28 Gennaio 2019 -

MEETING GORBACHEV (2018)
di André Singer e Werner Herzog

Trovare il giusto punto di vista. A costo di girare la testa, di dare scossoni, di ribaltare la prospettiva. A costo di fermarsi, osservare, mettere in qualche modo a fuoco e solo dopo ripartire, magari in direzione opposta, magari con altro occhio, nell’esplorazione. Proprio come quel drone, sulla carta così “poco herzoghiano” nella sua facile ineleganza e invece così profondamente significativo nel suo brusco movimento in tre tempi ad aggiustare più volte l’inquadratura prima di fissarla, che si libra in volo insieme alle rondini sopra il cimitero di Privol’noe, cittadina natale di Mikhail Gorbaciov. È un movimento secco e improvviso, quello dell’occhio volante radiocomandato, una sorta di ripetuto passaggio di consegne dell’immagine che in un certo senso riassume alla perfezione la natura di tutto Meeting Gorbachev, nato come film televisivo su commissione affidato dai network tedeschi ad André Singer e diventato tutt’altro, reso cinema purissimo da un altro bilanciamento prospettico, da un altro punto di vista.
È bastata una telefonata al “Re Mida” Werner Herzog, con cui Singer collabora da più di 30 anni come produttore, per trascinarlo nel progetto fino a lasciarglielo rivoltare a piacimento, fino a lasciarglielo letteralmente caricare sulle spalle con la carta bianca e con l’inevitabile centralità del grande narratore, del grande osservatore, del grande tessitore di storie. Del grande oracolo, da sempre poeta romantico degli elementi documentaristici nella finzione e degli elementi di finzione nel documentario, dove il falso può essere più vero del vero e la realtà (non) può (che) essere sogno e illusione, e dove non conta che cosa sia effettivamente reale e che cosa non lo sia, che cosa sia effettivamente resocontato e che cosa sia rielaborato, reso epica, simbolo, poesia, messaggio e linguaggio. Conta solo crederci ciecamente, conta solo fidarsi, conta solo rimanere fedeli all’unica regola fondamentale – «I believe in Werner Herzog», come recitava l’elegiaca serie di foto di Theo Constantinou ancora oggi fonte di ispirazione per graffiti sui muri di tutto il mondo –, perché Werner Herzog è i suoi interessi, è le sue ossessioni, è le sue (ir)razionalità sullo schermo, e soprattutto è la sempre assoluta e specchiata onestà delle sue intenzioni, delle sue riflessioni, del suo vivere con l’intensità analitica di un Caspar David Friedrich le storie che traduce in immagini e parole.
Conta solo lasciarsi cullare dalla sua serafica voce e dal suo perfetto scandire in inglese con il tipico accento bavarese che è da sempre pieno marchio di fabbrica autoriale, conta solo accettandolo come pura autenticità, come in-esatta esattezza che è l’unico modo per assorbire il senso e la genuinità delle cose, il loro più intimo significato, la loro “verità” umana e personale. In Werner Herzog conta solo confidare, sempre e comunque, che parli di uomini e Grizzly, di estatici saltatori con gli sci, di palloni aerostatici, di computer, di vulcani, di pozzi di petrolio, di condannati a morte, oppure di Mikhail Gorbaciov, figura tanto amata in occidente quanto poco in patria, uomo-chiave del Novecento con le sue progressive riforme libertarie verso uno Stato di diritto e con gli accordi di disarmo che hanno messo fine sì alla Guerra Fredda ma che hanno anche di fatto portato al collasso e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma soprattutto incarnazione di una svolta umana e sociale che ha contribuito, forse più di chiunque altro, a tenere fino a oggi l’umanità salva dall’olocausto nucleare.

