19 Aprile 2018 -

UNTITLED (2017)
di Michael Glawogger e Monica Willi

«Porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio:
viaggiare»
Fabrizio de André – Khorakhané (a forza di essere vento)

Sognava un film che potesse non finire mai, Michael Glawogger. Sognava un film “su nulla”, “privo di argomento”, privo persino del titolo, Untitled. Sognava un film fatto di semplici ed eterni istanti, di donne e di uomini, di vecchi e di bambini, di sorrisi e di corse a perdifiato, di poesia e di intimità, di viaggi che annullano le distanze spaziali e temporali fino a giungere al senso più intimo dello stesso mettersi in marcia, dello scoprire, dell’esplorare, del cercare di capire gli uomini che quasi si nascondono in questa babele di lingue e culture che chiamiamo mondo come fondamentale motore dell’atto stesso di filmare. Glawogger sognava un film che fosse la massima radicalizzazione di quello che era sempre stato, parallelo alle non rare ma meno incisive incursioni nella finzione e nella commedia, il suo rigoroso linguaggio da documentarista, fatto di sguardo, di capacità di cogliere l’attimo, di un continuo girovagare in giro per il mondo lasciando al dispositivo cinema il costante compito di ridefinirsi, di ri-farsi, di ri-montarsi fra accostamenti e negazioni, fra analogie e differenze, sempre alla scoperta di nuovi momenti, di nuovi luoghi, di nuovi dettagli, di nuovi esseri umani ognuno con la propria e più profonda dignità. Non sono più (solo) le “gloriose” puttane da tutto il mondo di Whore’s glory, non sono più (solo) i lavoratori estremi sospesi fra la vita e la morte di Workingsman death, non è più (solo) chi vive e lavora nelle colossali Megacities: degli uomini di Untitled fa parte anche, o forse soprattutto, chi è nato e vive nei paesini e nei villaggi più sperduti, chi rovista in una discarica, chi lotta quotidianamente con il proprio territorio per sopravvivere, chi collabora e coopera alla ricerca di equità.
Sognava un viaggio lungo un anno, Michael Glawogger, che partisse dalla “sua” Austria per spostarsi nei Balcani, in Italia, in Africa, e poi in America, in Asia, ovunque, alla continua ricerca di materiale per il suo film senza fine, per il suo film più bello, per il suo film più ambizioso e accorato. A volte, però, la parola fine la scrive il destino. Dopo quattro mesi di viaggio, a un terzo del percorso programmato e a soli cinquantaquattro anni, Michael Glawogger muore improvvisamente in Liberia per un attacco di malaria. Il suo è stato in un certo senso un morire di cinema, un morire per portare avanti fino all’ultimo respiro il proprio sguardo, quello sguardo che, per tutta la vita, ha cercato di capire fino in fondo l’umanità scrutando nel profondo vertici e abissi, civiltà e paesaggi, tradizioni e dignità. Portare a termine il suo lavoro, o per lo meno dare una forma a ciò che già esisteva di questo lavoro, era un atto dovuto, era l’unico modo per dare un senso alla sua morte, ed è inevitabilmente la celebrazione di chi è morto d’amore attraverso la sua stessa postuma espressione. È toccato a Monica Willi, storica montatrice di Glawogger (ma anche di Haneke e di altri grandi autori) che già stava ricevendo i giornalieri di materiale grezzo, l’onore e l’onere di chiudere Untitled usando le immagini già esistenti e le parole, poetiche e metaforiche, estrapolate dai diari dello stesso regista, incorniciando i momenti di serendipità passati per caso di fronte alla macchina da presa in una struttura simbolica e circolare, che rimanesse sospesa fra il progetto originale di Glawogger e l’omaggio di un’amica e collaboratrice all’autore e all’uomo. Il ricucire insieme i brandelli di “girato” di Monica Willi è uno schiaffo al destino, è una lotta contro la morte, è un ultimo e disperato tentativo di addolcire il fato, di renderlo un po’ meno ingiusto, perché in Liberia è morto l’uomo, ma non il suo sguardo, non la sua sensibilità, non il suo sogno di un film infinito.

