14 Febbraio 2022 -

AVEC AMOUR ET ACHARNEMENT (2022)
di Claire Denis

È il mistero il vero protagonista di Avec amour et acharnement, ultimo film d’amore di Claire Denis che concorre nella vetrina principale della Berlinale numero 72. Le immagini che lo aprono sono gioiose e idilliache, una mano sul cuore e quel sapore dannunziano di comunione con la natura che quasi ricordano quel suo Chocolat che nell’ormai lontano 1988 l’aveva resa nota a Cannes. Questa volta, però, la pista di decollo per il dispiegarsi della storia non è l’arido terreno africano che riapriva i ricordi di un passato fatto di panini alle formiche, attese e sguardi al beffardo mondo degli adulti colmo di ingiustizie, bensì l’esatto opposto: l’acqua. Un’acqua muta con cui la regista scherza mostrandone le increspature a velocità aumentata, capace di confondere poiché crea quasi uno schermo vibrante, che lascia solamente intravvedere il fondo e ricalca quello che sarà di fatto il meccanismo di tutto il film, in cui il fondale del passato è intravisto attraverso il velo increspato e opaco dei detti e non detti del presente. Sono Sarah e Jean camminando per mano tuffandosi, baciando, abbracciandosi o anche solo stando a galla a smuovere la sabbia e contaminare la chiarezza di tutto, semplicemente tramite il dispiegarsi del loro rapporto. Ma sono riprese subacquee molto diverse da quelle belle e crudeli di Beau Travail (1999), con i commilitoni a brandire coltellacci da pesca. Queste di Avec amour et acharnement sono intime e dolci, e anticipano i gesti abituali di un amore maturo e cinquantenne che le impressionanti interpretazioni di Juliette Binoche e Vincent Lindon regalano al pubblico, e che Claire Denis tratteggia con una sincerità che non si può definire altro che disarmante, nuda e commovente. Le rughe del mattino, il viso stropicciato di una pelle non più elastica, sembra quasi di sentire anche gli odori dei baci del risveglio. I seni non più alti e lasciati vedere senza cercarli, scoperti quando capita con la casualità di tutti i giorni. Le vestaglie, il bollitore per il tè, le occhiaie che spariscono quando ci si fa belli per uscire o le labbra riprendono colore, e ancora le piccole conversazioni di due innamorati nel quotidiano, dove fare la spesa e anche il proprio amore, perché è impossibile smettere di parlare del proprio amore quando lo si ha.
Ma se i protagonisti sembrano spensierati, la regia non lo è: suggerisce, anticipa, inquieta senza dire nulla (e di fatto senza mai dire nulla). C’è infatti qualcosa che aleggia nell’aria di cui lo spettatore si rende conto prima ancora che i protagonisti, complice il sottofondo sonoro vibrante, l’uso della camera che sta in mezzo agli attori come terzo incomodo e a volte proprio addosso a loro, e le luci che verso la fine scivolano in un crepuscolo penetrante, creando di nuovo la suggestione visiva di un mistero che tutto inghiottisce e che fin da subito non si comprende mai razionalmente, ma solo visceralmente. Il dispiegarsi di un passato che sta per tornare a galla e sconvolgere gli equilibri è infatti all’inizio simbolicamente condensato nei piccoli gesti ripetitivi che i due amanti compiono quando, dopo una scappata al mare, tornano nel proprio loft di Parigi. Tapparelle, tende e tendoni vengono srotolati: qualcosa sta per essere svelato. Ma attenzione, non al pubblico, o meglio non del tutto. La particolarità del film infatti sta proprio nei non detti, nel non rivelare, nel non riportare a galla, nel non gettare luce ma nel lasciare che qualche frammento involontario (e involuto?) di questa cada su situazioni pre-esistenti e che vivono di vita propria, non create per la visione e il piacere di altri. Come la macchina da presa è un terzo incomodo (presto quarto…), così anche il pubblico. Non gli viene regalato tanto così, quello che sa se lo deve sudare, origliando le conversazioni, cogliendo gli indizi, guardando una foto appesa alla parete, dal momento che Claire Denis senza armi né informazioni lo scaraventa all’interno di una coppia – presto triangolo – felice ma in realtà sull’orlo del collasso, perché possa assistere e vedere che cosa può essere l’amore, quanto sia scivoloso il suo terreno e sfaccettati i suoi bordi, quanto sia a doppio taglio la sua lama. Tanto che per una volta il titolo inglese – Both Sides of The Blade – è forse è ancora più emblematico di quello originale, anche se l’accanimento – acharnement – è poi forse il vero succo del film.

