incontro-scontro fra uomo e macchina, nella resistenza e nei linguaggi (meta)cinematografici. E a questo già nutrito elenco, tornando in Portogallo, si aggiunge ora la più pura storia del Cinema, grazie al nuovo sognante lavoro di João Botelho.

O cinema, Manoel De Oliveira e eu, questo il titolo del film, è l’omaggio dell’allievo al grande maestro, è amicizia e stima reciproca in celluloide, è critica cinematografica e professione di fede nei confronti della settima arte e di chi, nei suoi 106 anni di vita, ne ha scritto e infranto buona parte delle regole risultando forse l’autore più influente di sempre. Il punto di partenza è una fotografia: Manoel de Oliveira già settantaduenne vestito da prete, João Botelho poco oltre i trenta, un incontro, un abbraccio. Era il 1980, sul set di Conversazione conclusa, film di Botelho sulla vita di Pessoa nel quale De Oliveira aveva accettato di apparire come attore in abiti talari. Era la nascita di un’amicizia sincera fra chi respira immagini, ne produce, ne vive. O cinema, Manoel De Oliveira e eu, nella sua doppia anima prima analitica e poi di messa in scena, unisce la cinefilia all’umanità, unisce la critica cinematografica all’omaggio accorato, studia la grandezza del cinema de De Oliveira e poi (ri)mette, nella seconda parte, il grande maestro in scena trasfigurandolo in una Puttana santa di fassbinderiana memoria, prendendo le mosse da un soggetto che Manoel amava e avrebbe voluto girare ma che non ebbe mai l’occasione di portare a termine. Il primo segmento del film, mostrando con sapiente montaggio le caratteristiche, la lirica e le maggiori intuizioni registiche del Maestro, parla di colui che portò per mano il cinema d’autore dal muto al digitale, spiegando con cura la sua ossessione per l’inquadratura fissa e sempre unica per ogni sentimento, la sua ricerca di verticalità attraverso specchi, porte e finestre, il suo lirismo epico fatto di dettagli che scivolano dolcemente in campo, senza che ci siano movimenti di macchina a distrarre lo spettatore dal flusso emotivo messo in scena. Ma Botelho non si limita certo ai pur nobili intenti documentaristici e didattici: quello che la prima metà del film porta sullo schermo è già un vero e proprio atlante sentimentale, pronto poi a esplodere nella pura messa in scena della seconda. Perché O cinema è prima di tutto un film d’amore, quello del cineasta, cinefilo e amico João Botelho verso l’umanità e verso il cinema, verso la narrazione e verso l’uomo che l’ha costantemente reinventata, verso la magia delle immagini in movimento e soprattutto verso di lui, Manoel, la celluloide impersonificata.

Da Aniki Bóbó a Lo strano caso di Angelica, passando per il finale de La valle del peccato, da Atto di Primavera e da Amor de perdição, Botelho monta spezzoni presi da una filmografia di soli capolavori lunga quasi 90 anni, creando ben al di là delle interessanti riflessioni sulle singole sequenze un flusso emotivo unico, sospeso fra l’immortalità delle opere e quella, di riflesso, del suo autore. È un grande regista che ancora una volta si genuflette di fronte al proprio mentore, alla propria ispirazione, al proprio idolo e maestro. “Manoel de Oliveira non ha mai fatto un film, ha sempre fatto cinema”, dice la voce sognante di Botelho, distinguendo il trascurabile aspetto commerciale del cinema da quello splendido calderone di sentimenti, emozioni e sincerità di cui tutti noi andiamo in costante ricerca e di cui Manoel è stato pioniere e fra i massimi esponenti. Forse proprio perché secondo De Oliveira il cinema non esiste(va), si tratta(va) “solo”, come dimostrato nei titoli di testa dietro le quinte del set di Benilde o la vergine madre, o nel ritorno in studio con O gebo e a sombra, della naturale prosecuzione ed evoluzione tecnica del teatro. Fra ancestrali suicidi fra i flutti del mare in attesa che emergano pergamene e il geniale campo-campo di un dialogo ripetuto dai due punti di vista degli attori, senza mai staccare da nessuno dei due volti, Botelho monta il cinema secondo De Oliveira, crea dalla creazione, studia lo studio, ama e ne spiega i motivi. È l’atto creativo della critica cinematografica, sono immagini e parole stimolate da altre immagini e parole, è la lettura personale e ancestrale di ciò che De Oliveira ci ha lasciato da parte di chi più al mondo ha sempre amato le sue opere. Botelho racconta la vita per lunghi tratti difficile di Manoel, fra due guerre mondiali e il sanguinoso e mai sopportato regime fascista di Salazar che gli imporrà, al di là dei danni sociali di cui la popolazione portoghese sta ancora oggi pagando il salato prezzo, tagli censori e cambi nei finali dei film, ripristinati poi nella forma originaria solo dopo la fine della dittatura. Racconta il suo cinema, fra teatri di posa ed esterni, dal muto al colore, e poi all’abbandono della pellicola con l’avvento del digitale. Racconta l’amicizia, le lunghe passeggiate insieme per il lungomare di Lisbona, i consigli ricevuti da De Oliveira durante la lavorazione dei propri film. E poi racconta la magia stessa del suo cinema allegorico, lirico e metaforico, omaggiando Manoel con un secondo segmento che è un film à la Manoel, ispirato a un soggetto molto amato da Manoel e pronto a mettere in scena, nella storia al contempo tragica, straziante e tenerissima di due puttane d’antan, il rapporto fra i due registi.

E dopo Um Filme Falado di De Oliveira, l’omaggio di Botelho non poteva che essere un ritorno al muto, al bianco e nero, alla poesia dei cartelli. Nelle mani bruciate della prostituta torturata da un padre troppo severo c’è tutto il passato travagliato di De Oliveira, c’è la dittatura di Salazar, c’è l’ancestrale dolore di chi è stato forzato a fare ciò che non voleva, ma non ha mai messo da parte la dignità, i sentimenti, l’onestà più pura. Viene in mente la sua vecchia casa come formazione e simbolo della propria vita e appartenenza nel momento in cui è stato costretto a venderla, raccontata da De Oliveira stesso nel capolavoro-testamento Visita ou memórias e confissões, girato nel 1993 ma mostrato solo dopo la morte, come opera postuma e immortale. Appare un’altra prostituta, più giovane e innamorata, proiezione di Botelho. La loro storia è un amore impossibile, straziante, tenero, potente, diviso, che passa da piaghe mai mostrate a obblighi di andare con uomini che mai avrebbero voluto. Ma puntualmente, poi, ci si ritrova, fosse anche all’ultimo minuto, fosse anche sul letto di morte. Fino a quelle mani finalmente prive delle bende, e a quel bacio sulle cicatrici, ultimo e infinito atto d’amore: semplicemente O cinema, Manoel De Oliveira e eu.

Marco Romagna

“Sequem as Lágrimas, Ouçam a Pintura das Palavras” (2016)
Drama | Portugal
Regista João Botelho
Sceneggiatori João Botelho
Attori principali Miguel Nunes, Leonor Silveira, Maria João Pinho, António Durães
IMDb Rating N/A

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