22 Maggio 2022 -

MAGDALA (2022)
di Damien Manivel

«Ancora una volta
Abbracciamo la fede
Che insegna ad avere
Ad avere il diritto
Al perdono, perdono
Sul male commesso
Nel nome d’un dio
Che il male non volle
Il male non volle
Finché restò uomo
Uomo
Non posso pensarti figlio di Dio
Ma figlio dell’uomo
Fratello anche mio»
Fabrizio De André, Laudate Hominem

È ancora una volta il corpo, il centro del cinema sempre più tattile e minimale di Damien Manivel. Non più, questa volta, quello di Isadora Duncan magari dolente ma ancora agile e slanciato di una danza così evidentemente legata a doppio filo all’immaginario del regista ex ballerino, ma un corpo ormai anziano e affaticato, lento e sofferente, straziato e doloroso in ogni suo più impercettibile movimento, e forse proprio per questo così intimamente sacro, aggraziato, elegante, maestoso. Un corpo di abissale tormento e di sconfinata pietà, di rughe che solcano il viso e di riccioli che sembrano ancora più bianchi nel loro sormontare radi la pelle nera, di occhi sempre più stanchi nelle cataratte e di pieghe adipose che corrono lungo la schiena. Un corpo in decadimento un po’ come quello tremante del Ventura di Pedro Costa verso il quale è evidente come Manivel diriga le proprie ambizioni; un corpo per il quale ogni passo è agonia purificatrice, ogni dilatazione è pena e sacrificio d’amore eterno, eppure ogni singolo gesto sa essere ancora armonia, gentilezza, sentimento, volteggio. Un corpo così profondamente materico nei suoi dettagli e nella sua simbiosi con la Natura da rendere Magdala, estatica messa in scena priva o quasi di dialoghi degli ultimi giorni di ricordi e malinconia di Maria Maddalena prima di ascendere al cielo e ricongiungersi nuovamente e per la vita eterna con il suo perenne amore Gesù Cristo, assolutamente imprescindibile dalla grana polverosa del suo sontuoso Super16mm, legato alla fisicità del supporto almeno quanto lo è alla straordinaria protagonista Elsa Wolliaston attorno alla quale, alla terza collaborazione dopo il corto La dame au chien (2010) e il già accennato e magnifico Les enfants d’Isadora (2019), Damien Manivel cuce il film e il personaggio inquadratura per inquadratura. È lei, attrice ma soprattutto ballerina e coreografa classe ’45 che del body language conosce da sempre ogni tempo e ogni gestualità, il corpo su cui si posa con la consueta straordinaria eleganza lo sguardo cinematografico dell’autore francese; è lei, giamaicana di nascita ma da sempre con passaporto statunitense e francese d’adozione sin da fine anni Sessanta, quel punto di incontro (im)possibile fra America, Europa e Caraibi così come la sua Maddalena lo è fra l’umano e il divino, fra la vita e la morte, fra il passato e il futuro, fra la (ex) puttana e la futura santa, fra la terra e il cielo. Fra la fisicità dell’umanità e quella della Natura – le screpolature della pelle e il muschio sulle cortecce, il pianto disperato della donna e la sinfonia di suoni della fauna e della flora. Una Maddalena lontana dall’iconografia classica almeno quanto lo era il Cristo sardo del Su Re di Giovanni Columbu, che già del tutto affrancata dalla società umana vaga faticosamente per la foresta come un’eremita appoggiata al suo bastone, in attesa dell’angelo (o forse è semplicemente una donna di passaggio che riscopre la carità cristiana, il sacrificio disinteressato per il prossimo) che le permetterà di liberarsi e volare in Paradiso.

Presentato a Cannes 2022 nella piccola miniera d’oro che sa essere la sezione indipendente e parallela di AciD, forse l’unico spazio che qui in Costa Azzurra riesce ancora a difendersi dalla definitiva istituzionalizzazione di un evento troppo smisurato per sapere ancora davvero osare, Magdala affronta così il controverso personaggio biblico lasciando quasi di sfondo ogni possibile questione mistica o spirituale (semmai, il testo di riferimento sono i Vangeli Apocrifi che da più parti la additano come legittima moglie di Gesù), ma immaginando e raccontando invece la storia del suo amore purissimo e infinito, la sua profondissima nostalgia, il suo quotidiano sfiorire del corpo fra le foglie secche e riarse mentre i sentimenti rimangono eterni come lo scorrere inarrestabile del fiume. Quello stesso specchio d’acqua dove magari immaginare di reincontrarsi ancora giovani e vivi, i nasi che si sfiorano e l’appartenersi degli sguardi, nell’inarrestabile pioggia di ricordi di un’assenza impossibile da colmare. Quella di un amore di cui a Maria Maddalena non rimane adesso che la punta del bastone con cui disegnare ancora una volta quel volto sulla terra bagnata, per poterlo almeno rivedere ancora una volta, per la necessità di dedicargli ancora una volta uno sguardo sognante, un sorriso, il quotidiano rinnovarsi di una promessa. Probabilmente è proprio per la purezza dei suoi sentimenti che l’uccellino trovato morto fra le frasche ritrova improvvisamente la vita e vola via felice dalle sue mani in un miracoloso sorriso, nella grazia sofferente di ogni suo gesto e di ogni inquadratura orchestrata dal sempre talentuoso quanto sottovalutato Damien Manivel che, rigorosamente a mano, la osserva per tutti i settantotto rarefatti minuti del film muoversi adagio negli ambienti rimanendole vicino fino all’ultimo nei suoi poetici silenzi e nelle dolorose dilatazioni dei suoi ultimi momenti, fra contemplazioni e toni desaturati, fra commoventi attese e strabordanti picchi di intensità emotiva. Le notti sono plumbee, cupe, umide, mentre i giorni deflagrano di una luminosità abbacinante, fra gli insetti e le ragnatele, fra i panni ad asciugare e la vita che come un mozzicone di candela finisce di consumarsi, mentre Maria Maddalena beve le gocce di rugiada direttamente dalle foglie e si nutre delle more frutto spontaneo della terra per poi gridare disperata nella notte il suo dolore e la sua mancanza, abbracciando in ginocchio gli alberi con cui rivive quell’ultimo abbraccio di lacrime e sangue ai piedi della croce. Il resto è semplicemente sensibilità di sguardo, quella che trasforma ogni paesaggio in (anti)idillio d’attesa e ogni movimento in vera e propria coreografia, quella che nel dolore del corpo trova la definitiva espiazione di ogni peccato, la pietà, la carità, la santificazione, l’eternità di un ricongiungersi. Un cuore da strapparsi dal petto per consegnarlo di nuovo e per sempre a Gesù Cristo, non il Dio ma l’uomo, non la religione ma la persona, non la luce dell’icona ma il calore di un altro corpo. Da desiderare, da aspettare, da sentire ancora vicino, da sognare fino al momento in cui finalmente ricongiungersi «oltre le montagne», per sempre. E così sia, nei secoli dei secoli.

Marco Romagna

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