1 Settembre 2022 -

VERA (2022)
di Tizza Covi e Rainer Frimmel

«Ai suonatori un po’ sballati
ai balordi come me
a chi non sono mai piaciuta
a chi non ho incontrato
chissà mai perché
ai dimenticati, ai playboy finiti
e anche per me
»
Loredana Berté – Dedicato

«In questo periodo sono stata presa dalla vita vera», dirà a un certo punto Vera Gemma al suo agente, mentre lui la rimprovera per aver mancato qualche presentazione e chissà quanti provini. Una frase che, in qualche modo, sembra risuonare quasi come una dichiarazione programmatica di tutto il cinema della coppia austro-bolzanina Tizza Covi e Rainer Frimmel, da sempre alla ricerca di una spontaneità sincera e profondissima che riesca a emergere dalla (auto)messa in scena di chi, in un contesto di finzione, (re)interpreta se stesso. Un cinema che rifugge le prassi del cinema del reale per cercare un’autorialità propria da qualche parte fra Alessandro Comodin e Jonas Carpignano, dove l’immaginario si innesta nel vero e in qualche modo lo rende ancora più reale, paradigmatico, evidente. Tanto che non importa nei loro film cosa sia reale e cosa sia inventato, cosa sia documentario e cosa sia finzione, cosa sia osservato e cosa sia recitato, dove stia il confine fra fantasia e persona(ggio). Quello che conta è anzi la quasi impossibilità di distinguere e classificare i singoli elementi, mentre lo schermo si illumina di un flusso di “vita vera”, di pura sincerità delle persone che stanno al di sotto dei protagonisti. È per questo che, in Vera, l’attrice professionista rampante negli anni Novanta ma pressoché ferma dal 2003 Vera Gemma è realmente “vera”, esattamente come erano “veri” i non-attori circensi dei vari La pivellina, The shine of day e Mister Universo. È vera nella sua personalità forte, nel suo stile «ispirato alle trans» con particolare predilezione per Eva Robin’s (che recitò con Giuliano Gemma in Tenebre prima che Vera lavorasse con Dario Argento in La sindrome di Stendhal e Il cartaio), nel suo culto di imposizione familiare per la bellezza e per la chirurgia estetica, nei suoi vestiti impellicciati vistosi e sgargianti, nella totale consapevolezza del suo corpo, nel suo rifiuto di guidare dopo la morte al volante del padre, nella sua casa trasteverina e nelle sue serate di lusso nell’alta borghesia. È vera nei vecchi super8 da bambina con la sorella, è vera nella sua romanità e nella sua umanità lacerata, è vera nel suo umorismo un po’ coatto contrapposto alla sua sensibilità e alla sua cinefilia, è vera nel suo essere cresciuta fra i set paterni, infinite visioni al cinema e chissà quanti provini andati male, è vera nel suo lanciarsi in mezzo alla festa ormai finita alla ricerca di notorietà. Proprio come è vero il suo sentire da tutta la vita il peso e la necessità di affrancarsi dall’etichetta di «figlia di Giuliano Gemma» (esemplare in tal senso la sequenza al Cimitero Acattolico di Roma con la reale amica e altra figlia d’arte Asia Argento, di fronte alla tomba del «figlio di Goethe» sepolto senza nemmeno un nome di battesimo proprio), è vero il suo continuo oscillare fra il desiderio di emergere e la disillusione di ritrovarsi semidimenticata, e non stupirebbe affatto se fosse vero pure quel cuore generoso ai limiti dell’ingenuità su cui si innesta l’arco narrativo da qualche parte fra la commedia, il dramma sociale e il thriller cucitole intorno dai registi, mentre quasi tutti intorno a lei finiscono anche sfacciatamente per sfruttarla, per mentirle, per truffarla, per tradirla, per derubarla, per abbandonarla in un vicolo cieco – Ma che freddo fa, canterà Nada nel finale magnificamente agghiacciante.

