22 Febbraio 2017 -

UN RÊVE SOLAIRE (2016)
di Patrick Bokanowski

C’era una volta l’avanguardia, ovvero coloro che nell’espressione del mezzo cinema non cercavano una narrazione o una semplice rappresentazione di ciò che era verificabile nel reale, ma che proprio da esso partivano per reinventarlo e farlo proprio, ristrutturarlo attraverso la visione pura e libera dei paesaggi che attraversavano. L’immagine in movimento, dalla sua nascita, ha convissuto con questa strada obliqua, e questa stessa strada è stata fondamentale come e più di quella puramente narrativa per lo sviluppo libero dello strumento come del mezzo, del linguaggio come dell’indagine che il cinema stesso può fare. Ora questo percorso pare inevitabilmente interrotto e prosciugato, quasi invisibile nella marea della conversione e nelle infinite possibilità di girare. Vedere oggi un film di Patrick Bokanowski, pioniere visionario e inafferrabile di una certa animazione sperimentale che postula le proprie radici nell’avanguardia più radicale, rappresenta un momento di libertà e intimità che va ben oltre lo stesso atto della proiezione. Pochi giorni fa, fra i Deep Focus dell’International Film Festival Rotterdam, è stato presentato alla kermesse olandese Un rêve solaire, il secondo lungometraggio di finzione del francese dopo lo splendido L’Ange, arrivato a Cannes nel 1982 e troppo spesso dimenticato, che in un certo senso ripercorre tutto il suo percorso da artista e autore, solitario e sognatore, profondamente unico.

Un rêve solaire è prima di tutto un’immersione nel buio nell’accezione più platonica possibile dell’origine di un’immagine; è un buio che avvolge lo schermo e attraversa la nudità del nostro sguardo. In quel regno delle ombre indefinito i primi spiragli di luce segnano la trasfigurazione impressionata della realtà, in cui l’unico effetto speciale diventa la profondità della nostra suggestione. Il sole che trafigge la spiaggia, i fuochi d’artificio che abbagliano la notte, le fiamme che contornano una macchia solare, i fari di un teatro e infine la luce accecante di un proiettore che inonda la macchina da presa. È Bokanowski stesso a scoprire e inventare le regole del gioco, a cercare e creare attrazione tra le proprie immagini disegnate, trattate, quasi scolpite, straordinariamente plastiche e materiche. È un viaggio all’apparenza infinito nella continua dispersione di una logica possibile, sottolineato dalle splendide musiche concrete e incantevoli della moglie Michelle, che disegnano queste figure e forme in uno spazio indefinito.

Tra il surrealismo e la poesia più pura, il cinema di Bokanowski si conferma di una limpidezza accecante, capace di evocare mondi immaginari e fantastici come di scavare nel profondo della nostra percezione, a uno a uno. Al di là della figurazione formale, delle continue sovrapposizioni, del lirismo più sfrenato, Un rêve solaire ha la capacità di trasportarci nella magia del reinventare un visibile sempre più astenico e corrotto. In fondo è solo il ricordo a essere chiamato a noi, l’infinita distesa di memorie che galleggiano nell’oblio attendendo un invocazione della luce, una lotta ipnotica che possa ancora permetterci di vedere. E in tutto ciò è ancora più straordinario pensare alla sensibilità e alla flagranza di questi maestri che, giunti al termine della propria carriera, sono ancora in trincea a illuminarci con la loro libertà. Probabilmente la vera avanguardia è ancora la loro, di quelli che l’hanno creata, affermata e difesa al di là di qualsiasi pretesa accademica e affermazione museale, segno di tempi che cambiano, di spazi sempre più aridi e quindi di sguardi da preservare sotto il sogno del sole.

Erik Negro

La scheda di Un rêve solaire su UniFrance.org

Articoli correlati

NOCTURAMA (2016), di Bertrand Bonello di Marco Romagna
THE WOMAN WHO LEFT (2016), di Lav Diaz di Marco Romagna
MIMOSAS (2016), di Oliver Laxe di Erik Negro
ASURA: CITY OF MADNESS (2016), di Kim Sung-su di Marco Romagna
YOURSELF AND YOURS (2016), di Hong Sang-soo di Marco Romagna
TRAIN TO BUSAN (2016), di Sang-ho Yeon di Nicola Settis