21 Maggio 2019 -

SOLO (2019)
di Artemio Benki

Cade ormai praticamente a pezzi l’Hospital Interdisciplinario Psicoasistencial José Tiburcio Borda, più comunemente noto come “El Borda”. Ma non è sui muri fatiscenti del principale fra gli ospedali psichiatrici argentini, sorta di microcittà nel centro dei quartieri popolari di Buenos Aires, che Solo si vuole concentrare, e nemmeno sui ripetuti casi di malattie veneree, violenze e abusi che negli anni si sono registrati, o per lo meno sospettati, all’interno della struttura. Così come del resto, nell’interessante esordio al lungometraggio del regista e produttore di lunga data Artemio Benki, nato a Parigi ma da molti anni stabilmente residente a Praga, rimarranno del tutto fuori campo anche il sostanziale abbandono da parte di uno Stato che non vuole né può più permettersi le spese per mantenere l’ospedale realmente efficiente e la conseguente protesta del 2013, repressa con irruzioni, lacrimogeni e proiettili di gomma, messa in atto da parte di pazienti, infermieri e dottori. Semmai, l’aspetto del Borda senza il quale Solo non avrebbe mai potuto prendere vita e forma è la sua centralità nella riforma anti-psichiatrica del Paese, all’avanguardia in tutto il Sudamerica e studiata nella sua evoluzione da ogni parte del mondo. Ma non è nemmeno “su” questo, il film documentario proiettato in chiusura dell’Acid di Cannes 2019. All’argomento, Solo preferisce l’umanità, alla tematica preferisce la vicinanza e il rispetto, a qualsiasi possibile forma di retorica preferisce l’onestà di un film piccolo e sincero che tiene rigorosamente al centro il suo protagonista, che vive con lui, che respira con lui, che soffre con lui, che combatte al suo fianco nella sua quotidiana lotta contro se stesso, contro i suoi fantasmi, contro i suoi disturbi, contro i suoi timori, contro le sue frammentazioni. Una lotta di autodeterminazione e autocontrollo, ben più che di psicofarmaci, che attraverso la musica, l’estro e la canalizzazione della malattia e dei disagi in un nuovo spartito lo porterà fuori dall’ospedale, nel ritorno alla vita.
Correva l’anno 2010 quando l’Argentina, plasmandola sostanzialmente sul modello e sui dettami italiani di Franco Basaglia, iniziava anche per legge il suo percorso di demanicomizzazione per favorire un’assistenza psichiatrica interdisciplinare sul territorio e che sapesse rispettare i diritti umani dei malati, con lo scopo di abolire ogni deriva detentiva per reinserirli nella società e nella vita al di fuori delle strutture. Seguendo, di fatto, quella strada che il Borda, con l’anticipo dei pionieri e con l’attivismo del suo Frente de Artistas, già aveva segnato nel 1984, iniziando a cercare nella creatività e nell’espressione artistica dei pazienti l’abbattimento dei muri fisici e mentali, la non discriminazione, l’autodeterminazione e il rispetto degli individui. È del Borda la prima radio al mondo gestita da pazienti psichiatrici, è del Borda la continua organizzazione di laboratori ed eventi interni nei quali far collaborare ed esibire i pazienti fra musica e danza, ed è (stata) per quattro anni il Borda la casa di Martín Perino, pianista trentenne di un talento pari solo alla sua fragilità, nella sua rovinosa caduta da giovanissima promessa a paziente psichiatrico passando per gli attacchi di panico, il conclamarsi della schizofrenia, l’agorafobia, la paranoia e la sindrome autoreferenziale, convinto che tutti parlassero di lui fra le palpitazioni e un’irrefrenabile paura di morire. Artemio Benki, nel delineare un ritratto attento e tenerissimo, cerca e trova nel faticoso risollevarsi di Martín un’esistenza, un soffio vitale, una totale fiducia e sincerità, ma anche un confine da superare fra “dentro” e “fuori”, fra “matto” e “normale”, fra debolezza e forza che paradossalmente si sprigiona proprio dall’accettazione e dall’acquisita capacità di controllare le proprie ossessioni, canalizzandole come un’energia nella composizione musicale, senza più perdere il contatto con la realtà. Il pianoforte è per Martín sofferenza e gioia, dolore e liberazione, ma anche mancanza, bisogno, dipendenza, naturale prosecuzione delle dita. È musica, è espressione, è arte, è immaginare di dirigere un’orchestra di rumori stradali, oppure sognare tastiere d’aria sulle quali esercitarsi mentalmente per superare i momenti di crisi. Di quel bambino prodigio che ancora suona e riceve ovazioni su YouTube è rimasto il prodigio senza più il bambino, ma è proprio il prodigio che isola, che chiude, che dissocia dal reale: Solo è la nuova ricerca del bambino da parte di Martín Perino, e il suo contemporaneo e faticoso liberarsi dal “prodigio” per farlo finalmente sviluppare in talento, facendo (ri)emergere l’essere umano, finalmente controllato e consapevole, dalla sua coltre di paure e paranoie. Fino a ritrovare, dopo tante Parole parole parole, il suo nuovo O sole mio. Su una panchina del parco, nella casa di cui è rientrato in possesso, o sullo sgabello che sta dietro a un quarto di coda.