Le “verità”, a partire dal volo degli uccelli stanati dal grido degli uomini, sono sempre e necessariamente messa in scena, mentre le messe in scena sono sempre e necessariamente più vere della realtà, alla ricerca di un ritratto dell’umanità che sia il più possibile aperto, universale, rispettoso, fedele. Lo dice(va) espressamente nei suoi diari, Michael Glawogger: a volte, per vedere più chiaramente la via, bisogna schiacciare gli occhi, lasciare che si velino del loro torpore, sostituire la perfezione del digitale con la grana nervosa del super8, ritorno alla fisicità anche nel mezzo. Untitled è una partenza, è un addio, è l’impossibilità di sapere se (non) ci si ritroverà. È la volontà di ritirarsi, sparire, confondersi fra le persone vere fino a non essere più visibile; è la volontà di viaggiare, conoscere, studiare l’umanità sul campo come la studia un antropologo, un umanista, un filantropo. Da un lato all’altro del Mediterraneo, fra chi lavora e chi soffre, fra chi sogna e chi vive, rigorosamente senza sottotitoli, perché le immagini bastano e avanzano, non serve capire esattamente cosa si stia dicendo, bastano i volti, gli sguardi, i corpi, il sudore, uguale su ogni uomo, uguale in ogni luogo, uguale in ogni viaggio. Metafore, allegorie e poetica si rincorrono fra le parole e le immagini, nei formati e nella loro definizione, nel loro accostamento fatto di similitudini. Non conta più il luogo geografico, e di certo non contano lingua e colore della pelle: quello che emerge è l’umanità, la sua più pura essenza, la sua astrazione nel concreto di ogni giorno e di un viaggio interrotto dalla tragedia, nell’occhio di chi guarda, nei mezzi che ha a disposizione. Nella fortuna di essere nel momento giusto al posto giusto, capace di rendere l’istante imperituro, eterno, Storia e cultura, in un cinema così opposto rispetto al cinismo altezzoso di Ulrich Seidl con il quale Glawogger, non si riesce a capire come, collaborò a inizio carriera. Il viaggio è come un treno all’orizzonte che sembra infinito, lungo come tutto il deserto, come una sorta di preghiera che unisce le diverse religioni. È la ricerca infinita di un posto dove fermarsi senza dover più rendere conto all’occidente, alla modulistica, ai passaporti, alla burocrazia, ai confini. Sta proprio nel loro abbattimento l’estetica dello spostamento, del coprire la strada, del visitare i luoghi e di viverli come granelli di sabbia in volo, alzati dal vento, alla ricerca di una nuova (sempre e rigorosamente provvisoria) duna sulla quale posarsi.
Del resto, «cosa sono le grandi città in confronto allo splendore delle piste brillanti?». Cosa sono le grandi civiltà in confronto alla sincerità degli esseri umani, alla semplicità di chi estrae le preziose risorse dalla propria terra armato solo di pala, setaccio e pazienza, sotto il sole, con le gambe a bagno? Cosa sono New York e Londra rispetto al candore di uomini e donne d’Africa che vivono e lavorano insieme, in piena equità, in cooperazione, solidali fra chi scava e chi setaccia per la comunità. Non si scappa coi brillanti, si dividono i profitti, così come si dividono la fatica e la soddisfazione quando, sul fondo del setaccio, appaiono nel loro scintillare i minuscoli diamanti incastonati nella sabbia. Anche una discarica, quando si giunge al profondo dell’uomo, può diventare grande festa, fatta di bambini e di animali così simili nei litigi e nei giochi. Certo, non tutte le immagini di Untitled sono allo stesso livello, e inevitabilmente la forzata chiusura di un progetto che non avrebbe mai dovuto avere finale non può che renderlo un po’ diseguale, altalenante, meno completo di come il regista avrebbe voluto. Non certo, però, meno libero, né meno generoso. Untitled, profondamente lirico e sofferto nella sua cura certosina per l’immagine e nella poetica della sua parola – letta in versione originale da Birgit Minichmayr, in italiano dalla cantante Nada – mira a rappresentare l’umanità «immaginando una seconda Arca di Noé», un mondo senza più cellulari nel quale nessuno è a bordo dell’Arca. Ma la possibilità per salvarsi c’è ancora, ed è quella di unirsi, aiutarsi a vicenda. Proprio come la capra che ha appena partorito il suo cucciolo e ancora, stanca ma con l’amore e la tenerezza di una madre, lo lecca, lo pulisce, gli toglie il sangue e i pezzi di placenta in attesa che il piccolo riesca ad alzarsi in piedi e fare i suoi primi passi. Arriva un uomo con il suo cesto di avanzi, foglie e bucce d’arancia: cibo per l’animale che deve riprendersi dal parto, aiuto reciproco e solidarietà fra gli esseri viventi di fronte alla natura e alle sue difficoltà, amore che supera ogni tipo di confine.

