30 Ottobre 2019 -

LITTLE JOE (2019)
di Jessica Hausner

Era da uno strano tipo di enormi baccelli che, nel 1956 de L’invasione degli ultracorpi, Don Siegel immaginava nascessero e si sviluppassero quei perfetti e anaffettivi replicanti extraterrestri giunti dallo spazio profondo a distruggere e sostituire l’umanità durante il suo sonno. Proprio come, lasciando da parte il regno animale delle minacciose formiche impegnate nel ’74 nella Fase IV: distruzione Terra dell’unica e straordinaria regia di Saul Bass, nel 2008 del The happening (titolo italiano E venne il giorno) di M. Night Shyamalan sempre dal mondo vegetale era prodotta e veniva la letale neurotossina per effetto della quale ogni uomo infettato era spinto al suicidio. Ma è probabilmente Special delivery, magnifica e inquietante puntata del 1959 di Alfred Hitchcock presenta fra le rare regie di Norman Lloyd su sceneggiatura di un maestro della fantascienza come Ray Bradbury, il principale punto di partenza di Little Joe, ultima fatica della cineasta austriaca Jessica Hausner premiata a Cannes per la migliore interpretazione femminile di Emily Beecham e ora apertura, nella magnifica cornice del Politeama Rossetti, dell’edizione 2019 del Trieste Science+Fiction Festival. Lì erano le spore dei funghi pubblicizzati e consegnati a ogni ragazzino della città a rendere schiavo, alieno e anaffettivo qualsiasi essere umano li mangiasse, mentre qui, in tempi in cui al capitalismo sfrenato che da sempre mina il già delicato rapporto fra l’uomo e la natura si sono aggiunte le mutazioni genetiche (in)controllate delle biotecnologie, per essere infettati e non poter mai più tornare a essere se stessi è sufficiente respirare il polline di un fiore. Un fiore studiato e progettato in laboratorio, partendo dai più filantropici tentativi della scienza di migliorare la condizione umana, per donare con il suo profumo e attraverso le sue ossitocine una felicità assoluta agli uomini a patto di amarlo e di curarlo, di nutrirlo e di guardarlo lentamente sbocciare, con il quale parlare con dolcezza e da proteggere come un figlio da far crescere al caldo, negli stessi colori neutri e pastello di una nursery. Un fiore a cui non certo per caso Alice, la scienziata/selezionatrice e madre divorziata che lo ha creato, ha dato lo stesso nome del figlioletto (Little) Joe, finendo per rendersi conto proprio dai cambiamenti del figlio di come il virus utilizzato per creare la varietà floreale fosse automaticamente mutato, probabilmente come reazione all’imposta sterilità del fiore che negandogli la possibilità di riprodursi gli calpesta il più naturale dei diritti a essere amato e diffuso nel mondo, in un agente patogeno in grado di intrufolarsi nei condotti olfattivi fino a modificare e riplasmare le parti del cervello umano in cui hanno sede le emozioni.

Un qualcosa di scientificamente possibile e di assoluta, intelligentemente mai didascalica, verosimiglianza narrativa, ma non è questo che realmente interessa a Jessica Hausner. Il vero punto di Little Joe, come sempre nella filmografia dell’autrice viennese, sono i rapporti umani e l’incomunicabilità. Il vero punto di Little Joe è sovrapporre, o forse sarebbe meglio dire contrapporre, l’etica della ricercatrice alla morale di una madre. Il vero punto di Little Joe è ragionare sugli eccessi dell’individualismo caricandoli fino al parossismo e al paradosso: nessuna persona, dopo essere entrata nella «grande famiglia» di chi ha inalato il polline di Little Joe, ha più bisogno delle altre persone, ma la sua potenziale (in)umana indipendenza, il suo poter pensare solo a se stessa, si riduce a mettersi al servizio di qualcun altro che vive eppure non parla e non si muove, ma semplicemente lotta, come un fiore può lottare, per la sopravvivenza e per la diffusione della propria specie. Una perfezione artificiale lungamente ricercata in laboratorio che all’improvviso, dopo averla manipolata sottovalutandone le possibili conseguenze, si rivela tutto fuorché realmente “perfetta”, parzialmente sfuggita di mano e ora pronta a manifestarsi in un’ambiguità assoluta, straniante, ipnotica, profondamente inquietante. Sia perché potrebbe essere solo un’impressione sbagliata, un’autosuggestione della protagonista, un suo senso di colpa dopo aver trascurato l’amato figlioletto per concentrarsi sul lavoro e dopo aver scavalcato i protocolli di sicurezza nell’utilizzo degli allergeni, sia soprattutto perché chi viene contagiato dal polline diventa in effetti realmente felice e in pace con se stesso, proprio come l’obiettivo iniziale della ricerca si proponeva. Solo che, animale, collega, figlio o sua amichetta che sia, parrebbe non essere più se stesso, o per lo meno non più quello che credeva di essere. Come se fosse un’altra persona, capace di fingere ancora i sentimenti e i legami di quella vecchia proprio come l’anziana collega Bella per insospettire Alice saprà fingere di fare parte dei contagiati fino all’improvviso e irrefrenabile riemergere della malinconia ripensando al cane fatto sopprimere dopo il suo cambiamento cerebrale dovuto al polline, ma in realtà totalmente anestetizzata, senza più emozioni, in grado di amare davvero solo Little Joe. O forse, esattamente all’opposto e in maniera ancor più sottilmente disturbante, come una persona che grazie al polline di Little Joe sente per la prima volta realmente emergere la vera e più mostruosa se stessa, algida e libera dagli obblighi della società e della morale nei suoi più reconditi e atroci desideri inconsci. Come se la vera e più intima natura delle persone fosse una sorta di glaciale replicante un po’ apatico che a Little Joe dedica ogni cura, a costo di recidere il cordone ombelicale fra madre e figlio, a costo di lasciar morire le amatissime formiche perché «non posso pensare a tutto», a costo di mettere violentemente fuori gioco e di far contagiare dalle piante anche Alice, che per quegli stessi fiori che aveva creato stava diventando pericolosa. A costo di uccidere per loro, forse, o per lo meno di non riuscire a fare nulla per evitare la tragedia, il sospetto, l’affanno. L’ennesima vittoria, in un imprecisato e prossimo domani che è già esattamente oggi, della disumanità e del sistema economico, con la commercializzazione in tutto il mondo di Little Joe in attesa che anche gli altri esseri umani perdano per sempre ogni empatia e la propria sfera affettiva.

