7 Agosto 2016 -

MISTER UNIVERSO (2016)
di Tizza Covi e Rainer Frimmel

“Homo faber est fortunae suae”

Il senso ultimo di Mister Universo, unico film italiano in concorso a Locarno69 che segna il ritorno sugli schermi del sodalizio artistico composto dalla bolzanina Tizza Covi in coppia con il viennese Rainer Frimmel, va ricercato nella didascalia finale che appare al termine dei titoli di coda, “Questo film è dedicato a tutti coloro che hanno perso il lavoro a causa della digitalizzazione del cinema”. Una dedica accorata, condivisibile, splendidamente cinefila, capace di rafforzare ulteriormente la chiara metafora che l’intera opera vuole rappresentare. Mister Universo è infatti prima di tutto un film piccolo e sincero sulla necessità di riscoprire il passato e le proprie radici per poter guardare avanti, è un viaggio, è un romanzo di formazione, e non certo in ultimo una riflessione sul passato e sul futuro del cinema che innesta i propri elementi di finzione sul sostrato prettamente documentaristico e paradigmatico di innocenza primordiale e ancestrale del mondo del circo. Un mondo, quello fatto di personalità complesse, numeri itineranti e domatori di leoni, da sempre molto caro al duo di autori, che ormai da diversi anni lo utilizzano come metafora del cambiamento costante e della sincerità, come caleidoscopio di viaggi e di abilità dal quale osservare la realtà esterna, come specchio di strade sterrate, fango, fatica e luoghi ai margini della società, e ora anche come paradigma del cinema. Come il protagonista Tairo, giovane domatore di leoni a cui viene rubato per scherzo un prezioso amuleto nel quale crede ciecamente da quando è uscito illeso da un incidente automobilistico, per poter proseguire nella propria vita deve partire per un viaggio nelle nebbie della memoria che lo riporta all’infanzia e all’ex Mister Universo Arthur Robin che gli aveva piegato e regalato quella fortunata stecchetta di ferro 15 anni prima, così il film del duo Covi-Frimmel, per portare avanti il (proprio) cinema, deve necessariamente guardare indietro, optando per una fotografia in 35mm granulosa e materica, sentore di realtà tangibile, di tatto, di olfatto, di fango, di tende, di animali feroci e di oggetti ai quali si è visceralmente legati, come i chilometri macinati dal circo itinerante e da Tairo nella riscoperta di se stesso, dal Grande Raccordo Anulare al profondo Nord.

Mister Universo è realtà, fatta di protagonisti che sono realmente circensi, acrobati, domatori, erculei novantenni costantemente in giro per l’Italia, campagne polverose, dialetti e autostrade, roulotte e tendoni, sostrati sociali dai quali guardare il mondo; Mister Universo è finzione, fatta di un’apparente superstizione che si disvela invece progressivamente e dolcemente come – sotto la forma di un oggetto piegato con la forza dal quale (ri)ottenere la propria forza – simbolo della fatica di un uomo sempre e comunque artefice del proprio destino. Non ci importa provare a capire dove stia il confine fra gli elementi documentaristici e quelli di pura messa in scena, così come non ci infastidisce la recitazione a tratti incerta – che anzi sembra quasi conferire ulteriore sincerità al progetto tutto – di protagonisti che non sono attori professionisti ma semplicemente loro stessi. Arthur Robin, primo Mister Universo di colore, in gioventù sollevava bilancieri da 240 chili, con una forza capace di piegare il ferro figlia sì della natura, ma anche di tanto duro allenamento, tanta costanza, tante sofferenze. Le stesse che ora affronta suo figlio cercando, armato dello storico baule scenico paterno, di ricalcarne la carriera e i numeri più noti. Tairo è profondamente circense, lo è nello spirito, lo è nei fatti, lo è nella professione, domatore di felini. Eppure è infelice: ha appena visto morire il suo leone preferito, delle quattro fiere rimaste una è malata e l’altra è come impazzita, i continui litigi con gli altri circensi gli hanno fatto trovare la roulotte a soqquadro e senza più quel ferro portafortuna fondamentale, senza il quale i leoni e le tigri, e come loro la vita, ricominciano a fare paura.

L’unica persona con cui Tairo riesce a coltivare un sincero rapporto d’amicizia è la contorsionista Wendy, pronta a compiere un viaggio parallelo a quello del giovane domatore al termine del quale otterrà dal figlio di Mister Universo un ferro pressoché identico a quello smarrito piegato sul momento. Memorabile la sequenza in cui Wendy, vedendo Tairo in difficoltà esistenziali, compie il rito con la candela intagliata per liberarlo dal malocchio, ma il piatto con la cera sciolta gettato nel fiume, anziché venire trascinato via dalla corrente, riesce a risalirla, tornando indietro, come a dire che è Tairo stesso a dover trovare le proprie risposte, la propria forza, la propria vita, e forse nemmeno il sincero affetto lo può aiutare. Frugando nel proprio passato alla ricerca di un nuovo ferro ormai impossibile da ottenere, il domatore trova invece la propria memoria, la propria dignità, l’insegnamento di vita che gli consente di crescere davvero per poter tornare al circo dove si sta esibendo Wendy e ripartire, con la consapevolezza di dover lottare e soffrire per ottenere la propria fortuna, ma anche con la consapevolezza, cementata dal breve periodo di distanza, di avere almeno una persona al proprio fianco. Mister Universo è un viaggio in un mondo del circo che si rivela al contempo una lucida finestra sulla realtà e un’accorata metafora del mondo del cinema, un film di piccoli sconvolgimenti e di grande cuore, un atlante sentimentale pronto a dischiudersi con la sincerità del vero e con l’arguzia della messa in scena. Mappatura dei circhi e della necessità di esibirsi, dagli addestratori di animali ai palestrati, passando per la scimmia già protagonista di Phenomena e Bingo Bongo di cui si racconta la “collaborazione” con Fellini, l’opera sesta di Tizza Covi e Rainer Frimmel meticcia continuamente le arti, le esibizioni, le narrazioni. Anche sforzandosi, all’interno di una produzione superindipendente, a girare in pellicola, nell’ormai costoso e tristemente desueto 35mm, dando lavoro ai laboratori di sviluppo e a chi “ha perso il lavoro a causa della digitalizzazione del cinema”. E se non è resistenza questa, che cosa lo sarebbe?

Marco Romagna

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