30 Maggio 2023 -

76° Festival de Cannes_16-27 maggio 2023_Verifiche incerte

«C’est votre affaire et non la mienne de régner sur l’absence».
Saint-John Perse, Anabase, citato in Jean-Luc Godard, Film annonce du film qui n’existera jamais: «Drôles de Guerres» (1er tournage)

Sono le fotografie, a legare con un filo rosso le immagini di questa Cannes76. Quelle che in parte compongono l’ultimo, incomparabile, lascito in quadri, parole, Storia e fotogrammi fissi di Jean-Luc Godard, ma anche quelle che mettono di fronte il presente e il passato nella taverna ultimo baluardo di Resistenza di Ken Loach, quelle scattate dal professore protagonista delle strepitose foglie secche di Nuri Bilge Ceylan e quelle imperiture sulle locandine delle altrettanto magnifiche foglie morte di Kaurismäki, quelle da animare in passo uno nel nuovo Gondry e i dagherrotipi che ritraggono gli assassini scorsesiani, ma volendo anche la Polaroid nella cassetta di sicurezza di Hypnotic, quelle che la (apparente) turista francese scatta ne La Chimera, e ancora quelle sui giornali del passato in carcere di May December. Oltre a quella che rimane come un miracolo nella tasca dello smemorato (co)protagonista di Cerrar los ojos nuovo sublime capolavoro di Victor Erice, che avrebbe meritato non solo il concorso ma anche, nettamente, la Palma d’Oro, e che fa male avere invece visto trattato come un film qualsiasi di un autore qualsiasi facendogli scoprire solo al momento della conferenza stampa la collocazione non competitiva (e con molta meno visibilità, per gli orari scomodi e le sole due proiezioni) all’interno di Cannes Prémiere, con Thierry Frémaux pronto a giustificare la scelta millantando una copia giunta troppo tardi sui tavoli della selezione quando invece già a febbraio il film era stato regolarmente iscritto. Tanto che sulla Croisette non si è proprio presentato, l’autore spagnolo tornato alla regia dopo più di trent’anni, preferendo l’eleganza di una lettera aperta affidata a El Pais1 in cui denunciare la mancanza di rispetto da parte del Festival e spiegare così, senza polemiche ma con profondissima dignità, i motivi della sua assenza. D’altra parte si è visto un Frémaux particolarmente nervoso, in questi giorni, fino quasi allo scontro fisico con un poliziotto che stava semplicemente facendo il proprio lavoro immortalato in un video diventato immediatamente virale2. Nonostante la consapevolezza di aver firmato un’edizione di Festival dal livello particolarmente alto, fatta di film (anche se magari da andare un po’ a cercare in giro per le sezioni laterali) importanti e importantissimi, sicuramente stressante per gli accreditati per il numero spropositato di opere presentate in rapporto ai limiti delle sale e gestita non certo al meglio dal punto di vista organizzativo (basterebbe pensare ai biglietti per le proiezioni, in realtà quasi sempre disponibili ma per giorni e giorni inaccessibili, salvo magari sbloccarli mezz’ora prima del singolo evento costringendo tutti a continue variazioni nel programma), ma pur sempre densa di lavori magnifici che poco importa non fossero proprio in corsa o che (come gli eccellenti lavori di Catherine Breillat, Todd Haynes, Wang Bing, gli stessi Nanni Moretti e soprattutto Marco Bellocchio con il suo entusiasmante Rapito) siano stati del tutto ignorati dalla giuria o messi in secondo piano nel Palmarès (Kaurismäki solo con il contentino del Premio della Giuria, lasciato ritirare ai suoi attori senza che valesse la pena tornare, ma pure Ceylan premiato solo per l’attrice Merve Dizdar, il Wenders ‘giapponese’ solo per l’attore Kōji Yakusho e il ritorno ad alti livelli di Kore-eda solo per la sceneggiatura di Yûji Sakamoto): quello che conta, e che rimarrà, è la loro esistenza, la loro qualità, ciò che hanno da dire e come lo dicono.

