3 Settembre 2019 -

NO.7 CHERRY LANE (2019)
di Yonfan

Sono in qualche modo tutti Alla ricerca del tempo perduto in No.7 Cherry Lane, ritorno al lungometraggio di Yonfan a dieci anni esatti da Prince of Tears ed esordio assoluto, sorprendentemente proustiano ed eroticissimo, del regista hongkonghese nel cinema d’animazione. Lo sono i personaggi, lo è il regista, lo è la forma cinematografica. Tutti protesi verso un tempo che è cristallizzato da qualche parte nel ricordo, un tempo necessariamente dilatato, lento, prolisso, inesorabile, onirico, ellittico, inebriante, lussurioso, carnale, a tratti dolcissimo e a tratti tormentoso, e rigorosamente circolare in ogni suo ritorno. Un tempo smarrito forse per sempre nel momento stesso in cui si dissolvono l’innocenza e la felicità dell’infanzia liberando per la prima volta le amarezze e i rimpianti, un tempo in cui il passato si rispecchia ogni giorno nella provvisorietà del presente per tendere verso un futuro incerto e ancora tutto da costruire. Un tempo da ritrovare attraverso la memoria e l’arte, attraverso la letteratura e il cinema, attraverso l’emozione e l’identificazione, attraverso il desiderio e la più audace sensualità, forse l’unico possibile e tortuoso percorso nella memoria per tornare al passato e finalmente farlo riemergere nelle emozioni e nella passione dell’oggi – che poi è ieri, e che forse è domani. Magari proprio in quella sala cinematografica, novella «arca» in cui è necessario chiudersi lasciando che il tempo interiore ed esteriore, oggettivo e soggettivo, perduto e forse riscoperto, si meticcino sullo schermo impregnato delle immagini intrappolate dalla celluloide, dove il ticchettio del proiettore sembra avere quello stesso gusto antico e preziosissimo della madeleine, e dove film dopo film, identificazione dopo identificazione, lacrima dopo lacrima di fronte alle performance della divina Simone Signoret, la scintilla di desiderio prima o poi non potrà che diventare fuoco di passione o forse Il laureato, espressamente citato in cartellone e pronto a riecheggiare nel triangolo amoroso fra il giovane, intelligente, pansessuale e irresistibile Ziming, la splendida quarantenne Mrs. Yu come una novella signora Robinson con la quale dissertare di letteratura fino ai fremiti della tarda notte e andare al cinema fino a quando gli sguardi desiderosi diventano autoerotismo e poi inevitabile carne, e la sua giovanissima figlia Meiling, studentessa che sta sbocciando sempre più bella e che già dal nome ricorda non certo per caso la Elaine del film di Nichols.
Sullo sfondo, ovviamente, del preponderante skyline di quella città simbolo di assoluta libertà cinematografica che è Hong Kong. Quella di Fruit Chan, quella di Wong Kar-wai, quella di Stanley Kwan, quella di Ringo Lam, quella di Johnnie To. In un film che è al contempo lettera d’amore a un luogo e a tutto il cinema a cui ha dato vita, mentre si fondono e costantemente dialogano fra loro il melodramma e la politica, la letteratura e la Storia, il tempo perduto e i fremiti d’emozione che lo richiamano, i capricci del desiderio umano e un erotismo quasi ai limiti dell’hentai nei copiosi nudi frontali sia maschili sia femminili – nati come tutto il film in CGI 3D e sostanzialmente ricalcati a mano al rotoscopio per ottenere un effetto visivo inedito che nasce da un percorso contrario alla modernità, quasi fosse anche la tecnica una nuova e ulteriore ricerca del tempo perduto – di un’animazione fatta di diversi stili e difformi character design(s). Fra i lussureggianti cromatismi dei sogni e il contrastato bianco e nero quasi à la Roy Lichtenstein che trasforma in disegni il cinema, oppure fra la libertà creativa dei desideri, con tanto di lucidi che scorrono sugli sfondi trascinando immobili le comparse dell’onirico, e il rigore iperdescrittivo, prolisso proprio come valori proustiani impongono con una prima mezz’ora che programmaticamente non sembra partire per poi trovare successivamente il suo senso proprio nell’eplicito valore della lentezza, quando Yonfan dipinge la realtà in cui sono calati i suoi personaggi. La realtà hongkonghese del 1967, un anno chiave nella storia della regione speciale cantonese. Quello delle rivolte comuniste che, contro il protettorato britannico, guardavano alla Cina di Mao, sanguinosamente represse dall’esercito contro il popolo. Un anno di transizione, di cambiamenti sospesi fra tradizione e modernità, di scarti generazionali (il trucco, il rossetto, la lacca, lo smalto e il fard che appaiono sul viso di Meiling ma non su quello di sua madre) come segno del tempo che cambia, ma soprattutto un anno di ribellione, che come un nuovo tempo perduto si ripercuote anche oggi nel presente della transizione cinquantennale alla Cina (1997-2047) nei moti popolari che continuano a nascere e svilupparsi come focolai in giro per la penisola. Eppure, i tre protagonisti del film di Yonfan sembrano essere troppo distratti dai triangolari giochi del loro Teorema di seduzione per rendersi davvero conto, anche mentre ci camminano in mezzo, di quel che sta accadendo intorno a loro.

