5 Settembre 2021 -

ARIAFERMA (2021)
di Leonardo Di Costanzo

È ancora una volta un momento di sospensione, il cinema di Leonardo Di Costanzo. Una pausa forzata ancora più drastica di quello che fu L’intervallo di due ragazzini bloccati per un’intera giornata in una fabbrica abbandonata, e che per molti versi pare quasi un controcampo di ritrovata solidarietà sul marito detenuto di quelL’intrusa all’opposto rifiutata e di fatto scacciata da un’intera comunità. Ma non sono solo le sbarre e le cancellate del carcere, a radicalizzare e stratificare la sospensione di Ariaferma, perché non è solo la libertà dei detenuti a essere interrotta, e nemmeno solo le attività e le visite che, negli ultimissimi giorni (o forse no) di un carcere immaginario in dismissione che solo un problema burocratico sta mantenendo ancora aperto senza direzione, con un residuale ed evidentemente insufficiente pugno di agenti della penitenziaria incaricati di tenere l’ultima dozzina di detenuti ancora in attesa del trasferimento, non c’è modo di garantire. A essere sospesi in Ariaferma, presentato fuori concorso a Venezia78, sono anche e soprattutto il tempo e le così nette divisioni dei ruoli, in una situazione inedita e temporanea nella quale l’unica possibile improvvisazione diventa il reciproco soccorso anche fra guardie e ladri, il dare fiducia anche al peggior criminale e magari insieme riscoprirsi umani, il ritrovarsi volenti o nolenti a fare parte, nel numero esiguo e nella reciproca convenienza delle parti costrette per colpa o per lavoro in forzata convivenza, di una nuova e fragilissima microsocietà. Tutti sono «in galera», in Ariaferma. I detenuti, certo, che devono continuare a scontare la loro condanna, ma per molti versi anche quegli agenti che a differenza loro possono guardarsi molto più serenamente allo specchio, che a differenza loro a fine turno possono – o per lo meno potrebbero – uscire dalle mura perimetrali e tornare a casa, eppure che proprio come loro sono costretti a rimanere ancora «qualche giorno» fra le inferriate di Mortara, magari proprio sul punto di andare in pensione, con la luce del giorno e con le torce per le ispezioni della notte in attesa di una chiusura che sembra essere diventata Godot.

Anche gli agenti, del resto, sono costretti a mangiare la pietra dello scandalo, quei disgustosi precotti ospedalieri che saranno la scintilla per lo sciopero della fame che solo contravvenire alle disposizioni consentendo l’uso della cucina non trasformerà in una rivolta che, nel loro sottonumero, in alcun modo avrebbero potuto sedare. Molto meglio assecondare la richiesta del detenuto Lagioia interpretato da Silvio Orlando, «il peggiore» di loro, il più anziano, il più risoluto, il più influente sugli altri proprio perché il più intelligente, perfettamente conscio del proprio potere contrattuale nella provvisorietà di una situazione ancora tutta da ridefinire, che si offre volontario come cuoco stando ben attento a lasciare fra le righe del non detto come sarebbe dipeso da lui tenere tranquilli e collaborativi oppure fare ribellare, e magari evadere, gli altri detenuti. Un qualcosa che sia il Gaetano Gargiulo “sbirro buono” di Servillo sia il Coletti “sbirro cattivo” di Fabrizio Ferracane sanno perfettamente, con il primo che si assume il rischio e la responsabilità di rimanere da solo a piantonare il criminale mentre abilmente maneggia i coltelli, e con il secondo che invece ancora non si fida a mangiare una pasta alla genovese preparata da un personaggio con una simile fedina penale. Mentre i giorni inevitabilmente scorrono e l’ordine di trasferimento continua a non arrivare, sarà il reciproco capirsi e lentamente fidarsi fra la cucina e i corridoi a elidere progressivamente i confini, fino a una cena (im)possibile tutti insieme, detenuti e poliziotti nel centro della stanza durante quel blackout che sarebbe stato così semplice trasformare in rivolta carceraria, e che invece, nelle concessioni di Gargiulo e negli inviti semplicemente da accettare di carcerati che nient’altro sono che persone, sarà il definitivo riconoscersi di una comunità. Persino il detenuto Arzano, l’escluso costantemente protetto dall’isolamento, sospettato di colpe che la prigione non perdona e ormai vinto dall’Alzheimer, sarà almeno per una volta uguale a tutti gli altri, senza che sia solo il giovane e terrorizzato Fantaccini ad accettare di prendersi cura di lui. Fra umanità e reciproci scatti solidali, boss oramai ammorbiditi che si ritrovano a consolare e sostenere i più fragili dilaniati dal dubbio se essere aggressori o assassini, e carcerati che insieme ai poliziotti (sor)vegliano e proteggono chi fra di loro ha più paura e non riesce a dormire.