Gorbaciov avrebbe semplicemente potuto regnare, governando con la durezza dei suoi predecessori. Ma lui, altrettanto semplicemente, non era fatto così. Non era come Stalin, non era come Krusciov, non era come Brežnev, non era come quella macchina di potere ormai ammuffita che aveva da tempo tradito gli ideali di Marx nell’imperialismo, nella sovranità limitata imposta agli altri Paesi, nel sostanziale capitalismo di Stato. Gorbaciov, con le riforme della Perestrojka e la trasparenza politica del Glasnost, con l’allargamento delle maglie della censura e con i primi tavoli di dialogo internazionali, con il disarmo missilistico e con la fine della Guerra Fredda, voleva unire l’URSS e l’Europa, e voleva farle camminare insieme nel disarmo e nella cooperazione mondiale come una vera Internazionale, come l’unica vera democrazia. Ma non gli hanno lasciato finire il lavoro, o per lo meno è arrivato troppo tardi, quando era ormai impossibile rianimare ciò che era rimasto dell’Unione, e troppe erano le forze ormai ostili. Tanto da vederla collassare e perderla definitivamente proprio nel tentativo – già teorizzato da Marx e Engels ai tempi del Manifesto – di superare la dittatura del proletariato senza mai tradire gli ideali socialisti per giungere finalmente al vero Comunismo, quello compiuto, dove non esistono più le classi sociali e lo Stato, ormai inutile nella pace, nella prosperità e nell’uguaglianza, perde ogni sua funzione. Un’utopia magnifica, figlia della migliore testa politica dell’Unione Sovietica dopo Lenin, destinata a rimanere irrealizzata e poi a virare in un sostanziale tradimento, in un tentativo di golpe e poco dopo in un tavolo di resa in Bielorussia a cui si presentò Boris Eltsin senza nemmeno dirglielo, forzandolo a quelle dimissioni che solo Gorbaciov, all’apice della sua dignità, rifiutò di trasformare in uno show televisivo.
Era la fine di tutto, era l’apertura prima alla Federazione Russa di Eltsin e ora al ventennio (e chissà quanto altro ancora) di derive dittatoriali di Putin. Era la sveglia per anni caricata dal capitalismo che interrompeva per sempre il sogno sublime e ormai impossibile di una maschera tragica, che con la sua dolce e risoluta mitezza non poteva che incarnare l’ennesima sconfitta del bene di fronte al male, ma anche la portata rivoluzionaria come intima natura, come assoluta genuinità di un animo incapace di mentire, da sempre lontano, come un delfino fra gli squali, da qualsiasi ipocrisia. Anche la scelta di lasciare i lunghi momenti di attesa della traduzione in cuffia a costo, magari, di azzardare ellissi sul parlato, del resto, nient’altro è che un ulteriore ragionare di Herzog sul tempo e sullo stesso atto di pensare, di elaborare le informazioni, di soppesare e di valutare con intelligenza come agire, a costo di prendersi un po’ più tempo per essere abili e concentrati. Stando sempre attenti, però, ad anticipare la morte.
Perché è in fin dei conti proprio la morte il reale filo conduttore che rimane al di sotto della superficie di Meeting Gorbachev, il suo vero baricentro. La morte come Storia passata, come rimpianto, come archivio, come ricordo personale, come ancestrale e inevitabile paura dell’anziano e ormai delicato Gorbaciov, che chiede ancora due anni mentre Herzog gliene augura di cuore altri quattrocento. Prima sono le lapidi dei genitori, poi è la statua di Lenin, poi è il grande sfarzo dei funerali dei leader sui quali Herzog innesta la sua aperta costruzione narrativa, che sulle note della Marcia Funebre di Chopin trasforma la carrellata di cerimonie funebri e porpore delle alte sfere sovietiche nei primi anni Ottanta – prima la morte di Brežnev e poi quelle delle meteore Andropov e Černenko, succedutesi in pochi mesi alla segreteria generale del PCUS prima dell’elezione di Gorbaciov – in geniale e tragicomica trovata linguistica. C’è poi il sostanziale funerale dell’Unione Sovietica, dissolta come sabbia fra le dita e mai più ritornata, e c’è quello di Raisa, molto più che una moglie ma un pezzo di cuore, con Mikhail Gorbaciov ancora incapace, oggi come nel Gorbachev: after empire (2001) di Vitalij Mansky, di trattenere le più amare lacrime, e con un Vladimir Putin, proprio colui che sta riaprendo al nucleare e all’imperialismo, che presenzia istituzionale alle esequie più o meno come se fossero un comizio. Anche Margaret Thatcher, più volte inevitabile protagonista delle immagini d’archivio, è morta, così come sono morti anche Ronald Reagan presente a Reykjavik nello storico incontro come primo e fondamentale passo verso il disarmo e, più di recente, Helmut Kohl, il Cancelliere tedesco della riunificazione. Inevitabile che chi rimane senta ora il bisogno di tirare le fila del discorso. Non serve nemmeno dirlo esplicitamente, basta uno sguardo, basta un sospiro, basta l’avanzare inesorabile della malattia. Basta il cioccolato senza zucchero, l’unico (mezzo) piacere rimasto.