Dream Charade, Play Shadow e Winter Cometh. Sono tre i differenti racconti, scritti in passato dal suo stesso pugno, in cui Yonfan articola No.7 Cherry Lane, coraggiosamente presentato nel concorso veneziano edizione 2019 a competere per il Leone d’Oro. Stagioni che scivolano e passano, capitoli di un mondo che cambia, in cui il domani appartiene ai figli ma anche le madri, un tempo rivoluzionarie e ora arrese a vendere cosmetici per i ricchi, meritano ancora il presente. Ma soprattutto racconti di corpi, muscoli, gioventù, scambi di sguardo, passione e sogni, rapiti e portati via in un mondo di desiderio e di sfondi abbozzati e infantili, con il vestito che si sfila, con i gemiti sospesi fra erotismo e imbarazzo, con le oniriche ed evidenti metafore sessuali di una carta di riso penetrata dalle cannucce e dei serpenti che circondano la voglia della signora Yu. Come una geisha nuda e orgasmica, nel suo abbandonarsi ai pensieri maliziosi e ai sensi di colpa per la sola esistenza di questi pensieri, che riesce finalmente a liberarsi delle maschere e delle sovrastrutture, viversi e appartenersi fino in fondo nella nuova primavera a 40 anni. La signora Yu assume Ziming non tanto per quel suo fascino magnetico e irresistibile per tutti, donne, uomini, transessuali (la sua vicina di sopra, ex concubina e diva ormai in disgrazia, sorta di crossover fra Norma Desmond e la Maga Circe in un aspetto che in Italia ricorda più che vagamente Moira Orfei) e animali (straordinaria la sequenza onirica in cui si anima e prende vita persino il gatto sul pacchetto di sigarette, anch’esso stregato dal fascino irresistibile di Ziming, per il bisogno di leccarlo e fargli le fusa con quel leggero sadomaso di un graffio in pancia fusione perfetta di piacere e dolore), ma per il suo curriculum di straordinario studente di letteratura inglese, passione condivisa e unica lacuna da colmare della sua Meiling. Eppure, se da una parte saranno Jane Eyre e Cime tempestose a elidere progressivamente le distanze fra i giovani, dall’altra saranno Il sogno della camera rossa, le opere di Marcel Proust, il confronto dialettico fra amanti della parola e ancor di più il cinema a spingere la madre fra le braccia e le labbra del giovane maestro.
Dagli arrossimenti alle ormai inaspettate fiammate, che la cambiano profondamente, proprio come fossero il suo personale tempo da ritrovare e recuperare, nello smalto rosso come fuoco sulle dita delle mani e dei piedi, nella sensualità voluttuosa di quel fumo a cui era un tempo contraria e che invece ora espira come una nube che dice più di mille parole, nel sogno erotico di spogliarlo e negli sguardi languidi e lascivi, in quelle gambe, lisce e bellissime, alzate maliziosamente sul divano a ergersi a più puro, seducente e libidinoso linguaggio del corpo. Mossa da quel fascino irrefrenabile, trascinante e perfettamente consapevole di lui che ama corteggiare e lasciar fantasticare, dissimulare ma al contempo esibire, ammaliare e poi possedere. Un po’ come in quell’amore fra la donna matura e il giovane messo in scena nel Dottor Zivago, visione mattutina con cui inizieranno a frequentare sempre più assiduamente (fra Casco d’oro, La strada dei quartieri alti e Ship of fools) la sala di città fino all’attrazione, al bacio, all’amplesso, alla decisione (rigorosamente fuori campo, come la maggior parte delle cose che “succedono” in No.7 Cherry Lane, mentre a essere visibili nel procedere ellittico, carnale e sempre più profondo del film sono principalmente le ripercussioni psicologiche) di andare via insieme. Forse, o forse no, mentre monta la più che velata gelosia – «Mother faker» – di una figlia che ha sempre saputo, e che nonostante tutto non può evitare di cedere anch’essa al fascino del prestante e nerboruto insegnante, a quella sciarpa di seta lasciata volare via, a quei baci appassionati al tramonto quando Ziming gliela riporterà dopo averla recuperata dai rami dell’albero in cui si era impigliata. Fino al ritorno del tempo perduto anche di Ziming proprio al numero 7 di Cherry Lane, in quell’abitazione che diventa casa d’appuntamenti e d’amore pansessuale, tensione etero-zoo-omoerotica che riporta a quella doccia spiata ed esibizionista di un anno prima, e quindi di gioventù, dopo una squisitamente antonioniana partita a tennis senza pallina. Come in una sorta di nuovo Blow-up senza censure, in cui c’è il doppio dal corpo altrettanto perfetto e c’è il guardone che desidera entrambi da una grata, con quella pallina che mancava alla loro partita ancora in mano, e forse con il futuro già negli occhi.

Marco Romagna

“No.7 Cherry Lane” (2019)
125 min | Animation | Hong Kong
Regista Yonfan
Sceneggiatori Yonfan
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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