22 Maggio 2019 -

ATLANTIQUE (2019)
di Mati Diop

Mati Diop, già documentarista nipote del grande Djibril Diop Mambety e figlia del musicista Wasis Diop, torna a guardare l’oceano, le sue onde che riflettono tutte le memorie possibili lì inabissate. Lo fa con una storia, l’Atlantique in concorso al 72mo Festival di Cannes, esile e pervasa di piccoli simboli, pronti a elevarsi in segni di ciò che continuamente accade sotto ai nostri occhi. Una storia come mille altre, che lega il destino al dramma, l’invisibile e le ombra di anime che nella dialettica dell’oggi nemmeno appaiono come dimenticate perché si dubita della loro esistenza. Ed ecco che lo spazio diventa grido, il tempo diventa sogno, l’atto uno scarto della realtà che coinvolge sentimenti infiniti e immortali. L’Atlantico (come il nostro Mediterraneo) vive ogni giorno in questa dicotomia continua tra la speranza e il dramma, un filo sottile che coinvolge esistenze, le smembra e le consuma. Già nell’illuminante Sans Soleil, digressione sulla lavorazione del capolavoro dello zio Touki Bouki, lo svelamento tra apparenza ed essenza diventava una chiave di lettura fondamentale sulla ricomposizione del ricordo, e su come esso sia la principale materia filmica possibile. Qui la memoria dell’acqua non può lasciare nell’oblio chi la attraversa, così quello spazio infinito di riflessi e ombre ora è abitato da fantasmi, che si palesano sulla terra come ombre senza corpo, dall’anima sacrificata.

Suleiman, un muratore mal pagato della metropoli (sempre più abitata e disumana, Dakar, come il continente nero che viene qui rappresentato) si innamora della bellissima Ada; i loro incontri sono fugaci e nascosti, in una piccola baia con vista oceano. Mentre lui, con altri operai sfruttati, parte con una piroga verso la Spagna, lei si incontra con il promesso marito, ricco, materialista e indifferente. Da qui in poi la realtà si squarcia, inesorabilmente. Mentre si susseguono voci sul naufragio di Suleiman e compagni causa una tempesta, Ada si sposa e la prima notte di nozze il letto di casa del facoltoso marito si incendia misteriosamente. L’ispettore è vittima di crisi quasi epilettiche, Djinn si incontrano con Marabout, e gli spiriti possiedono i familiari delle vittime di quella piroga che occupano casa dell’imprenditore ricattandolo. Tutti coloro che intervengono e agiscono sulla storia provano una sorta di astrazione alienata e alienante, non più capaci di agire e di pensare, come se fossero attraversati dallo strazio che quei corpi oramai inabissati comunicano. Una specie di eco dall’oblio di entità soprannaturali e fantasmatiche che pervadono le notti sull’oceano di Dakar, fino a quando Ada, lasciato il marito, potrà dialogare un’ultima volta con l’anima di Suleiman per superare il baratro e tornare a guardare l’orizzonte del mare, e con esso a  possibile futuro. Nulla può cambiare il destino, solo lo sguardo su di esso può superarlo.

Il film è sconnesso nella sua complessa stratificazione, si slabbra, perde a tratti vigore, ma continua a pulsare di vita propria, si apre nella sua libera freschezza del raccontarsi. Resta continuamente sospeso nel limbo tra reale e simbolico, tra estetica occidentale ed etica africana (o viceversa), tra l’esperienza sovrannaturale e la descrizione politica. E in questo muoversi costantemente fra dualismi emergono forme e maledizioni, un senso dialettico di sconfitta del presente a cui tutti siamo chiamati nel riflettere sull’identità di esistenze che apparentemente non esistono. Ecco che la camera della Diop cerca spesso spiragli di oceano come punto di fuga dalla narrazione, si abbandona a filmare onde che si increspano e calma piatta, come punto di vista dell’inevitabile e di ciò che il fato strappa alla vita. E forse sta proprio qui la bellezza del film con cui Mati Diop esordisce alla finzione, nell’assenza di campo del dramma, nell’allontanamento degli invisibili che fuggono in una disperata notte senzepiù traccia del loro passaggio. Parla un linguaggio che dialoga con le culture e i continenti, si apre mirabilmente ad osservare l’esterno guardando (d)all’interno, abbraccia i suoi ragazzi rivendicandone il diritto a esistere. Ed ecco così il gioco di ricostruzione di vite altrui, di invocazione autoctona e tribale rivista (e rivissuta) all’oggi; il controcampo del morire nel tentativo di raggiungere un altro mondo è il veicolo d’accesso al diventare entità per cui attraversare gli altri. Con un coraggio notevole la Diop costruisce a tasselli un ritratto romantico e drammatico, ingenuo e allo stesso tempo consapevole. Dispersivo, come ogni storia che sceglie la dispersione per disperazione (e forse nemmeno per scelta). L’Atlantico in fondo è un contenitore che da secoli incrocia anime e le disperde, le abbraccia e le affoga; resta sempre lì, tranquillo o burrascoso, a riflettere il nostro essere di fronte a lui, il nostro postulare in lui immagini e fantasmi di un mondo che vorremo, mai così distante da quello che vogliono farci credere che sia.

Erik Negro

“Atlantics” (2019)
100 min | N/A | N/A
Regista Mati Diop
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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