«Io e te non siamo uguali, non abbiamo nulla in comune», ripete più volte Servillo a Silvio Orlando, nel continuo duetto/duello di sguardi da una parte all’altra dei banconi. Eppure entrambi, dalle diverse parti della barricata, sono parti della stessa preziosa cartina di tornasole, della stessa reclusa realtà alternativa, della stessa sospensione, ma anche dello stesso errore sistemico dove la verticalità e il castigo finiscono per annullare quell’umano che è invece l’unica possibile strada verso la redenzione. Il loro è un reciproco scambio di differenti forme di progressiva pietà, in un rapporto che cambia progressivamente fra l’aiuto del boss a trovare e bloccare le intenzioni suicide di Fantaccini e il mancato rapporto della guardia che capisce la delicatezza della situazione, fra l’offerta della scarpetta nel sugo e la chiusura di un occhio sul vietatissimo vino, fra i racconti dei rispettivi ricordi del passato e la reciproca confessione finale di conoscersi sin da bambini, cresciuti nello stesso paese fino a quelle scelte opposte che, senza dire nulla per vergogna alle rispettive famiglie, li hanno in qualche modo fatti ritrovare. Nel chiuso di un carcere in rovina che potrebbe essere chissà dove fra gli agenti campani, siciliani e sardi, con i suoi reparti già abbandonati da chissà quanto e le sue ultime celle residue disposte a cerchio intorno alla stanza rotonda, Leonardo Di Costanzo costruisce, avvalendosi questa volta di attori professionisti anche noti, un campionario di personaggi come al solito straordinariamente veri e tridimensionali, che forzatamente intrecciano le traiettorie dei loro rapporti umani nell’insensatezza del regime carcerario. Chi è tranquillo e chi lo è meno, fra italiani e stranieri, fra i più forti e i più fragili, fra «le formiche che lavorano e quelle che non fanno niente». Fra compromessi e accordi, (con)cessioni e serietà dei detenuti nel comportarsi bene e non tradire la fiducia. Semplicemente rapporti, necessariamente fragili ma finalmente sinceri, fra esseri umani maturi e consapevoli, seri ed equilibrati, collaborativi e solidali, capaci di risolvere insieme i problemi in comune. Forse un’utopia, ma perché non provare a crederci?

Marco Romagna

Si comunica che il film ARIAFERMA di Leonardo Di Costanzo, distribuito da VISION Distribution, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Motivazione:
Definendo con precisione psicologica e drammaturgica uno scenario vibrante per verità e tensione, il regista sviluppa una potente struttura visiva e narrativa, che si basa sul rapporto dinamico tra gli spazi angusti della prigione e quelli delle relazioni personali, offrendo al contempo una netta analisi dei giochi di potere e una implicita riflessione sull’umano confronto tra colpa e punizione.
(uscita 14 ottobre)
“Ariaferma” (2021)
117 min | Drama | Italy / Switzerland / France
Regista Leonardo di Costanzo
Sceneggiatori Leonardo di Costanzo
Attori principali Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane
IMDb Rating N/A

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