2 Settembre 2019 -

BALLOON (2019)
di Pema Tseden

Il tibetano Pema Tseden torna a dialogare con lo spazio che sente più intimo, edificando una storia semplice che diventa un fragile equilibrio fra realtà ed anima, una visione d’insieme sulla reincarnazione e un atto politico sul libero arbitrio. All’interno delle sterminate praterie tibetane, sulle sponde del Qinghai Lake così simile alla regione di Hoh Xil (Kekexili o Aqênganggyai) dove veniva ambientato – o meglio filmato – il precedente e visionario Jinpa, una famiglia vive serenamente attorno ai tre figli e al nonno. Un giorno qualsiasi uno dei bimbi usa un preservativo come palloncino; questo apparente gesto di ilare purezza diventa il punto di partenza per la riscrittura di assiomi che coinvolgono l’etica e la tradizione tibetana, e non solo. Ma, tra lo spirituale e l’etnografico, Baloon diventerà ben presto anche un film sulla dinamica del vivere, del costruire e delle loro dicotomie. Con una coppia di giovani assai diversi, in un continuo ribaltamento di prospettive tra la morale buddhista e la politica cinese, tra la tradizione e l’evoluzione, tra l’uomo e la donna. In una continua erranza nella quale si fondono gli elementi della rappresentazione con frammenti più esistenziali, fatti di estrema provvisorietà e di impossibilità. Il quadro che ne deriva è una fragile dolcezza poetica e delicata nella flagranza delle forme, un piccolo viaggio in continuo divenire metaforico e astratto.

Senza dubbio l’elemento fondamentale che emerge è il rapporto con lo stare al di qua (o al-di-là) della vita, elemento che sconvolge l’impianto di dramma realista (quasi kammerspiel) ed etnografico, per dischiudere lampi folgoranti di lirismo poetico e onirico verso una concretizzazione filosofica mostrata nel superamento continuo dell’esile impianto narrativo. Tutto ciò che viene raccontato cambia decisamente direzione nel momento della scomparsa del nonno, aprendo in famiglia un’ampia discussione sulla possibile reincarnazione – quasi parallelo alla questione sul controllo delle nascite oramai così urgente in Cina – come dimostra il ruolo della giovane dottoressa che distribuisce condom gratuitamente a molte donne del villaggio. Proprio da questo doppio scarto il film procede nella sua interiorizzazione più profonda di elementi che andranno pian piano a definire scelte di vita e di campo. Una nuova gravidanza può essere un dono del destino che ri-porti sulla terra l’anima del saggio di famiglia? È giusto accettare un altro figlio con il rischio di sanzioni che possono precludere anche la vita degli altri? E accettare la morte come passaggio e come momento di rivelazione? Su questa serie di interrogativi il film, come i propri protagonisti, non risponde. O almeno, non definitivamente. Il nuovo lavoro di Tseden (scrittore di romanzi e pure di cinema, sempre vicino al mentore e maestro Wong Kar-wai), presentato nei suoi infiniti orizzonti fra gli Orizzonti di Venezia76, amplia continuamente lo sguardo verso questi altopiani meravigliosi e selvaggi, cercando la vertigine della luce e la magnificenza dei colori mentre continuamente si amplia lo spettro d’azione della macchina da presa. Facendoci perdere, ovviamente.

Tutto diventa un lungo dialogo attorno alla sopravvivenza, alla strutturazione, al sogno, attraverso splendide tavole cromatiche di giustapposizione nei confronti di un mondo desaturato in cui risaltano (vedi i due “veri” palloncini del finale) elementi fortemente simbolici come tracce di fantasmi, esistenze in potenza. Come afferma lo stesso Pema Tseden è stata un immagine a far nascere la stessa storia, una visione che si è improvvisamente arricchita di parole e di spazi addensati poco a poco. Una costruzione in divenire che si addentra sempre più in profondità nel senso empirico della vita e del dubbio, perdendosi pian piano dalle forme della narrazione. Prova ne è la meravigliosa scena di un figura nella controluce del paesaggio disegna il tramonto, che definisce lo spazio-tempo di quel luogo incapsulato ampliandone il respiro ed edificando un nuovo orizzonte esistenziale. Un disegno di cinema che si smarrisce nella storia per restituire esperienze di corpi nel loro vivere quelle impressioni, di anime confinate continuamente tra il dubbio e la ragione. Tseden abbandona i fantasmi, o forse li accantona solo apparentemente, per la pura fisicità poetica del divenire. Un proverbio tibetano, non troppo dissimile da quello che apre il film, dice che «L’immaginazione cura il caos nel cuore». E forse questa è la radice più intima del processo di apprendistato alla vita che Tseden porta avanti dal sublime The Search, nell’ipotesi di un disvelamento più ampio del nostro essere traccia di un esistere prolungato così a lungo nel tempo rispetto al nostro essere nello spazio. Ecco allora i palloncini rossi che volano verso il cielo, indefiniti a guardare l’infinito di un’altra storia. Come se la reincarnazione fosse lo spunto di diverse traiettorie di vita che sviano dal materialismo dei nostri tempi per guardare ciò che non possiamo, con alcuna possibilità, conoscere. Per un cinema che volontariamente non cerca il presente in un delicatissimo equilibrio tra passato e futuro. A stretto contatto con il cuore di chi ha ancora l’immaginazione per poter riscrivere il mondo.

Erik Negro

“Balloon” (2019)
N/A | China
Regista Pema Tseden
Sceneggiatori Pema Tseden
Attori principali Jinpa, Yangshik Tso, Sonam Wangmo
IMDb Rating N/A

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