Meeting Gorbachev, in prima italiana al 30mo Trieste Film Festival in attesa della prevista distribuzione con IWonder, è un lungo faccia a faccia fatto di tre incontri nell’arco di pochi mesi, in un rapporto di stima reciproca crescente, in un rapporto di sempre maggiore intimità e purezza, in un rapporto di sempre maggiore partecipazione. Un rapporto nato da una battuta di Herzog a ironizzare su come i primi tedeschi conosciuti da Gorbaciov probabilmente volessero ucciderlo, e da lì diventato affinità, affiatamento, (non troppo) dolci regali di cuore, e poi la telefonata dell’ex Presidente, evidentemente preoccupato dopo l’ennesimo ricovero, per accelerare i tempi nel rivedersi, per non rischiare di non fare a tempo a finire questo suo testamento. Perché, a detta di Gorbaciov, i “suoi” primi tedeschi non furono soldati nemici, né i diplomatici stranieri con i quali sarà il principale tessitore della riunificazione della Germania, ma che inevitabilmente per lo meno ai primi tempi lo guardavano con ovvio sospetto. Per Gorbaciov i primi tedeschi sono giunti molto prima, e sempre voluti dire i dolci squisiti dei vicini di casa, appunto rifugiati in Unione Sovietica per fuggire al nazismo, che sempre gustava in gioventù, causa di una sua particolare simpatia nei confronti della nazione rimasta per tutta la vita.
Che poi, a ben vedere, quello dei dolci è un dettaglio puramente e magnificamente “herzoghiano” del suo racconto, in un ribaltamento nel quale per una volta è proprio Werner Herzog quello a cui viene chiesto di credere, di fidarsi, di accettare l’episodio paradigmatico come distillato di verità, unica destinazione cui conta arrivare, senza più chiedersi, non importa, se il percorso sia stato del tutto compiuto sulla strada maestra o in piccola (e necessaria) parte su percorsi leggermente alternativi. Percorsi alternativi che, come sempre, anche lo stesso Herzog imbocca, permettendosi – consapevolmente – qualche piccola imprecisione storica sulla guerra del Golfo dalla quale tornare ai pozzi di petrolio di Apocalisse nel deserto, o permettendosi qualche divertente e divertita digressione sulle lumache che, in barba al pezzo di filo spinato ricostruito per tagliarlo nuovamente (a riprova di come la politica sia sempre più strategia comunicativa e sempre meno dialogo) a favore di camera, scipparono l’apertura del telegiornale allo storico taglio dei confini fra l’Ungheria e l’Austria. Fino ad allargare il campo, fra le immagini d’archivio e i viaggi per intervistare anche i co-protagonisti: George Shultz che con Reagan fu Segretario di Stato, Lech Wałęsa che sarà primo Presidente polacco dopo la vittoria di Solidarność, Miklós Nemeth che in Ungheria violò personalmente i confini con l’Occidente in modo da permettere ai tedeschi dell’Est di passare dall’altra parte e, occasione ormai più unica che rara di sentire di nuovo Herzog parlare nel suo nativo tedesco, Horst Teltschik che fu il responsabile della sicurezza nazionale nella Germania di Kohl.
Meeting Gorbachev va alla ricerca del politico e della Storia vista dall’interno, ma anche e soprattutto dell’uomo. Un uomo di ottantasette anni, ormai anziano e malato, ormai non più lucido e brillante come un tempo tant’è che non poche domande di Herzog, in potenza illuminanti nell’aprire a considerazioni sul presente e sul futuro fra muri, confini e preoccupanti nuove corse agli armamenti come se la lezione di Chernobyl, momento-chiave nell’86 per capire nel peggiore dei modi la reale portata della minaccia nucleare, non fosse servita a nulla, trovano solo in parte risposte altrettanto brillanti, e non pare in tal senso certo un caso che sia lo stesso Herzog a narrare, anziché montare le parti di intervista con il racconto in prima persona, l’infanzia e l’ascesa di Gorbaciov. Ma il Gorbaciov ottantasettenne intervistato da Herzog, proprio nella sua fragilità, è ancora oggi e forse sempre più capace, nella sua purissima schiettezza, nel suo sentire avvicinarsi inesorabile la fine e nelle sue lacrime pensando a come al momento della morte della sua Raisa sia in sostanza finita anche la sua vita, di inaspettati e umanissimi sprazzi di tenerezza. Quelli di chi, al momento di scrivere il proprio epitaffio, al termine di una vita di pura onestà potrà dire, per davvero, «Ci abbiamo provato».

Marco Romagna

“Meeting Gorbachev” (2018)
90 min | Documentary | UK / USA / Germany
Regista Werner Herzog, Andre Singer
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating 6.5

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