26 Ottobre 2019 -

LAST YEAR TITANIC (1991)
di Andreas Voigt

È sin dal titolo un film sul naufragio, Last year Titanic. Il naufragio degli ideali e delle utopie, il naufragio di una città che già si stava iniziando a svuotare, il naufragio di uno Stato colto, in un anno esatto di entusiasmi, successi e più o meno amare disillusioni, negli ultimi vagiti della propria volontaria estinzione e nel suo risveglio, anche e necessariamente traumatico, in un’altra e del tutto differente realtà. È il naufragio di un popolo in diaspora, è il naufragio di un intero sistema statale, ma soprattutto è il naufragio dei sogni, costretti prima o poi, che si sia riusciti a spiccare il volo nel mondo capitalista o che il cambiamento si sia rivelato un drammatico salto nel vuoto, a riaprire gli occhi di fronte alle sfaccettature e alla complessità di una realtà che chiunque a Est pensava sarebbe stata più semplice, differente e assai migliore. E non è certo un caso che Andreas Voigt, al terzo nella trentennale serie di quelli che sarebbero diventati suoi sei lungometraggi su Lipsia, pur avendo a disposizione sia la pellicola a colori sia, eventualmente, il Beta dei moderni mezzi video e televisivi, già al momento delle riprese avesse scelto di fotografare quasi interamente i luoghi che si trasformano e le interviste diluite nel tempo del suo film nello stesso 35mm bianco e nero tipico dei prodotti DEFA precedenti alla caduta del Muro, per poi aprire simbolicamente alla saturazione solo sul finale, quando anche la macchina da presa guarda indietro dal treno, come i cittadini che se ne vanno per sempre, l’allontanarsi di una città in fase d’abbandono. Un bianco e nero emblema stesso dell’arretratezza tecnologica di un Paese che a fine anni Ottanta era in sostanza rimasto fermo a quasi quarant’anni prima, ma anche un bianco e nero che a suo modo rappresenta le tante sfumature (anche o forse soprattutto di grigio) e i chiaroscuri di un così radicale cambiamento storico. Un bianco e nero tipico del realismo socialista, della più o meno velata propaganda e dei molti e rigorosi documentari sociali della Repubblica Democratica, per troppi anni pressoché invisibili e ora finalmente ripercorsi dalla retrospettiva DDR del DocLisboa 2019, che in collaborazione con la Cinemateca Portuguesa riapre quegli archivi e srotola, da Thomas Heise a Böttcher, da Hadaschik a Volker Koepp, dagli anni Sessanta ai primi Novanta, quei film e quei materiali con tutta la loro capitale importanza storica. È il medesimo bianco e nero, del resto, con cui l’anno precedente e sempre a Lipsia anche lo stesso Andreas Voigt aveva documentato in co-regia con Gerd Kroske la Leipzig im Herbst delle proteste di piazza della “rivoluzione pacifica” che fu origine di tutto, dalla quale era in qualche modo necessario ripartire – anche visivamente, alla ricerca di un punto noto – per riflettere sul passaggio, sul cambiamento, sulla trasformazione, sulle due facce di una medaglia chiamata riunificazione. Perché sì, per indebolire e creare una prima crepa nel Muro di Berlino erano state ovviamente fondamentali tutte le aperture democratiche di Gorbaciov con la perestrojka e la glasnost, era stata fondamentale la riapertura della frontiera fra Ungheria e Austria che dall’agosto ’89 ricominciò a permettere il passaggio dei tedeschi dell’Est verso occidente per rendere i tempi definitivamente maturi per la sua caduta, e fu ovviamente a Berlino il martello che nella notte del 9 novembre 1989 fisicamente ruppe la barriera fra quei due mondi che solo pochi mesi prima sembrava impossibile riunificare. Ma il colpo di quella martellata decisiva non partiva da quella che sarebbe diventata la capitale tedesca. Veniva, con potente slancio lungo un mese esatto di “dimostrazioni del lunedì”, da poco meno di duecento chilometri più a sud, proprio da quella Lipsia che, con i suoi trecentomila manifestanti più volte pacificamente in piazza per chiedere la riunificazione della Germania, si era già guadagnata il titolo di “città eroina della Repubblica Democratica Tedesca”. Una città che sempre era stata centrale nella DDR, maggiore centro scientifico-nucleare della Germania Est e sede dei periodici incontri fra i rappresentanti del Patto di Varsavia, ma che si era progressivamente trovata incerta e impoverita nell’avanzare della crisi dell’industria chimica su cui si basavano i suoi piani e buona parte dei suoi lavori assicurati per legge, sentendosi sempre più abbandonata al proprio destino fra identici doveri e diritti sempre più precari e scricchiolanti fino alla sfiducia, alle manifestazioni, all’epicentro che con il suo crescere e propagarsi avrebbe dato origine, nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1989, al principale momento-simbolo nella Storia del secondo Novecento.