È il corpo, umano e animale, il vero campo di ricerca che si staglia nei paesaggi di Glawogger. È il corpo che lavora, è il corpo che danza, è il corpo che saluta, è il corpo esposto al sole e ai rischi, è il corpo che lotta, è il corpo che soffre, è il corpo che gioisce, è il corpo che si accoppia, è il corpo come fisicità, realtà, presenza di esseri umani ormai immortali, fissati dall’occhio meccanico. In un villaggio di rottami nel quale «The body inside closed» così come nei sorrisi e twerking delle nottate in Sierra Leone, in una discarica dove spaccare le pietre così come nel culto dei morti ortodosso dei Balcani, Untitled è un film potente, filosofico e accorato, estremamente politico nella sua continuità di luoghi e di genti, che coglie la realtà nel suo farsi, nel suo quotidiano, fra antichi riti sopravvissuti nelle lotte e nei costumi, docce comunitarie e massaggi per scaldare i muscoli agli atleti. Nelle città, nei paesi, nelle campagne e nei deserti quello che conta è la capacità – di Glawogger e del suo fedele DOP Attila Boa – di volgere lo sguardo, di improvvisare, di aprire al vero, di smettere di seguire la lentezza di un carrello per lanciarsi sulla piena e pericolosa velocità del bambino seduto sullo skateboard che sfreccia di notte per le strade ai fari e al lume di candela della Sierra Leone. Reca una tanica vuota da riempire d’acqua per riportarla poi sulla collina, con tanto di inevitabile ombra della macchina da presa – cinema che non può che svelarsi – quando il buio viene squarciato dall’abbagliante di un motorino che proietta chi osserva su chi è osservato, chi viaggia su chi vive il proprio quotidiano, chi vuole raccontare su chi verrà raccontato. Sono bambini lavoratori, quelli che corrono nella notte sugli skate, sfruttati, considerati alla stregua di carne da macello della quale liberarsi, magari tramite scagnozzi, nel momento stesso nel quale proveranno a ribellarsi, a espandere il proprio territorio, a cambiare vita. Eppure, mentre schizzano su e giù per la collina, sorridono, si divertono, prendono tutto come un gioco, sinceri e gioiosi, giovani, pieni di speranze, felici di rendersi utili. Come il cane che supera l’auto del suo padrone, con la sua fedeltà assoluta, con la sua gioia nel mettersi a servizio di qualcuno, nella consapevolezza che un uomo sta contando su di te.
Untitled, nel suo errare per il mondo, cerca disperatamente una luce nel buio, che sia silenziosa o rumorosa, che sia calda o fredda. Cerca la luce degli smartphone e delle torce, cerca la luce di chi, anche durante un blackout, rimane chino sui libri per cercare di uscire dalla mediocrità, dalla povertà, dai ghetti. Fino al ritorno della corrente elettrica nell’urlo di gioia dei bambini che possono ricominciare a giocare. La poesia di Glawogger sta nei pescatori al lavoro, negli uccelli che migrano e nei raccordi sul cielo, nella nebbia sospesa fra sogno e realtà, nel misticismo e nelle offerte, nei banchetti ortodossi di cibo benedetto e nei mercati notturni africani di pesce freschissimo. Sta negli animali morti e in decomposizione a bordo strada che diventano cibo e vita per altre forme animali, in una perfetta catena naturale e alimentare. Sta negli emozionati