27 maggio 2018 -

71° Festival de Cannes_8-19 maggio 2018_Verifiche incerte

Cannes è grossomodo sempre contemporaneo al Giro d’Italia, e lo è anche come anniversari nelle cifre tonde; se lo scorso anno è stato quello del Giro numero 100 e dell’edizione numero settanta del Festival, entrambe le manifestazioni questa primavera hanno cercato nuove strade, una via verso il futuro. Se, per questo, il Giro ha proposto una discutibilissima partenza da Gerusalemme (con arrivo tra le buche di Roma), Cannes ha guardato ad una selezione sulla carta più nuova e vivace, scardinando una selezione di autori coccolati ormai dal Festival (quasi come usati sicuri) per portare sulla Croisette registi ancora non affermati. Riuscendoci? Mah. Qui, nella mia sezione (già, la mia, perché in un Festival così lontano dalla misura d’uomo ognuno fa un Festival diverso, in alcuni casi anche totalmente diverso) di detournement cannense – Debord manca eccome -, non citerò alcun film perché non avrebbe senso, ma allo stesso modo andrebbero citati tutti perché è il palinsesto a essere problema. Dunque, la Selezione Ufficiale ha presentato un programma non incapsulato e arroccato come al solito, ma con opere spesso nate stanche, con un respiro breve, ricondotte già alla maniera di fare cinema prima che possa essere stessa maniera degli autori – guardiamo ai nomi nuovi presenti in Un Certain Regard per capire che questo “certo sguardo” probabilmente ce lo siamo già giocato a priori – mentre i lavori più interessanti rimangono quelli di coloro che già conosciamo e che sono in grado di ridiscutere la propria pratica sul/nel cinema. Appare deludente la selezione della Quinzaine del 50esimo, l’ultima di Waintrop, e approssimata quella della Semaine. Il respiro, quello un po’ più profondo, sembra provenire ancora dall’ACID – spazio rimasto per ora vergine dalla dinamica cannense – e da quei film sghembi ma vivi che lì sono mostrati. Mentre il vero Festival è sempre più (re)legato al Marché, la zona oscura (e a noi “stampatori” preclusa) dove si scrivono i palinsesti (quelli veri, coi soldoni) della prossima stagione, tra gli Stati Uniti e l’Europa, per quanto riguarda produzioni e distribuzioni. Ma senza troppe star e con una selezione a tratti claudicante (al di là di pochissime e sparute eccezioni l’unico spazio realmente stimolante è stato quello dedicato, in tutte le sezioni, al cinema asiatico) quali sono le storie che rimarranno di Cannes71? Poche, davvero poche.

Potremmo pensare ai “non graditi” di qualche tempo fa e ora ritornati in sordina, a doppie (perché?) proiezioni ufficiali per esaltare nuove Guerre Stellari, a Sting che intona qualche pezzo in improbabile duetto con Shaggy a premiazione conclusa. Potremmo guardare agli omaggi – dai Taviani incredibilmente sostituiti senza perché (e quindi senza omaggio) sulla Plage Macè l’ultimo sabato, a quello realmente emozionante che ha coinvolto tutta Salle Bunuel per ricordare uno degli ultimi giganti della cinefilia (quel Pierre Rissient che aveva traghettato molte selezioni di Cannes verso la modernità) -, come potremmo guardare al (ridicolo) numero antistupro e a quella retorica del #MeToo tanto evocata (ma poi in parte scampata, perché per fortuna non è il Premio della Giuria a entrare nella Storia) dal palmarés, ma non possiamo in tal senso che registrare la caduta di stile di Asia Argento – «I was raped by Harvey Weinstein» per poi bandirlo dal Festival e più che velatamente accusare non meglio specificati “presenti in platea” – durante la cerimonia di premiazione. Potremmo pensare che Cannes abbia per una volta guardato al mondo – l’ambiguo rapporto di Cohn-Bendit che gira per la Francia attuale, la ben più potente radiografia di chi vive nella speranza di salvare qualche migrante in Val Roya – ma poi ci troviamo davanti al presidio in favore della Palestina dopo le nefandezze di Gaza (nel loro spazio dedicato al Marché, a fronte di quello israeliano letteralmente militarizzato) e ci accorgiamo che in realtà il Festival posizione non ne prende alcuna: un sostanziale ringraziamento alla sensibilità rimasta intatta di coloro che l’hanno indetto, quel luogo abnorme. E non rimangono nella mente nemmeno i controlli, che (per fortuna) paiono ormai aver anche sfiancato i responsabili delle sale, estenuati nel perquisire una banda di sfigati che di corsa, con in spalla un pericolosissimo computer e in borsa una letale bottiglietta d’acqua, raggiunge un cinema magari fradicio sotto quegli unici venti minuti di pioggia; e tanto meno ci rimarrà un Aiolï sbrigativo, con erogazione assolutamente non sufficiente di Côtes-de-Provence, bianco o rosso che sia (almeno sul rosè c’era l’alternativa della Terrasse de Journalist, a prova di cecchino) per superare gli ultimi giorni di protocollo. Come, dunque, ricordare questo Festival?