Non esiste una data di scadenza, non esiste una “fine pena” per i pazienti psichiatrici, perché il manicomio – o comunque lo si voglia chiamare – non è un castigo, ma è un aiuto, una necessità, una protezione. È il paziente a decidere quando è ora di abbandonare la struttura, con i suoi progressi, con le sue risposte alle terapie, con il crescere del suo controllo sul disagio che lo attanaglia, con la sua capacità di ricominciare a «negoziare con la realtà». Quando Artemio Benki, dopo aver conosciuto e scelto il suo protagonista nel 2014, ha iniziato le riprese di Solo, Martín Perino era già tutto sommato vicino al momento dell’uscita dal Borda, già in grado di ragionare lucidamente, fra un laboratorio e un’esibizione ospedaliera, su se stesso e sul rapporto stretto e in un certo senso necessario fra la sua malattia e la sua musica. Ma era anche profondamente impaurito dalla prospettiva del cambiamento, del ritorno al mondo di “fuori”, quello stesso mondo che, nel suo costante chiedere troppo a se stesso, era diventato incompatibile con la sua rigidità mentale. Lui che sarebbe potuto essere, e probabilmente anche con il suo esaurimento lo è per davvero, il migliore della sua generazione, ipercinetico nel costante movimento delle gambe o delle mani a immaginare tastiere, sempre bisognoso di avere di fronte un piano, di suonare, di esprimersi, di variare e improvvisare su una linea. È stato un distacco progressivo dalla realtà, il suo, dissociato e rifugiatosi nel pianoforte ma al contempo consapevole che la malattia è proprio quel disagio, quella spinta, quell’ispirazione ancestrale su cui costruire la propria musica e la propria genialità. E consapevole che non importa quante siano le cadute, conta solo non smettere mai di rialzarsi. Conta solo imparare a sublimare il proprio male mentale fino a trasformarlo in creatività, in espressione, in dita che corrono ancora una volta sulla tastiera di un pianoforte a dilatare, fermare, accorciare, sospendere, saltare e far ripartire il tempo, declinando ogni volta la propria emotività in una trovata melodica, in un’idea, in un irrefrenabile istinto.
In un vortice cinefilo, torna alla mente il David Helfgott impazzito per suonare il Rach3 interpretato da Geoffrey Rush in Shine, torna alla mente quella Fuga psicotico-musicale del primo e (a torto) quasi disconosciuto primo film di Pablo Larraìn, e torna alla mente lo straordinario affresco umano di salute mentale delineato da Forman con il leggendario Qualcuno volò sul nido del cuculo. Ma qui non c’è (reale) finzione, non c’è (reale) drammatizzazione, c’è solo Martín Perino in tutta la sua sincerità, in tutta la sua incertezza, in tutta la sua dignità, Solo anche con chi gli sta intorno nel tentare di uscire dal suo isolamento, Solo come il “solo piano” dell’Enfermaria che lentamente continua a comporre come vera e propria missione di vita, ma anche Solo come il termine inglese per “assolo” nel vorticare a braccetto di musica e imprevedibilità dell’esistenza e del quotidiano. Uno, Solo, eppure (sempre più) universale, specchio delle incertezze del mondo, delle difficoltà di ogni mente, della cagionevole e fragile delicatezza di ogni essere umano. Artemio Benki lo segue nello scorrere del tempo, con i capelli che crescono, si accorciano e poi ricrescono, con le centinaia (di migliaia?) di sigarette incenerite, con gli incontri e con gli affetti, con i timori e con i progressi, con le emozioni e con le sonate, incorniciandolo nelle eleganti leggere sfocature che immediatamente tornano a fuoco tipiche della macchina a mano. Ci sono gli altri pazienti del manicomio, il pittore mistico, il saggio dispensatore di consigli con il quale ragionare sull’evoluzione della propria “follia”, e soprattutto lei, la ballerina con cui basta uno sguardo per capirsi, per unire le arti e le emozioni condivise, per dare un movimento alla musica, per dare un corpo alle vibrazioni. E poi ci sono le persone del mondo esterno, la vecchia insegnante, i metallari che non gli concedono pochi minuti al piano, i bambini con cui giocare (malissimo) a calcio, i negozianti, gli studenti, i vecchi amici, e poi chi finalmente ospiterà Martín, vestito di uno sgargiante rosa pastello «da artista avanguardista», per esibirsi senza che nemmeno la rottura dello sgabello possa fermare la sua musica. Mentre, proprio come se il film fosse a sua volta una composizione musicale, Benki ragiona sul tempo passato, sospeso, saltato, percepito e necessario restituendo la frammentarietà della mente e di un così lungo e difficile percorso con nervose ellissi sulla stessa inquadratura e stacchi di montaggio fra le varie sequenze sempre secchi, quasi “in levare”, esattamente al centro di un’azione apparentemente destinata a non concludersi mai. Come sembra destinato a non concludersi mai (più) il suono di quel piano elettrico che finalmente Martín Perino è riuscito a portare a casa, sempre pronto a dare un suono alle sue idee, alle sue dita, al suo bisogno. Senza mai dimenticare di tornare almeno ogni tanto al Borda, dagli amici, dai compagni di avventura, da chi ha condiviso con lui il percorso di rinascita. Da chi non gli farà mai mancare un sorriso, né una torta, né una festa, né un reciproco aiuto, indipendentemente da quello che succederà “fuori”.

Marco Romagna

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