7 Settembre 2026 -

PRIMA DELLA GUERRA (2026)
di Tommaso Usberti

«Prima della guerra», ma come altro la chiami questa se non «guerra»: ragazzi che vanno a caccia per le paludi e i boschi della Pianura Padana armati di fucili più alti di loro; razzismo dilagante che schiera dai due lati gli indigeni familisti e patriarcali e gli immigrati malinconici e altrettanto patriarcali; risse fuori dalle discoteche perché un ragazzo sta facendo sesso con la cugina di un altro ragazzo, e per un pelo non ci scappa un colpo di fucile. Siamo a Piadena, in provincia di Cremona, e in 48 ore di routine provinciale si snodano le vicende di Guido, bambino nel corpo di un giovane adulto, amante delle armi, aggressivo, intimorito dal lato tenero che tiene dentro. Sta passando le ultime giornate prima di partire e provare la carriera militare grazie all’aiuto del cugino, e per ora la carriera militare sembra promettere tanto successo non solo perché lui è bravo con le armi, ma perché il mondo tutto intorno a Piadena parrebbe la guerra contro cui l’entusiasta Guido deve andare a combattere. Un giorno però conosce Sonia, originaria del Kosovo: lei a Piadena non ci vuole stare, è emarginata, e solo nelle attenzioni (infantili, un po’ bestiali) di Guido trova un punto d’appoggio, un senso nel suo essere lì. E Guido dovrà a fatica mascherare il suo vero sentimento di fronte agli occhi dei compaesani, pena il giudizio severo di un mondo in cui lo straniero deve sloggiare, ricco o povero che sia. Ma tra un «me la voglio solo scopare» e un «spero che non ti dimenticherai mai di me» passa un universo.
Tommaso Usberti è al suo esordio al lungometraggio, tuttavia evita il proverbiale difetto dell’accumulo per lavorare invece di concentrazione ad alta densità. Il suo film è infatti tutto sul corpo e sul volto di Guido, interpretato da Piero Usberti, fratello del regista. Usberti ha una faccia attonita alla Jean-Pierre Léaud e vive di movimenti goffi da cui traspare perennemente la voglia performativa machista; i suoi occhi però dicono altro, e anche quando lo si vede da vicino urlare con la rabbia che pensa di dover dimostrare i suoi occhi stanno sospesi altrove, in un margine di tenerezza possibile. Forse è proprio questo che rende speciale la regia di Tommaso Usberti, il fatto che si misuri (nei tempi, nelle posizioni) sulle infinite possibilità dei volti dei suoi due protagonisti. Perché anche Luàna Bajrami, che veste i panni di Sonia (e che è una lanciatissima attrice originaria del Kosovo come il suo personaggio e già interprete per Céline Sciamma, Audrey Diwan e Michel Hazanavicius), offre un’interpretazione tutta fatta di occhi, forse ancor prima che di corpo. L’efficacia del film di Usberti, in prima mondiale a Venezia83 nel concorso parallelo e indipendente della 41esima Settimana Internazionale della Critica, sta nella perfetta chimica tra i due attori, e quindi trattasi di un lavoro di esordio in Italia (ma prodotto dalla sempre attenta Arte francese) che finalmente torna, come nel grande cinema americano o francese, ad andarsi a misurare proprio con i turbamenti prossemici più essenziali e primi. Di certo ha aiutato che Usberti avesse già fatto le prove generali con i due stessi attori nel corto Deux égarés sont morts nel 2017: sono forse le tracce di un cinema genuinamente antropocentrico ed emotivo, lavorato sui propri attori potenzialmente feticcio, in un contesto italiano che spesso spezza la ricerca sui volti “altri” per il divismo autoreferenziale delle star.

Prima della guerra brilla anche per audacia narrativa, con la sua unità di luogo e i suoi strettissimi tempi – giusto 48 ore – in cui i pedinamenti (Elephant di Gus Van Sant sempre nume tutelare) sono le lancette dell’orologio: Guido sta per partire per una trappola militare auto-imposta, e deve sfogare tutto quello che il sé infantile può sfogare nel suo paese natale. Salvo il fatto che forse, là dentro gli occhi di Piero Usberti, vive anche, al confine con la coscienza di Guido, la consapevolezza che è infantile anche il desiderio di guerra, e che forse la soddisfazione sessuale frettolosa che vuole prendersi con Sonia è in realtà traccia di un sentimento più adulto. Un sentimento d’amore impronunciabile. Il regista non sovraccarica l’emotività, nonostante alcune scelte altrettanto audaci e peculiari possano denunciare questo rischio, a partire dal punto di vista del bambino autistico che vaga per le campagne padane: il sovraccarico sta altrove, nella modalità del filmare in pianisequenza, in grandangoli, in lunghe riprese scrutanti che costringono sempre lo spettatore a interrogarsi sul regime di sguardo che si tiene nel film. Un regime di sguardo devoto allo straniamento: impossibile immedesimarsi in Guido, che vive con un “velo sugli occhi” (come dice Sonia), ma altrettanto impossibile identificarsi con Sonia e con la bambina autistica, gli unici artefici delle due voci fuoricampo del film, perché a causa della cecità di Guido i due diventano narratori esterni, inavvicinabili. Il regime di sguardo del regista è dunque quello di una fissità incarcerante, una presa stretta su una piccola comunità di gente che comunica per luoghi comuni e modalità unicamente violente.
Fondamentale in tal senso è la scenografia, la pianura padana e il piccolo paese di Piadena in cui, la sera prima della partenza di Guido, si tiene una grande fiera (com’era, due anni fa, in Leurs enfants après eux dei fratelli Boukherma, anche quello un racconto generazionale sull’istinto machista autodistruttivo): le situazioni provinciali rivelano, in piccoli quadretti estremamente essenziali, come ancora lì si aggrappano incancreniti alcuni problemi socio-antropologici che la miopia dei grandi centri culturali vorrebbe novecenteschi. La cacciata del ricco straniero dalla cascina, ripresa magistralmente con una camera scorrevole e decentrante, persa nella folla marciante, sembra uscire da un Novecento bertolucciano, con tutti i dissidi sociali che dettavano l’agenda di quel modo di intendere il cinema “politico”. “Quel” modo è anche adesso, perché Prima della guerra riporta lo young adult italiano (spesso borghese, spesso narratore comunque sincero di un’apatia generalizzata e generazionale) a un’attenzione pragmatica per i problemi sociali, a una maggiore coscienza del posizionamento dei corpi nella società e nel mondo. Per questo si tratta di un film importante, perché è il catalizzatore di un possibile ricollocamento di un genere (vicino al teen drama, vedasi il recente Ketticé di Giovanni Tortorici), in una messa in prospettiva per nulla ideologica di giovani generazioni che sembrano distaccate dalla realtà. Oltre al fatto di rispondere a una domanda che è anche prepotentemente politica intorno a ciò che avviene lontano dalle grandi città, a ciò che si accumula come dissapore e rancore sociale, riavvicinandolo agli occhi e quindi, si spera, al cuore.

Marco Grifò

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