11 Settembre 2021 -

UN AUTRE MONDE (2021)
di Stéphane Brizé

Basterebbe la magistrale sequenza della videocall con il CEO statunitense della multinazionale. Prima le sue congratulazioni per il piano «creativo e acuto» che i dirigenti francesi sono stati in grado di presentargli, la lusinga per quella decisione dei direttori di stabilimento di tagliarsi parte dei bonus per salvare dal licenziamento i tanti dipendenti coinvolti nel piano di ristrutturazione aziendale, l’adulazione per la loro intraprendenza e capacità di risolvere i problemi scegliendo il male minore. Poi il pugno in faccia, perché ai piani realmente alti «non frega un cazzo a nessuno» del loro protocollo alternativo. Quello che importa è all’opposto «avere il coraggio di tagliare il grasso», secondo i ritmi e le regole di quel mercato in cui anche il boss dei boss ha un suo capo, Wall Street, al quale fare riferimento. Quello che davvero conta non è abbattere i costi, ma mostrare i muscoli in borsa, dare una prova di forza, adeguarsi a quello che il mercato prevede e pretende sulla pelle delle persone. A costo di indebolire l’azienda, a costo di spremere ancor di più chi ha la (s)fortuna di rimanere, a costo di lasciare del tutto inascoltati i piani che senza alcuno sforzo avrebbero impedito l’emorragia di uomini. Eppure non sono tanto gli uomini, a interessare al Philippe Lemesle manager con cui Vincent Lindon e Stéphane Brizé chiudono insieme, dopo l’operaio di La legge del mercato e il sindacalista di In guerra, la trilogia di controcampi sulla crisi nel mondo del lavoro. Anzi, con gli uomini Philippe continuerà a glissare sui piani aziendali, fino all’aperta menzogna ai rappresentanti sindacali che gli chiedevano rassicurazioni, giurando come dall’alto non ci fosse alcuna richiesta di tagliare il personale quando invece l’ordine era già ben chiaro sulla sua scrivania. Quello che realmente gli importa è l’andamento dell’azienda, la produttività, continuare a farla funzionare senza turni scoperti e mancanze nei ruoli-chiave, da quella posizione intermedia che è sì cinica e privilegiata rispetto a quella dei dipendenti che rischiano il posto di lavoro, la povertà e la fame, ma allo stesso modo instabile, con un padrone da soddisfare e con la responsabilità di interfacciarsi con i lavoratori, con un fondo etico da toccare per ricominciare inevitabilmente a risalire. Un autre monde rispetto ai primi due capitoli, ma nemmeno troppo, per un burattino del sistema a cui tutti tirano i fili da più parti fino a rischiare di spezzarlo, e che solo il dilemma etico finale saprà in qualche modo ritrasformare in essere umano. Magari disoccupato, ma di nuovo in grado di guardarsi allo specchio, con una coscienza, con una famiglia, con una dignità.

Forse è quello in cui si racchiude Philippe per far finta di non vedere il suo fallimento personale, familiare, lavorativo e umano, l’altro mondo del titolo. Forse è quello felice e ormai perso nella memoria delle fotografie appese alla parete, testimoni di una gioia di famiglia che sembra ormai solo un lontano ricordo. O forse è quello di controllo assoluto, astrazioni e illusioni in cui vaga la mente di suo figlio, realmente convinto del suo sogno che Zuckerberg lo stia per assumere in Facebook nel montare di quell’imbarazzo che è forse l’unica e paradossale via per il riemergere della dolcezza del padre, dopo sette anni di un lavoro che gli ha mangiato l’umanità trascurando famiglia e affetti per accumulare ricchezze. Non è certo un caso che Un autre monde, presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2021, si apra proprio sui soldi, sull’importante cifra del conto in banca e sul valore delle proprietà immobiliari, con il litigio fra gli avvocati che discutono di buonuscite e mensili mentre Philippe e la moglie si stanno separando. È il consueto procedere in parallelo di Brizé, con la caratterizzazione dei suoi antieroi fagocitati dal capitalismo attraverso l’intrecciarsi del lavoro con la famiglia, del dramma lavorativo con quello personale, della sfera pubblica con quella privata. Un cinema di parole e di silenzi, di assemblee sindacali e di calci a un pallone, di storture del sistema e di intensi sguardi verso il baratro di Vincent Lindon. Eppure, come già nello scorrere del precedente In guerra, c’è qualche sbilanciamento fra la straordinaria profondità con cui Brizé riesce a scandagliare il Capitale con tutte le possibili conseguenze delle leggi del mercato e la rappresentazione tutto sommato schematica del degradarsi del focolaio domestico. Da una parte un’eccezionale lucidità sociale e politica nel mettere in scena tutte le facce della medaglia nella concretezza del loro quotidiano, nei loro problemi reali e nelle loro battaglie dialettiche, strozzati e moralmente ricattati dall’azienda nei loro doppi turni fino all’improvviso ritrovarsi «esuberi», e dall’altra un trascinarsi un po’ stanco e sbrigativo verso la metafora del burattino, fra le contraddizioni di una moglie che non riesce ad andarsene e un figlio di cui è sempre più impossibile ignorare la pressione e le psicosi che lo schiacciano. Una debolezza paradossale, tanto più se si pensa alla delicatezza che fu di Brizé nel mettere in scena Una vita senza tradire alcuna complessità di Guy De Maupassant. Sarebbe tuttavia ingeneroso – anche perché, se non altro, è proprio dalla ritrovata empatia familiare che ripartirà la scalata verso la lealtà dell’uomo e (non più) colletto bianco Philippe, pronto ad autodenunciarsi e ad accettare il castigo «per aver mentito ai lavoratori, per aver chiuso un occhio sulla sicurezza, per aver troppo pedissequamente obbedito» alle direttive superiori senza puntare a sufficienza i piedi nelle sue facoltà decisionali, ma mai (più) a scaricare la colpa su un innocente per riavere il proprio posto – guardare il dito puntato sui piccoli limiti di Un autre monde e non la luna di un cinema così apertamente militante, che anche quando sposta lo sguardo (parzialmente) dall’altro lato della barricata, verso un personaggio apertamente negativo, non smette nemmeno per un momento di pulsare di una ben precisa forza proletaria. Un cinema che non si fa più, sintetico e puntuale nel suo tenersi sotto i novanta minuti, ma soprattutto intimamente politico nel suo spingersi ben al di là della denuncia sociale, preferendo studiare il sistema dall’interno, in tutte le sue zone d’ombra, in tutte le sue crudeltà, in tutto il suo orrore. Un inferno collettivo e personale che non ha nemmeno più bisogno delle fiamme che chiudevano il precedente capitolo, ben più oscuro e disperato di quello che gli avvocati si rinfacciano a vicenda nell’udienza iniziale. Con la ritrovata consapevolezza che l’unico modo per uscirne passa inevitabilmente dal cuore.

Marco Romagna

“Un autre monde” (2021)
96 min | Drama | France
Regista Stéphane Brizé
Sceneggiatori Stéphane Brizé, Olivier Gorce
Attori principali Vincent Lindon, Sandrine Kiberlain, Anthony Bajon
IMDb Rating N/A

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