È così che da subito si entra nel vivo del mistero come se fosse una doccia fredda. Sarah è una speaker radiofonica, e in una mattina di lavoro qualsiasi intravvede da lontano un uomo di cui non è dato sapere identità e ruolo, ma i cui effetti su di lei sono visibili e immediati: una stretta allo stomaco e un nome sussurrato in ascensore ad occhi chiusi come in un sogno, «François, François, François». È con naturalezza e senza paura che la sera, abbracciati sul divano, racconta a Jean di questo incontro, e la conversazione fa comparire un primo puntino sul foglio mentale ancora intonso che lo spettatore sta già visualizzando, nell’attesa di altri con cui unirlo in un effetto domino che costruisca quell’immagine di chiarezza che in realtà non verrà mai. François è un vecchio amore, François è un vecchio amico di Jean, François è fautore dell’incontro tra i due avvenuto a una festa una sera di tanti anni fa, quando Sarah era la sua compagna insoddisfatta e Jean marito di un’altra. Per un caso che può essere una coincidenza bizzarra e che fa storcere il naso, o che forse è un piano ben preciso per rientrare in contatto con la protagonista a sua volta vista quella mattina fuori dal suo ufficio, l’uomo del passato contatta Jean per offrirgli un lavoro. Un altro puntino, i due lavoravano insieme, e un altro ancora poco dopo: il sentimento di Sarah non si è mai esaurito perché «non si smette mai di amare chi si è amato una volta». Così annuncia la donna al compagno, senza preoccuparsi né suscitare alcuna preoccupazione in lui, e questo semplice lasciare che le cose accadano costituisce forse uno dei maggiori elementi di poetica surrealtà del film, un’atmosfera nebbiosa e vaga in cui i personaggi non si oppongono al fluire degli eventi, in cui il ragionamento nel senso proprio di attenzione al nostro essere più razionale non è offuscato, perché sarebbe dargli troppa importanza, ma è per certi versi accantonato in favore della “visceralità”. Sono le viscere a guidare, le interiora, le budella nel senso più nobile e crudele del termine. Non servono le parole, non servono le specificazioni, non le etichette. E non servono (più) neanche i baci. L’uomo sociale è più studiato e calcolatore di così, ed è per questo il film ha un qualcosa di surreale, che consapevolmente ricorda Jules et Jim.
Ma ecco che dall’unire i puntini comincia a emergere qualcosa, ed è uno scheletro di elefante. Quello nella stanza di cui nessuno parla direttamente, perché nella vita non specifichiamo a chi già sa. François, Sarah e Jean continuano a dare le spalle al pubblico – metaforicamente, perché le loro facce le vediamo sempre – e il film diventa un vortice di interrogativi lasciati a metà e un susseguirsi di domande una dietro l’altra, in un effetto domino inappagante e infinito. Si comprende come i due fossero stati una coppia tanti anni prima, forse con una figlia. Possibile che la bambina ritratta nelle foto sul frigorifero insieme ad una giovane Binoche e che nessuno menziona per tutta la durata del film sia il frutto del loro amore e allo stesso tempo, forse morta, sia stata la causa della rovina dello stesso? E poi Jean: lui e Sarah sono stati amanti clandestini prima di diventarlo alla luce del sole? Questo triangolo è già avvenuto in passato? E che cosa ha a che fare François con l’incarcerazione del nemico-amico, a cui si fa riferimento senza mai trattarla apertamente? E come è il rugbista infortunato, come accennato in una conversazione con il figlio adolescente? Del resto, ancor più a monte, cosa c’entra questo figlio adolescente e un po’ ribelle con questa storia, se non forse costituire uno dei tanti aspetti della vita del protagonista? Ci si sente affogare fra le domande. Ma è d’altronde questa la sensazione che si prova per tutta la durata di un film fatto di inseguimenti e a sua volta inseguito da uno spettatore costantemente maltrattato, ignorato, inutile. Ci si chiede che cosa è successo, quando è successo, perché è successo, e si rimane a bocca asciutta. Fino a capire che non si può fare altro che smettere di cercare di dare un senso – d’altronde non lo fanno neanche i personaggi –, e lasciarsi immergere nella sensazione.