Il resto è come sempre e più di sempre un carrozzone elefantiaco in cui è impossibile vedere tutto e non sempre è possibile riuscire a vedere tutto quello che interessa, sempre più lontano dalla misura d’uomo e dalle possibilità del singolo, in cui anche le durate medie quasi sempre ampiamente oltre le due ore, con il picco di almeno cinque o sei film attorno o addirittura oltre i duecento minuti, non aiutano l’organizzazione della giornata e del (pochissimo) sonno per quanto poi, spesso, si rivelino le visioni in assoluto più appaganti. Un Festival bulimico, incontrollato, che nel giocare all’album di figurine programmando (male) qualsiasi film importante o meno finisce per apparentarsi pericolosamente alle caotiche homepage di quelle piattaforme streaming che tanto dice di aborrire e di combattere, e per fare sostanzialmente danno anziché servizio alle opere, affastellate l’una sull’altra, programmate solo alle 23, destinate ad accumulare ritardi su ritardi fino a diventare contemporanee ad altre proiezioni oppure a partire a fine giornata quasi un’ora dopo, mentre la possibilità di riuscire a vederle è affidata sempre più al caso, all’algoritmo, alla fortuna di essere dentro il sistema di ticketing nel momento giusto e magari di essere giusto una frazione di secondo più veloce del vicino di coda. Un caotico caleidoscopio di sottosezioni spesso uguali, in cui Cannes Prémiere con i suoi grandi autori inspiegabilmente strappati al concorso (Erice, Kitano, Lisandro Alonso) ha di fatto ucciso Un Certain Regard che è ormai diventata quasi impossibile da seguire, in cui nessuno ha mai capito la differenza fra Hors Competition e Séances Spéciales, e in cui le sezioni indipendenti – specialmente ACiD – devono fare i conti con strutture piccole e inadeguate nelle quali è pressoché impossibile riuscire ad accedere. Però poi c’è la Cannes a latere dei film, quella da vivere due settimane, quella con le sue salite strette e con le sue rotatorie, quella suggestiva nei tramonti e ospitale nell’accoglienza, quella della Terrazza dei Giornalisti con i suoi caffè e con le sue bevande (anche alcooliche) sempre a libera disposizione, così lontana da Venezia dove pure per un bicchiere d’acqua non c’è alternativa a una lunga coda per essere spennati da qualche bar. La Cannes delle case, bellissime, da affittare in gruppo e in cui ogni volta lasciare un pezzo di cuore, la Cannes della mensa sempre pronta a riportare all’uguaglianza fra individui di cui non conta più il colore dell’accredito nel suo nascondiglio in fondo al ventre ‘industriale’ deuxième sous sol di quel labirinto (e in realtà anche di quell’ecomostro, specialmente quando visto dall’alto della collina con la sua enorme mole in riva al mare) che è il Palais, la Cannes del pranzo a base di salsa Aïoli offerto dal sindaco su al castello, da sempre particolarmente apprezzato per l’erogazione pressoché illimitata di vini locali, come principale momento di convivialità, di scambio e di reciproco accrescimento dialettico/culturale fra amici e colleghi che magari passano la maggior parte dell’anno oltreoceano e si vedono troppo di rado, sempre di corsa fra una sala in cui entrare all’ultimo minuto e un articolo sempre da scrivere.

Un piccolo popolo incurante dei repentini cambi di meteo di un maggio impazzito, piovoso per i primi giorni e poi improvvisamente caldissimo ma pronto a crollare a metà di ogni notte, ma sempre lì, nelle file esterne sotto le scalinate del GTL e della Debussy, in quella interna della Bazin o da qualche parte nel girotondo da cui entrare in Varda, su e giù per la Croisette e Rue d’Antibes per correre alla Quinzaine o alla Semaine, o ancora nel multisala Cineum a La Bocca per recuperare qualcosa che non si è riuscito a incastrare nei giorni precedenti. Con il naso immerso nel display dello smartphone per tentare disperatamente di accaparrarsi ancora l’ennesimo biglietto, e poi al buio su una poltrona, e ancora di fronte a un computer. Mossi da una curiosità e da una passione troppo forti e troppo totalizzanti per poter rinunciare a una scoperta, a una sorpresa, a un tentativo, a un incontro. Fino magari a ritrovarsi di fronte Quentin Tarantino, invitato sul palco della Quinzaine a fare in diretta Cinema Speculation, con la proiezione della sua copia personale in 35mm di Rolling Thunder di John Flynn che tanto importante è stato nella sua formazione di spettatore e di cineasta (semplicemente magnifico come, dopo l’intero film pressoché perfetto, nell’ultimo rullo inizino a comparire fotogrammi saltati e ripetute giunte, a testimonianza di come il regista e cinefilo abbia guardato la resa dei conti un numero spropositato di volte; meno piacevole rendersi conto come l’unico film proiettato in pellicola in tutto il Festival sia stato di fatto imposto da uno dei pochissimi autori che se lo possono permettere, facendo riattivare gli ingranaggi di proiettori fermi dal 2019 del suo Once upon a time… in Hollywood e dei quali forse solo per la presenza in concorso di Tarantino aveva potuto approfittare anche Xavier Dolan con il suo coevo – e bruttino – Matthias et Maxime) e con le sue dissertazioni sul film e sul cinema in generale, su cosa gli piace e su cosa non gli piace, sulla New Hollywood e sul sovvertimento del classico, sul suo approccio con il quale focalizzarsi su un singolo aspetto, non necessariamente centrale, e prendere da ogni film ciò che gli serve. Tre ore di lezione di sguardo, per una vera e propria esperienza formativa da affiancare alla magnificenza dei già citati lavori di Victor Erice, di Aki Kaurismäki, di Marco Bellocchio, di Nuri Bilge Ceylan. Ma soprattutto a quei dieci minuti che non sono (più/ancora/mai) film ma puro cinema, con cui Jean-Luc Godard, pure dopo la morte, riesce con i collage su un blocco d’appunti di preparazione a un lungometraggio che non esisterà mai a insegnare ancora una volta il metodo, l’approccio, la politica, il linguaggio. La vita a ventiquattro fotogrammi al secondo, il cinema politico, la riflessione sulla Storia e sul contemporaneo. La letteratura, l’immagine, la parola. La fotografia, che rilega l’ennesimo album di inestimabili ricordi da riportare a casa e da non abbandonare mai più. Poi sì, la Palma l’ha vinta Justin Triet con Anatomie d’un chute, il Grand Prix è andato a Jonathan Glazer per The zone of Interest, miglior regia è stata giudicata quella di Trần Anh Hùng per La Passion de Dodin Bouffant. Ma i verdetti della giuria capitanata da Ruben Östlund fra un po’ se li ricorderanno solo gli almanacchi. A rimanere indelebili ci sono cose molto più importanti.

Marco Romagna

1 https://elpais.com/cultura/2023-05-24/carta-abierta-de-victor-erice-sobre-el-festival-de-cannes.html

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