28 Maggio 2022 -

VANSKABTE LAND / VOLAÐA LAND (2022)
di Hlynur Pálmason

Non può prescindere dal suo doppio titolo, il nuovo e sorprendente lavoro dell’islandese Hlynur Pálmason. Da una parte la lingua e il rosso della bandiera danese di Vanskabte Land, e dall’altra la Volaða Land dell’idioma autoctono, pronta a deflagrare nel blu che pochi anni dopo gli eventi narrati, da quando nel 1918 verrà creato il vessillo nazionale come penultimo passo verso la totale indipendenza, diventerà simbolo dell’Islanda. Una duplice dicitura nei due differenti idiomi per indicare l’inevitabilità di una doppia anima ancora oggi figlia dei tempi dell’Islanda colonia danese di fine Ottocento, “terra malformata” e dicotomica nelle sue due lingue e nell’eredità delle sue due culture proprio come lo è nei suoi vulcani esplosivi che sormontano le più placide piane sul mare. Una definizione ben più stratificata di quel didascalico e incolore Godland, “terra di Dio”, scelto invece dalla produzione per la vendita internazionale, che testimonia sin dalle primissime battute la scissione irrisolvibile che sarà perno di tutto il film, quella idiomatica, politica e culturale fra i colonizzatori e i colonizzati che ancora oggi, a quasi ottant’anni dalla fine del colonialismo, considerano Copenhagen una seconda casa e la prima meta in cui andare a studiare, ma anche la scissione fra la finitezza dell’uomo e il tempo infinito della Natura che tutto inghiotte, anche la scissione umana di una Fede che inizia a vacillare nei richiami terreni del viaggio, del desiderio e della colpa, anche la scissione di rapporti interpersonali destinati a sfaldarsi progressivamente, fino a quando non rimarrà che un mucchietto decomposto di ossa e vestiti da aspettare invano per l’eternità. La stessa scissione di chi in un fremito di umanità copre gli occhi a una gallina perché non veda tirare il collo a una sua simile, ma nel frattempo la tiene ferma in attesa dello stesso destino; la stessa scissione che porta a scegliere un viaggio d’esplorazione portando – letteralmente – la croce per tutta l’isola quando sarebbe stato estremamente più semplice attraccare direttamente nel luogo deputato alla costruzione della chiesa. Eppure, anche se il protagonista Lucas, giovane, moderno e letterato (ma che non sa andare a cavallo) prete protestante danese inviato in missione in Islanda, risponde in maniera vaga alla domanda diretta del suo ospite locale Carl, il suo viaggio non avrebbe avuto senso se davvero fosse stato solo via mare. Non ci sarebbe stato il confronto diretto con la Natura né quello, altrettanto fondamentale, con la guida Ragnar e la sua più primordiale wilderness islandese, non ci sarebbe stata l’esplorazione delle lande «terribili e magnifiche» con cui cercare di capire intimamente la nuova realtà, non ci sarebbe stata l’occasione per essere il primo uomo di sempre a fotografarle, nel suo cammino che per molti versi è una vera e propria via crucis fisica sotto il peso dell’attrezzatura pionieristica di fine Ottocento. Senza nemmeno rendersi conto, nel suo rifiuto di imparare la lingua islandese dopo un singolo e troppo timido tentativo di approccio, che forse era proprio il suo – e della Danimarca – tentativo di “civilizzare” (ma in realtà assimilare, imponendole un’altra identità) una terra lontana e differente a renderla così irrimediabilmente “malformata”.