In questa Parigi pandemica i due innamorati di un tempo si ritrovano sotto gli occhi di Jean che di nuovo lascia che sia, da quando invita Sarah alla festa di inaugurazione dei nuovi uffici e regala al pubblico una sequenza che già da sola basterebbe a fare il film. Juliette Binoche entra in una sala gremita di persone, bella e nervosa, truccata, elegante, niente occhiaie, le labbra hanno il colore di una rosa. Il suo sguardo vaga e non si appoggia su niente fino a quando non rimane intrappolato nel profilo di François che passa apparentemente senza notarla (ma di nuovo chi lo sa?), e allora scappa. I due si cercano dallo schermo della finestra e non servono parole perché tutto riprenda come in una voracità che deve rimediare per gli anni persi, ma al contempo in una sospensione rallentata e vertiginosa, in un’impossibilità data non dalle circostanze, ma dalla troppa tristezza. Amare qualcuno con cui non puoi vivere è troppo triste. Dunque subito non ci sono baci ma abbracci, passeggiate e non sesso, e quando c’è è procrastinato, goffo, offeso. Solo più avanti diventa bello. Verso il finale, di fronte a una regia che si fa ancora più interessante grazie anche all’utilizzo dell’ambiente e a dialoghi incendiati ed essenziali che hanno qualcosa come di prosa poetica, il plot diventa più tirato e forse si incomincia a sentire una sceneggiatura presente che scalfisce l’illusione di verità in cui eravamo entrati: Jean improvvisamente geloso e François puerile e doppiogiochista, che svela tutto al primo. L’equilibrio tra il surrealismo reale e quello studiato è sottile, e se talvolta Claire Denis si trova al confine, altre lo supera. Quando la sospensione un po’ assurda che il pubblico accetta con goduria varca questo confine ecco che si sente il film, la penna dello script, la mano della camera. Dura pochi istanti però, perché il turbinio degli eventi risucchia nuovamente all’interno della scena, riporta lo spettatore sul filo del rasoio e lo rende per forza voyeurista, forzandolo a essere complice di segreti e bugie, ad accettarli e a difenderli, non solo perché la recitazione di Juliette Binoche renderebbe anche il più disgustoso dei personaggi deliziosamente irresistibile, ma perché questi stessi segreti e bugie sono figli di quell’accanimento e attaccamento all’amore per cui si gioca il tutto per tutto e sono infine davvero l’altra lama dell’amore, non in contraddizione con le immagini pacifiche iniziali: un altro lato del medesimo acciaio.
Si finisce addirittura per credere alle invenzioni di Sarah così come forse ci crede lei – in fondo la sentiamo dire «je t’aime» e intenderlo con la stessa tenerezza per entrambi – ed è questo a rendere così vera la lite finale e bruciante con Jean. Una lotta mentale fatta di parole, gesti e inseguimenti in un appartamento ormai soffocante tanto per loro quanto per un pubblico che è finito involontariamente invischiato, e ora è chiuso là dentro con loro senza via d’uscita perché crudele è una regia che sta attaccata ai personaggi, rimbalza e insegue l’uno, l’altro e poi entrambi, in una partita in cui non ci sono vincitori ma solo sconfitti. Pure nell’inevitabile quiete dopo la tempesta. Come quando Jean ritorna sui suoi passi e Sarah, immersa in una vasca da bagno (un bagno ben diverso da quello liberatorio iniziale, questo chiuso, castrato e stagnante) non risponde ma lascia che il silenzio sia colmato dal prof del telefono nell’acqua, e poi dalla porta di casa che sbatte quando lui se ne va. Che sia arrivato il momento del passaggio della protagonista all’attività? La vediamo in un negozio di telefonia nella scena finale, forse vuole scegliere, chiamare uno dei due o di nuovo entrambi, decidere della sua vita e guardare insieme suo futuro senza che il presente diventi passato. Ma tutto, anche la rubrica, è cancellato. Tutto è perduto, il telefono è morto e così la possibilità di scelta. Sembra ridere. L’acqua ha davvero cancellato tutto e come è facile perdersi, basta così poco…un’incomprensione, un non detto, un telefono rotto. Ora lei cammina verso l’incertezza che non è domani ma già oggi, cammina in questa Parigi affollata e crepuscolare, cammina inghiottita dal bluastro della sera, cammina nell’indistinzione consolatoria degli altri. Flanêuse di baudeleriana memoria, bellezza fuggitiva. Che stranezza i rapporti umani…

Bianca Montanaro

“Fire” (2021)
116 min | Drama, Romance | France
Regista Claire Denis
Sceneggiatori Christine Angot, Claire Denis
Attori principali Juliette Binoche, Vincent Lindon, Grégoire Colin
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

LES AMANDIERS (2022), di Valeria Bruni Tedeschi di Bianca Montanaro
ALMA VIVA (2022), di Cristèle Alves Meira di Bianca Montanaro
STARS AT NOON (2022), di Claire Denis di Bianca Montanaro
L'INNOCENT (2022), di Louis Garrel di Marco Romagna
UNE FLEUR À LA BOUCHE (2022), di Eric Baudelaire di Marco Romagna
A LITTLE LOVE PACKAGE (2022), di Gastón Solnicki di Marco Romagna