11 Febbraio 2022 -

VIENS JE T’EMMÈNE (2022)
di Alain Guiraudie

«Viens, je t’emmène
Où les étoiles retrouvent la lune en secret
Viens, je t’emmène
Où le soleil le soir va se reposer
J’ai tellement fermé les yeux
J’ai tellement rêvé
Que j’y suis arrivée»
France Gall, Viens je t’emmène, 1978

Il radicato razzismo islamofobo francese e il profondo senso di colpa bianco e progressista nel riconoscerlo (anche) in se stessi, l’accoglienza conformista e forzata di chi non sa se fidarsi e l’ambiguità fra senzatetto e potenziale terrorista su cui giocare per ottenere sempre di più, il vicino di casa che corre alle armi e l’albergo a ore in cui incontrarsi e lasciarsi messaggi. E poi ancora la condizione femminile con o senza velo nella mascolinità possessiva di ogni cultura, l’identità sessuale e il (non) desiderio (in)confessato, i corpi tarchiati e un po’ cadenti che si tradiscono nei confessionali mentre di fronte alla canonica bellezza non resta che dichiararsi (che sia vero oppure no) di opposto orientamento sessuale, l’assurdo intrinsecamente insito nell’innamorarsi e l’asfissiante corte di una nuova capufficio, le gang di strada e la polizia, il letto offerto e le e-mail spiate, i video jihadisti e gli incubi notturni, un marito geloso armato di GPS e una moglie Bocca di Rosa di cinquantacinque anni che non smetterà mai di prostituirsi per passione. Ma soprattutto un coito ripetutamente interrotto, destinato a non arrivare mai al dunque, e quindi (ir)ragionevolmente impossibile. Non solo un tema, ma il vero e proprio intento programmatico e metaforico di Viens je t’emmène, nuovo lavoro di Alain Guiraudie che con il titolo internazionale Nobody’s hero ha aperto la sezione Panorama alla 72ma Berlinale. Una commedia politica con cui l’autore, messa per ora da parte la provocazione omoerotica esplicita (ma anche il livello nettamente più alto) del dittico L’inconnu du Lac / Rester vertical per tornare dalle parti oniriche e surreali del suo primo cinema, scava nel cuore dell’Alvernia, in quella Clermont-Ferrand perfettamente al centro della Francia, per sgretolare sistematicamente ogni stereotipata sicumera sociale transalpina fino a portarla in un vicolo cieco, come a dire che non può esistere alcuna verità univoca, ma solo una realtà da tentare di vivere nel modo più umano possibile. Perfettamente consapevole del drammatico montare e infiltrarsi delle destre in Europa e nel mondo, Guiraudie confeziona una lucida e probabilmente necessaria critica da sinistra alla (pseudo)sinistra, che parte dallo stato delle cose nella Francia post-attentati per ragionare sull’accoglienza e sulla tolleranza, sulla (s)fiducia e sulla (omo/etero)sessualità con le sue uniche eccezioni e con le sue residue fobie, sullo sfruttamento del lavoro minorile mentre si parla di rispettabilità e sul lavorare senza orari nel tentativo di una minuscola scalata sociale, sulle diverse culture e sulle diverse religioni, sul dramma di ritrovarsi vittime di un attentato e su quanto possa essere forse ancora più drammatica decisione di pianificarlo e attuarlo, morendo per un’ideale. Anche a costo di rischiare di mettere troppa carne al fuoco, anche a costo di ripetere troppe volte qualche schema narrativo (su tutti l’irrompere improvviso del violento marito di Isadora), anche a costo di rischiare di sfilacciarsi e perdere qua e là ritmo in un mosaico di personaggi e situazioni necessariamente irrisolte. Un procedere per accumulo nel quale, va detto, non tutte le suggestioni e le tematiche corali sono sviluppate, legate e interessanti quanto il filone principale dell’incontro e dell’evolversi (?) del rapporto fra il cicciottello programmatore informatico di mezza età Médéric e l’ambiguo senzatetto arabo Sélim, eppure sono tutte facce dello stesso prisma sociale contemporaneo da mandare in frantumi, necessarie anche nelle sfaccettature meno riuscite per svelare la sua ipocrisia forse ancora più profonda e radicale delle istanze dell’Isis.