Parte dai suoi dagherrotipi Vanskabte Land / Volaða Land ritrovati in una cassa e ancora inestimabili nell’essere le sette più antiche testimonianze visive di un Paese. Parte dai suoi procedimenti per rendere le lastre fotosensibili, il lavaggio al fiume, l’albumina e il nitrato d’argento da spennellare. Parte dai suoi sguardi su un territorio spietato di sabbia e di lava, di cascate e di altopiani, di muschio e di massicci, di tramonti e di neve. Un paesaggio vero e proprio protagonista della vicenda perché profondamente identitario, aspro, materico, atavico e selvaggio nel forgiare uomini duri e fuori dal tempo che quotidianamente convivono e si scontrano con la Natura, che ne mangiano e ne curano i frutti, che ne cacciano e ne macellano animali fra le tende della missione, ben consci che prima o poi sarà la terra a nutrirsi della loro carne inerme e che il ciclo naturale troverà così la definitiva chiusura del suo cerchio. Un paesaggio da cercare e ammirare nel suo splendore, da dilatare e da accelerare fra le lentissime panoramiche a 360° che cristallizzano l’atto e la fatica stessa del guardare per poi rivelare la sofferenza dell’uomo così inadeguato di fronte all’immensità e i time-lapse di un cavallo (e poi di un essere umano, perché nella Natura si vive e si muore) che ridiventerà progressivamente terra – polvere eri e polvere ritornerai. Come a stabilire un’ulteriore scissione, fra il tempo (breve) dell’esistenza e il tempo (millenario) della geologia, fra il tempo (specifico) filmico del montaggio e il tempo fisico del rullo in 35mm (semplicemente straordinario il lavoro della DOP Maria von Hausswolff) da impressionare e poi riprodurre, ipersaturo nel continuo scontro (non solo cromatico) caldo/freddo e incorniciato nell’eleganza ‘antica’ di un mascherino 4/3 Academy dai bordi stondati. Del resto è proprio la fisicità uno dei punti principali del lavoro di Pálmason. Quella delle terre fumose e polverose d’Islanda, quella delle lastre fotografiche di ieri di Lucas, quella dell’emulsione che oggi lo racconta. Quella dell’uomo che entra in crisi, spirituale, personale e appunto fisica, malato e febbricitante come il corpo dell’attore protagonista Elliott Crosset Hove che, mentre attraversava realmente le zone più rigide del Paese girando in ordine rigorosamente cronologico, nel corso della necessariamente sofferta e faticosa lavorazione del film ha perso più di 12kg. Ma anche quella delle lotte sempre meno giocose e sempre più aperte fra le due popolazioni a confronto, dalle prove di forza come una danza al momento in cui ritrovarsi da un momento all’altro le mani sporche di sangue. Perfino le vecchie leggende e i canti popolari che riportano intorno al fuoco la (ancora una volta doppia) tradizione locale sono in qualche modo rese fisiche dalla concretezza tattile dei tronchi e dall’impeto del fiume, dalle acque torbide che portano via compagni di viaggio e disseppelliscono cadaveri ancora vestiti di tutto punto, dalle lingue di fuoco delle colate laviche che scendono lungo le pendici delle montagne giù fino al mare, dai ruzzoloni più rovinosi stanchi dell’equipaggiamento da portarsi dietro e della vita, sempre più terreni nella carne e sempre più incerti della vocazione. Perché anche Vanskabte Land / Volaða Land, fra i pochi reali squilli dell’insospettabilmente sonnecchiosa Un Certain Regard di Cannes75, non può che essere inevitabilmente scisso in due parti. Prima il viaggio e la Natura, una meraviglia bressoniana che si elabora in dilatazioni mobili che sembrano sospirare ai pianisequenza di Bela Tarr, e poi il dilemma esistenziale e l’umanità del luogo e della famiglia “adottiva” presso cui costruire la chiesa, che guarda invece da qualche parte fra il misticismo di Dreyer e i crolli umani del Bergman di Luci d’Inverno, non a caso quasi espressamente citato nel momento in cui Ragnar, proprio come Ingrid Thulin nel ’63, monologa guardando direttamente in macchina. Ed è proprio la seconda parte il momento in cui ridiscutere tutto, in cui innamorarsi di Anna, in cui fotografare la tenerezza esuberante della giovanissima Ida che non ha la minima intenzione di sedere composta sul cavallo, in cui nello scontro fra primigenio ed evoluto ritrovarsi definitivamente intruso, assassino, pastore caduto nel fango che ha già fallito la sua missione. «Anche il re è un uomo, e la vocazione per diventare uomo forse è il modo per diventare re». O magari per decomporsi tutti allo stesso modo, senza nemmeno lasciare il tempo a una lastra fotografica di fermare un’ultima traccia di vita.

Marco Romagna

“Godland” (2022)
138 min | Drama | Denmark / Iceland / France / Sweden
Regista Hlynur Pálmason
Sceneggiatori Hlynur Pálmason
Attori principali Ingvar Sigurdsson, Friðrik Friðriksson, Ísar Svan Gautason
IMDb Rating N/A

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