Last year Titanic arriva subito dopo tutto questo, riprendendo il discorso (e i toni di grigio) di Leipzig im Herbst dal dicembre ’89 al dicembre ’90. Documenta l’anno successivo alla caduta del Muro fra gli ultimi mesi della DDR e i primi della nuova Repubblica Federale Tedesca, con le prime elezioni libere, con la gioia di essersi ritrovati, con il progresso e con le nuove culture, ma anche con i pericoli del capitalismo a far chiudere definitivamente le fabbriche e a togliere ulteriormente lavoro spopolando la città, anche con il dilagare delle intolleranze violente contro ogni tipo di differenziazione culturale, anche con l’arrivo nelle strade dei primi neonazisti che mai avevano infestato la DDR, anche con il progressivo rendersi conto della gente comune, ormai al passo con l’occidente, che la tanto agognata riunificazione della Germania era stata in realtà una sostanziale annessione dell’Est all’Ovest, una resa pressoché incondizionata, un cambio di prospettiva che sembrava una fiaba e che invece si era rivelato una nuova e complessa realtà da soppesare: più moderni e tecnologici, di certo (per lo meno sulla carta) molto più liberi, ma in definitiva ancor meno tranquilli in una società diventata quanto mai incerta e pericolosa, surreale, spiazzante. Ambigua fra meglio e peggio, come è sempre ambiguo, e sempre sulla pelle della popolazione, ogni accordo politico ed economico. Un’ambiguità espressa in pura dialettica e in linguaggio cinematografico, che nel corso dei suoi dodici mesi di interviste, eventi e cambiamenti colti in tempo reale porta Last year Titanic a un continuo ripensare e confutare fatto di astrazioni e di ridiscussioni, di incertezze e di persone, di antropologia, di sociologia e di politica. Fatto di un’ironia sorniona, che alla festa della riunificazione si concentra sull’«über alles in der Welt» dell’inno teutonico malamente riprodotto da un gracchiante mangianastri vecchio di almeno un decennio, che al giungere tardivo della liberazione sessuale affianca il dubbio gusto di spettacoli di spogliarello un po’ patetici in ambedue le versioni sessuali, e che, nel dilagare di schermi dai contenuti più o meno culturali o superficiali, all’attesa di fronte alla televisione dei risultati delle prime (e uniche) elezioni libere della DDR affianca la follia di un dissociato fra i cavi tesi per tutta la stanza dei suoi macchinari giocattolo. Le donne lavorano più di prima e gli uomini le aiutano in casa, i democristiani del CDU battono PDS ed SDP nelle elezioni dell’Est e poi con Helmut Kohl trionfano nelle prime della Germania unita, mentre esplodono le culture punk e dark, i tagli di capelli e il modo di vestire diventano un modo di essere ma anche, al contempo, un’occasione per essere emarginati e brutalizzati, e in risposta alle violenze dell’estrema destra i neonati redskin, a costo di dormire per terra fra cerotti insanguinati e dischi di Mozart, si organizzano per far resistenza. Fra i cumuli di spazzatura che si accatastano a bordo strada e le fabbriche che dal duro ma certo lavoro sotto la scritta “Wohlfahrt ist im Sozialismus”, “il benessere sta nel socialismo”, diventano i gusci vuoti di macchinari ormai fermi. Era iniziato, e sarebbe andato avanti per molti anni, il processo di deindustrializzazione, con il collasso delle fabbriche dell’Est non competitive rispetto a quelle dell’ovest, con il dilagare della disoccupazione e con la drammatica decrescita demografica dovuta allo spostamento di uomini e forza lavoro che rende ancora oggi Lipsia, pure in lenta ripresa, una delle città più economiche e spopolate d’Europa. Una città così fondamentale nella caduta del Muro eppure, appena dopo la caduta del Muro, già così profondamente malinconica, condannata a un destino che sarebbe ben presto diventato chiaro a tutti. Alle coppie che tanto speravano in casa e lavoro più dignitosi e che invece si ritrovano sposine e tradite dal capitalismo, alla sarta che per tutta la vita ha cucito divise in fabbrica e che ora anziana e specializzata non ha più un lavoro, ai poliziotti che nella volontà di riunificazione ancora riducono “i bisogni” a un cambio delle divise e dei caschi ormai logori dopo quindici anni, all’ex giornalista mai realmente libera di esprimere il proprio pensiero, ma prima fermata dalle censure di regime e poi dalla solitudine di una Lipsia che stava perdendo tutti i lettori. Alla ragazzina più povera di prima e molestata per l’abbigliamento, le cui speranze sono già e definitivamente diventate delusioni. Nella sporcizia, nell’abbandono, nei luoghi sempre più deserti di un percorso circolare a unire due punti opposti, dove a soffrire è sempre la stessa gente. Fino al prossimo treno, quello che porterà via tutti a sperare ancora, ma senza più un posto dove stare, e di certo senza più le illusioni di pochi mesi prima.

Marco Romagna

“Letztes Jahr - Titanic” (1991)
108 min | Documentary | East Germany / West Germany
Regista Sebastian Richter, Andreas Voigt
Sceneggiatori Sebastian Richter, Andreas Voigt
Attori principali N/A
IMDb Rating 5.8

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