Ma andiamo per ordine, per quanto possibile. Inizia con l’improbabile incontro fra Médéric e Isadora, Viens je t’emmène. Lui grassottello e con pochi capelli a correre con un’orribile tuta con le maniche forforescenti, e lei puttana navigata che sembra uscita da un film di Arturo Ripstein, mentre ridicolmente impellicciata a bordo strada aspetta l’ennesimo cliente con cui andare via. Ma Médéric non vuole sesso a pagamento da Isadora, vuole amore. Lo stesso innamoramento in cui cadrà lei dopo avere rumorosamente testato, ignorando le sirene che già ululano per le strade della città, il piacere che la lingua di Médéric è inspiegabilmente in grado di darle. Per lo meno fino a quando la televisione non interromperà per la prima volta di un’infinita serie il loro coito, annunciando un’esplosione kamikaze con tre attentatori nel centro di Clermont-Ferrand. Uno morto, uno arrestato, e l’altro che dall’identikit sembra somigliare tantissimo a quel ragazzo arabo che vaga dalle parti di casa di Médéric. Prima chiederà qualche soldo per mangiare, poi di entrare nel portone per ripararsi dalla pioggia, e poi di usare la doccia, di controllare le mail, di restare a dormire sul divano fino a tardi la mattina, mentre i vicini di casa, nella perplessità dell’unico musulmano, si riuniranno per deliberare come sia meglio offrire rifugio a Sélim che rischiare di vederlo radicalizzarsi. Un rapporto sempre in bilico fra fiducia, solidarietà e sospetto, che inizia offrendo aiuto con una mano e chiamando la polizia con l’altra, con il rifiuto di togliersi il cappuccio della felpa (facendo pensare che sotto ci possa essere una cintura esplosiva, ma invece era solo il freddo) e con una bandiera dell’Isis nella borsa, con sempre più gentili concessioni e con paranoiche perquisizioni destinate a sconfinare nel puro incubo onirico, e che passerà attraverso pestaggi, segrete attrazioni monodirezionali, accuse che si riveleranno false e non-accuse che invece si riveleranno vere senza mai sciogliere la sua profonda e necessaria ambiguità. Quello che conta non è sapere se Sélim sia realmente vicino ad ambienti terroristici oppure no, così come non conta sapere se sia o meno omosessuale. Esattamente al contrario, Viens je t’emmène è un film sul dubbio, sul pensiero strisciante, su un sospetto troppo ancestrale per essere realmente estirpato. Ci si può solo girare intorno, ci si può solo comportare apertamente al contrario, si può solo fingere di ignorare quel seme di diffidenza che germoglia all’interno, proprio come il proprietario dell’albergo finge cortesemente di dormire e invece ascolta tutto, proprio come la sua troppo giovane impiegata Charlene finge ingenuità mentre sa sempre almeno una cosa più degli altri, proprio come il vicino di casa finge altruismo nel difendere Sélim dagli attacchi della gang di quartiere quando in realtà è stato proprio lui a rubare il loro hashish, e proprio come gli stessi Sélim e Isadora dovranno fingere di essere altri, incappucciati e con il burqa per sfilare sotto il naso del di lei marito, piombato a casa di Médéric. Del resto, perfino il sesso è per molti versi finzione, semplice lavoro, orgasmi simulati e baci evitati, una nave scuola con la quale «togliere il pensiero del suicidio» e una banconota mai elargita che viene lo stesso rimborsata, mentre i sentimenti non riusciranno forse mai a giungere a una felice conclusione, e tutto sembrerà diventare controproducente. Forse solo riscoprire e accettare la propria inaspettata fragilità può essere una strada, o più probabilmente è solo un’altra illusione, l’ennesima fase destinata a esaurirsi rapidamente, l’ennesima decisione destinata a rivelare uno dopo l’altro tutti i suoi dubbi. L’ennesimo coito che ben presto verrà immancabilmente interrotto da un nuovo irrompere in piena corsa della realtà, che nonostante tutto rimarrà quella che è, inscalfibile, crudele, preoccupante. Inevitabilmente assurda.

Marco Romagna

“Nobody's Hero” (2022)
99 min | Comedy | France
Regista Alain Guiraudie
Sceneggiatori Alain Guiraudie, Laurent Lunetta
Attori principali Jean-Charles Clichet, Noémie Lvovsky, Ilies Kadri
IMDb Rating N/A

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