13 settembre 2017 -

ELLA & JOHN (THE LEISURE SEEKER) (2017)
di Paolo Virzì

Festival del Cinema di Venezia. Le medesime emozioni, i medesimi flussi, sempre; che uno ci venga da 40 anni, o da 15, o da 3. Il clamore dopo il film imprescindibile, condiviso da tutti, o la discussione che può scaturire da una visione più complessa e controversa: quest’anno trattasi di oggetti complessi come First Reformed da una parte e Caniba o Mektoub, my Love: Canto Uno dall’altra. E poi ci sono sempre i luoghi comuni, i paninari e le pizzerie, gli spritz Aperol e le birre, le sigarette e i tramezzini, i vizi e le virtù. In un certo senso, piombare in un luogo come il Lido con una prassi così programmatica, anno per anno, è come vivere un flusso che ha più o meno il ritmo dell’opus generazionale, nonostante le differenze di età che si possano riscontrare da un momento all’altro. È un po’ un bildungsroman e un po’ un mondo “Sturm und Drang”, continuo, imperterrito, di visioni condivise dentro e fuori dalle sale, dentro e fuori da se stessi, con costanti colonne sonore. Per esempio quest’anno, grazie a Ryuichi Sakamoto: Coda, la musica costante negli occhi di tutti era la colonna sonora di Furyo, o, grazie al finale di Twin Peaks, la più importante visione fuori dal festival durante il periodo veneziano, poteva essere My Prayer dei Platters. Paolo Virzì è il re del “film generazionale” italiano, da Ovosodo a Tutta la vita davanti: quello è il suo campo di competenza, quello è il suo mondo. In un modo o nell’altro, la visione di un suo film si rispecchia perfettamente nell’idea di uno spazio condiviso e umano, tendenzialmente. Il motivo per cui Ella & John, o The Leisure Seeker che dir si voglia, ha spaesato, confuso e soprattutto deluso moltissimi spettatori sta probabilmente nel fatto che questo lavoro di immedesimazione, importante da un punto di vista sia artistico che culturale, è praticamente assente in toto. Il lavoro di riconoscimento non è più basato sul rapporto tra immagine e persona, che in effetti sarebbe un qualcosa che potrebbe arricchire il Festival aumentando ancora di più la potenza sensoriale di questa serie di fattori appena elencati, bensì si riferisce a un momento preciso, fuori dall’esperienza di Virzì stesso, fuori dall’esperienza giovanile collettiva, fuori dalla semi-nostalgia che circoscrive l’intera Italia di un determinato periodo: si piomba, dunque, nell’anzianità. E si esce, per la prima volta, dall’Italia – anche per questo il film è scomparso, sotto certi punti di vista, velocemente dall’immaginario collettivo delle frequentazioni festivaliere, non è diventato mai davvero un oggetto di discussione, è sempre rimasto lì, fermo. Poi, non accade di rado che gli autori della nostra penisola decidano di espandersi verso il mondo esterno, per la precisione poi verso gli Stati Uniti, e ne può essere un esempio Paolo Sorrentino prima con This must be the place, poi con Youth e infine con The Young Pope, i cui primi due episodi avevamo visto proprio a Venezia l’anno scorso in preda a una mezza delusione che poi il resto della stagione ha tendenzialmente annullato. Fra questi, Youth è proprio un film sulla vecchiaia – pur difettoso nella propria complessità retorica e citazionista che va da Thomas Mann a Stravinsky e dai Godspeed You! Black Emperor ai videogiochi di danza.

Se il principale problema di Youth stava nell’approccio tra forma e contenuto, con la prima che era talmente strabordante da mettere in risalto l’artificiosità e la banalità del secondo, probabilmente il principale problema di The Leisure Seeker sta al contrario in un lavoro di sottrazione, sia dell’una che dell’altro. Certo, sia Sorrentino che Virzì hanno probabilmente il problema che non hanno davvero vissuto l’anzianità, al massimo una crisi di mezza età che può solo portarli a sospettare cosa sia la vecchiaia, e molti di noi spettatori, incluso il sottoscritto, possiamo trovarci in una simile situazione: possiamo immaginare, non esperire. Altri grandi autori hanno compiuto capolavori su questo tema, come Miyazaki con Il castello errante di Howl, troppo spesso considerato un semplice fantasy anti-bellico senza considerare l’aspetto personalistico del regista giapponese nei confronti della protagonista Sophie e delle sue ambiguità, o Kurosawa con Madadayo, Eastwood con Gran Torino, e innumerevoli altri. Virzì per dedicarsi a questa riflessione, che nel contempo è ottimista e pessimista, ha deciso di intraprendere la strada dell’impersonalismo, mimetizzandosi in maniera davvero camaleontica nello stile del film americano, perdendo verve autoriale con uno stile un po’ televisivo ma costruendo una narrazione leggera, e, diciamolo, un po’ piaciona, che comunque lascia tutto lo spazio necessario ai sentimenti, con momenti struggenti e comicità brillante che si alternano senza sosta insieme al ritmo canonico da road-movie. È un film che non cambia niente, e non deve cambiare niente, e sicuramente non è un grande spunto di riflessioni cinematografiche – a parte le meravigliose sequenze in cui Helen Mirren mostra al marito le loro vite passate attraverso le diapositive, cercando di salvarlo dall’Alzheimer che lo corrode, il film potrebbe benissimo essere considerata un’opera solo e soltanto letteraria, che non si regge tanto su “scene” quanto su “paginate”, non tanto sui “momenti” quanto sulle “frasi”. La ricerca di un controcampo attraverso l’immagine riflessa del passato però dona sempre momenti intensi, riusciti, spesso davvero strazianti, che si contrappongono ai molteplici momenti umoristici e sentimentali più idilliaci in maniera armonica.

Donald Sutherland, uno dei più grandi attori di ogni tempo, è probabilmente, della coppia di protagonisti, il più convincente. Proseguendo in parte il tipo di approccio alla recitazione del vecchio smemorato che era stato una sfida per Christopher Plummer in Remember di Atom Egoyan, in concorso a Venezia nel 2015, l’attore che abbiamo imparato ad amare attraverso i film di Siegel, Roeg, Aldrich, Russell, Altman, Fellini, Schlesinger, Malle, Bertolucci, Chabrol e Redford regala quella che probabilmente è l’interpretazione maschile più intensa di Venezia74. Però, purtroppo, più spesso che mai non sono gli attori a “fare” il film – semmai ne accentuano l’espressività, ma non ne intaccano l’idea, la struttura di base, l’originalità. Difatti, Ella & John non ha nulla di originale. È un film manieristico, un’osmosi superficialotta tra Amour di Haneke da una parte e Nebraska di Payne o Una storia vera di Lynch dall’altra. Ma nella sua carenza di genuinità e di personalità, comunque, ci pare a volte davvero insincero accanirsi contro Virzì per l’aver deciso di immergersi in un reame apparentemente così distante dal suo: perché in un genere e in un ritmo così definiti e archetipali, è comunque riuscito, in maniera forse distante o ricattatoria (ma ci pare esagerato, alla fine il film si pone con una leggerezza di classe che non ha nulla di crudele o volgare), a emozionare, a mostrare un amore credibile.

Nicola Settis

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