Forse solo con il grande assente, colui citato dai manifesti della 71esima edizione – il bacio appassionato tra Belmondo e la Karina di Pierrot le Fou, saturato in allucina(n)ti tonalità pop da Trucolor. Colui che esattamente mezzo secolo fa fece saltare il concorso e l’intero Festival – al grido di «Il festival è marcio, dobbiamo demolire le strutture», mostrò la sua solidarietà (con altri personaggi come Truffaut, Lelouch, Polanski, Malle e Léaud, e poi Resnais, Saura e Forman che ritirarono i propri film) a Henri Langlois appena rimosso da Andrè Malraux come direttore della Cinémathèque Française, e a tutte le proteste del Quartiere Latino di Parigi del Maggio Francese. Colui che ha costretto la giuria capitanata da Cate Blanchett (da ricordare in effetti ci sarebbero anche gli sguardi a lei – e a Lea Seydoux – dedicati da Kirsten Stewart) a inventare una Special Palme d’Or – su cui i giornalisti di mezzo mondo ancora si stanno ancora scannando per capire l’effettiva funzione. Colui che, a quasi ottantotto anni con un altro film immenso, ci insegna ancora a guardare immagini e parole, perché forse non abbiamo mai imparato a vederle; colui che si presenta in (video)conferenza con Facetime, sublime e impossibile, creando subito un’istallazione alt(r)a e continua di cellulari che fotografano un altro cellulare, simulacro e oracolo. Colui che certa stampa, soprattutto nostrana, definisce autore di «un blob che tutti possiamo fare a casa pasticciando con Twitter, Instagram, una raccolta di citazioni», mostrando quando certa stampa, appunto nostrana, non dovrebbe nemmeno avere diritto di parola (e, se fosse in buona fede, almeno dovrebbe prostrarsi in un bagno d’umiltà per tutta la lunghezza della Costa Azzurra). Quel colui è ovviamente Jean-Luc Godard, e senza quel colui forse di questa Cannes ci sarebbe davvero poco da scrivere, e forse sarebbe già quasi dimenticata.

Per il resto rimane quel chilometro di costa in cui tutta la gente (quest’anno un po’ meno “mondo” del solito) si ritrova davanti a quel fagocitante Palais per un’epifania; rimane la contentezza per un riconoscimento importante a consacrare come maestro Hirokazu Kore-eda anche se con un film forse un po’ meno ispirato di altri (sì, lo so, non volevo parlare dei film, ma è bello che almeno per noi rimanga quello); rimane la buonissima (quasi inaspettata) figura di un’Italia cinematografica che parrebbe in ripresa e non solo per i premi; e poi rimane un Festival assurdo ed eccessivo, stressante e spossante ben al di là del suo progressivo e disperato tentativo di umanizzazione che ormai sembra sempre più tardivo e improvvisato, probabilmente fuori tempo massimo, e rimane la paradossale consapevolezza che per noi ultima ruota degli accreditati tutta la questione delle posticipate anziché anticipate stampa è stata in realtà un vantaggio, con un’intera proiezione in più alla quale entrare senza dover sgomitare o ucciderci di infinite code. E poi rimane quello che speri di trovare ma che non ti aspetti: una birra al Crillon, forse l’ultimo locale della Cannes che fu (quando il Palais nemmeno era progettato, mentre ora troneggia di fronte a lui un cratere per il prossimo atelier Louis Vuitton), mentre un senegalese vuole pagare venti euro la tua barba e un avventore rimpiange giustamente i Festival che furono – si parlava della vecchia gestione del TFF Turigliatto/Vallan, ma di mezzo ci potrebbe essere senza dubbio pure quella Cannes che fu, quella del Crillon dove magari spuntava Orson Welles a parlare del suo Chischotte impossibile. Infine rimane egh, Enrico Ghezzi, a farti pensare come tutti i (pochi) grandi film di questa Cannes fondamentalmente finiscano su nero, con parole nel buio. Smettiamola dunque con il buio delle parole di questa verifica (in)certissima, dissolvenza a nero sia. Stop, che abbiamo altri problemi (ben più gravi dello sciopero dei ferrovieri francesi). Sto già parlando del Tour de France eh, pensavate mica ai mondiali di pallone privi dalla corazzata italica?

Erik Negro

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