ritorni nelle case di Apice colpite e ancora distrutte dal terremoto, magari abitate da cuccioli teneri e indifesi alla scoperta del mondo, quasi impauriti dal proprio stesso abbaiare. Quello in provincia di Benevento è un paese fantasma, quello nel quale nessuno è mai tornato, con l’intera popolazione ormai definitivamente trasferita dall’altra parte della valle. È quello ricoperto di polvere e macerie, pericolante e mai ricostruito, nel quale solo la sala cinematografica – ironia della sorte, o forse senso più intimo di tutto il film e della sua esplorazione dei luoghi e dei viaggi cristallizzati nella riproducibilità che annulla il tempo – parrebbe non aver subito danni. E a fianco di chi ha perso la propria casa e il proprio paese ma giammai le proprie radici, ecco chi ha perso una parte del proprio corpo ma mai si arrenderà, mai rinuncerà al proprio spirito, mai rinuncerà alla propria normalità e al proprio fisico. Manca un arto o peggio, a chi è impegnato nella partita di calcio panafricana in stampelle, ma nessuno sembra badarci, nessuno si sente “disabile”. Vince lo sport, vince il sogno, vince la passione per i calciatori che annulla lingue e distanze in una sola lingua, in una sola voce, in un solo declamare le gesta dei campioni. È forse questa la vera globalizzazione, quella che non prevede razzismo né giochi di potere ma cooperazione dal basso, umanità unita, cuore condiviso, abbattimento delle frontiere, sano internazionalismo. Una vera e propria lotta di classe contro le divisioni, contro le barriere, nel pieno rispetto di ogni individuo, di ogni popolazione, di ogni tradizione. Resta giusto il tempo per un finale d’osservazione ancora più discreta, ancora meno invasiva, da dietro una finestra, lasciando spazio all’intimità del focolare familiare. La tavola è imbandita nel giorno di festa, la luce è calda, le generazioni sono insieme intorno alla tavola e sul divano, come a voler portare avanti insieme, con l’affetto, quella parte di mondo in cui sono nati e vivono. Rimane il volo degli uccelli, il loro sparire lontano all’orizzonte, verso il cielo, come lontano verso il cielo è sparito Michael Glawogger a un quarto di quello che era forse il suo progetto più ambizioso, quello più completo, quello più umano, quello più maturo, quello che nessuno saprà mai fin dove si sarebbe potuto spingere se non fosse intervenuto il destino più beffardo. Quello privo di titolo, Untitled, perché qualsiasi altro nome (compreso, va detto, il pur pertinente sottotitolo Viaggio senza fine scelto dalla ZaLab che lo distribuirà per l’Italia) sarebbe stata una gabbia dentro la quale nessun viaggiatore, osservatore, filmmaker o essere umano accetterebbe mai di chiudersi, impossibilitato a muoversi, a vedere, a planare, a (sognare di) volare. Per sempre, senza che intervenga mai una struttura, una chiusura, un finale, un argomento o anche solo che un qualsivoglia tentativo di classificazione a minarne la completa e totale libertà.

Marco Romagna

“Untitled” (2017)
105 min | Documentary | Austria
Regista Michael Glawogger, Monika Willi
Sceneggiatori Attila Boa, Michael Glawogger
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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