Una prospettiva asfittica, pessimistica, inquietante, in qualche modo pre-apocalittica. Proprio come i titoli di testa, rubicondi come i Little Joe, che immergono sin da subito nell’assoluta e rigorosa sottrazione del discorso cinematografico di Jessica Hausner. Titoli che, come la gelida e soffocante rigidità di una messa in scena geometrica e programmaticamente asettica nei suoi cromatismi ospedalieri scaldati solo dal rosso dei fiori, dalle illuminazioni violacee sul Little Joe casalingo e dalla chioma arancione della protagonista, sin da subito disturbano, sconcertano e disorientano lo spettatore nel loro contemporaneo scorrere su due righe in ambo le direzioni, mentre sotto di loro roteano per la prima volta, altrettanto disturbanti nelle illusioni ottiche di una spazialità schiacciata dal grandangolo, le immagini circolari delle videocamere di sorveglianza che controllano la serra. Già a soffocare e appiattire, proprio come le figure dei protagonisti saranno soffocate e appiattite contro i cromatismi neutri dei muri, e magari incalzate da un paio di inaspettati zoom che ulteriormente eliminano la residua aria intorno a loro. Come sarà programmaticamente un agente di disturbo, in uno straordinario lavoro di sound design che subliminale entra ed esce lungo tutto lo scorrere di Little Joe, la colonna sonora che innesta sofferti latrati e insistiti fischi stranianti d’inquietudine sulle note di chiara matrice giapponese – forse un riferimento al teatro kabuki, o più probabilmente l’occasione per affiancare alla freddezza dell’ambientazione inglese un riferimento alla società probabilmente più di tutte schematica in quella forma e in quei valori che l’inebriante profumo dei Little Joe finirà progressivamente per annientare. Sonorità che come una spada di Damocle sulla protagonista rimangono sospese nei loro minori e nei loro semitoni, in attesa del prossimo contagio e del prossimo abbandono, in attesa del prossimo volo del polline e della prossima (non più) dolorosa scelta, in attesa della prossima solitudine e del prossimo inquietante «ciao mamma». Ed è un paradosso proprio come nei suoi spunti più interessanti si celi anche il limite di Little Joe. Un apologo sui rischi insiti nel superare i limiti della natura anticlimatico, antispettacolare e disturbante, che analizza l’anaffettività attraverso il rigore, attraverso la freddezza, attraverso l’ambiguità più trattenuta. Ma non cerca un’umanità residua Little Joe, non vuole lanciare un campanello d’allarme. Gli basta mettere in scena lo stato delle cose, come se già non ci fosse più nulla da fare. Come se fosse impossibile tornare ai sentimenti, all’umanità, all’empatia, all’amore fra madre e figlio o a quello che potrebbe nascere, ma rimane soffocato, fra colleghi che collaborano con passione allo stesso progetto floreale. Tanto da finire forse inevitabilmente, proprio nel suo calcolo certosino, proprio nella sua ostentata perfezione, proprio nel suo assoluto controllo, per diventare allo stesso modo glaciale e anaffettivo nei confronti dei suoi personaggi e, quasi per estensione, del suo pubblico. Pienamente autorizzato, a questo punto, ad accogliere Little Joe con l’indubbio interesse che merita un’opera con simili stratificazioni e con una simile, ben chiara, affascinante, alienante, efficace e coerentissima idea di regia, ma sotto sotto anche con parte della medesima freddezza.

Marco Romagna

“Little Joe” (2019)
100 min | Drama, Sci-Fi | Austria / UK / Germany
Regista Jessica Hausner
Sceneggiatori Géraldine Bajard, Jessica Hausner
Attori principali Emily Beecham, Ben Whishaw, Leanne Best, Lindsay Duncan
IMDb Rating N/A

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