Eppure non ha assolutamente nulla di freddo Vera, presentato alla 79ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti. È anzi un film dal cuore estremamente caldo, in cui si ride di gusto (straordinari gli scambi di battute di Vera con i registi durante i provini, prima presentandosi molto poco vestita all’audizione per un film in costume «non da bagno» su Schopenhauer e poi recitando L’Infinito leopardiano di fronte a chi vorrebbe principalmente vederla nuda), ma nel quale non manca più di un (anche letterale) pugno in faccia, fra le frequentazioni di lunga data (l’anziano autista che da un trauma passato ha sempre conservato quel coltello «souvenir» che tanto ricorda le barrette di ferro di Mister Universo, ma anche la sorella Giuliana, o la già citata amica di sempre Asia Argento) e quelle che nascono, si stratificano e si disvelano nel corso della narrazione. Perché quello di Covi-Frimmel è soprattutto un film basato sulle relazioni umane, sulla fiducia, sui sentimenti, sulla spontaneità, sull’imperfezione cinematografica che diventa straordinarietà della vita. Un film sull’affetto che cresce giorno dopo giorno nei confronti di un bambino da portare per la prima volta al cinema (“dei Piccoli”, chiaramente) o in Piazza Navona, da aiutare nei compiti, da cercare a tutti i costi di vedere felice dopo tante sfortune. Anche a costo di non accorgersi, o magari di fare finta di nulla – «un singolo atto non fa di un uomo un criminale» – di fronte ai comportamenti disperati di suo padre. Un vedovo di borgata che nemmeno riesce più a pagare affitto e acqua, lontanissimo dall’estrazione sociale (sempre meno, dopo un’eredità quasi del tutto scialacquata) agiata (ma lo stesso ancora invidiabile) della “figlia del cinema”. Un uomo disposto a tutto per amore di quel figlio che mai aveva visto il centro della città in cui abita ma solo le periferie; un uomo a cui gli espedienti dei quali deve necessariamente vivere finiscono quasi inevitabilmente per far crescere troppo pelo sullo stomaco, pronto a sfruttare un nuovo infortunio e un nuovo gesso del pargolo per mettere in scena un altro incidente con cui spillare qualche soldo all’assicurazione. Ma non è sull’incontro “politico” (o forse sarebbe meglio dire scontro, visto come tutto nasce da un tamponamento casuale) fra i due diversi mondi che abitano Roma che i registi si vogliono concentrare. Del resto, non è certo un uomo diverso il ben più altolocato registucolo Gennaro con cui Vera condivide il letto, che mentre progetta nemmeno troppo in segreto (Vera lo scoprirà per caso dal parrucchiere) le nozze con un’altra, prima la usa per arrivare a Monica Bellucci e poi le chiede sfacciatamente decine di migliaia di euro per finire il film a costo di costringerla a vendere una delle ultime proprietà. Quello che conta sono i rapporti personali che si vengono a creare, che crescono e che si modificano; quello che conta è la disponibilità di Vera, quello che conta è la crudeltà intrinseca di una società che deve sopravvivere, quello che conta è rimanere se stessi nonostante tutto. Quello che conta è la disillusione, la frustrazione nel non riuscire a occupare il centro della scena, ma soprattutto dignità più forte di qualsiasi sconfitta. Quello che conta è la «vita vera», che nel continuo slabbrarsi fra vero e falso rompe le gabbie della finzione per deflagrare in un ritratto sincero e umanissimo, in un volto, in un corpo, in un ricordo d’infanzia, in un selfie, in una naïveté dolcissima e disperata. In una persona, ben al di là di ogni possibile icona.

Marco Romagna

“Vera” (2022)
115 min | Drama | Austria
Regista Tizza Covi, Rainer Frimmel
Sceneggiatori Tizza Covi
Attori principali Annamaria Ciancamerla, Sebastian Dascalu, Daniel De Palma
IMDb Rating N/A

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