7 giugno 2017 -

FORTUNATA (2017)
di Sergio Castellitto

Sergio Castellitto alla regia, Margaret Mazzantini alla sceneggiatura, ispirata o meno a un testo letterario della stessa Mazzantini. Brand commerciale e multimediale oramai collaudatissimo, da Non ti muovere (2004) a Nessuno si salva da solo (2015), passando per La bellezza del somaro (2010) e Venuto al mondo (2012), il sodalizio personal-cinematografico si è ritagliato un suo buon credito presso il pubblico italiano: un po’ meno, specie col passare degli anni, presso la critica. All’accoppiata Castellitto-Mazzantini piace il melodramma, e questo è un fatto. Mai nascosto, sempre dichiarato, se non totalmente con le parole almeno con i fatti. E melodramma popolare, diretto, senza troppi giri di parole, limpido, indiscutibile e gridato. Nulla di male nelle intenzioni, visto che stiamo parlando di un nobilissimo genere apparentato con numerosi capolavori della storia del cinema. All’accoppiata Castellitto-Mazzantini piacerebbe anche la tragedia, evocata più volte in Fortunata con espliciti richiami all’“Antigone”. Piacerebbe, perché poi nell’orizzonte anodino dell’attuale cinema italiano di consumo il coraggio della vera tragedia nessuno ce l’ha. E sì che il profilo della protagonista Fortunata conterrebbe in sé i tratti necessari allo scopo: figura arcaica di donna vulnerata, sfatta e sfigurata dalla vita, mater dolorosa e parrucchiera tormentata, al centro di una girandola di egoismi maschili di cui tutti gli uomini in scena sono più o meno colpevoli (tranne l’angelicato Chicano, gay bipolare e tamarro dal profondo nucleo umanitario); un’immagine di donna che nella sua misera modernità rimanda ad antichi modelli, quasi a voler dimostrare brechtianamente che la donna è vittima allora come oggi di un sistema socio-culturale. Tutto è cambiato, nulla è cambiato. Fortunata, in sala giusto pochi giorni dopo il premio a Jasmine Trinca come miglior attrice di Un Certain Regard a Cannes 2017, vorrebbe essere dunque un melodramma popolare e vorrebbe tentare lo sfondamento nella tragedia, ma nei fatti non è né l’uno né l’altra. Si avvicina al melodramma ma si perde dietro altre ambizioni; la tragedia invece è evocata, sfiorata, corteggiata, ma manca la zampata coraggiosa, forse perché l’orizzonte produttivo resta quello medio del cinema italiano con tutte le limitazioni del caso di spendibilità del film sul mercato, forse perché per avere spirito e coerenza tragica ci vuole un quid in più di sincerità nell’ispirazione. Così finestre e precipizi sul mare si spalancano davanti ai personaggi, ma nessuno salta. Così una caduta dalle scale si risolve con un collare ortopedico. Così si squadernano pistole ma nessuno spara. E non basta lo scenario di ritornanti conflitti con le figure genitoriali, con tanto di doppia morte misteriosa, per sentire profumi di classicità greca. Per il buon peso si tenta pure di rievocare e omaggiare il cinema di Fassbinder e la sua predilezione per il melodramma femminile (tanto perché il riferimento sia chiaro per tutti, è convocata in scena pure Hanna Schygulla in un ruolo secondario), ma del rigore di Fassbinder non vi è neanche il ricordo. Un groviglio affastellato di rimandi come atti di pura volontà e affermatività, fuori da ogni coesione e mai capaci di comporsi in discorso.

Come già più volte ricordato da altri, con Fortunata Castellitto e Mazzantini ritornano nel solco aperto da Non ti muovere (2004), anche palesemente autocitato in una sequenza in prefinale; con esso Fortunata condivide gli stessi limiti e, purtroppo, non condivide i pregi. A suo modo Non ti muovere si conservava efficace, nell’ordine di un robusto spettacolo popolare tutto affidato al carisma dei suoi protagonisti. E, pur con qualche colpo di vento, il braccio narrativo si manteneva saldo e avvincente. Ma entrambi i film soffrono di un inesorabile difetto di sguardo: volenterosamente protesa a racconti proletari o sottoproletari, la coppia di autori non si libera mai da uno sguardo filtrato, borghese, che in misura maggiore o minore si tiene discosto dalla realtà narrata e, volente o nolente, tratta le proprie figure dall’alto in basso. E’ la letterarietà, intesa nel senso più deleterio, che inficia spesso il cinema della coppia: anche in Fortunata, a partire dal tessuto dei dialoghi, nulla risulta mai “di prima mano”, malgrado gli insistiti dialettalismi e la sostanziale buona prova di Jasmine Trinca, più spontanea e aderente al ruolo che altrove. Anzi, è proprio quell’insistenza a denunciarne l’artificiosità; basti vedere il quadretto affettato delle amiche di Fortunata, l’enfasi su acconciature, orecchini vistosi e abbigliamenti, un eccesso grottesco che denota lontananza e senso d’estraneità. Su tutti i personaggi la realtà non è indagata, ma calata dall’alto, imposta, secondo un progetto espressivo fortemente programmatico. Si potrà dire che Castellitto e Mazzantini non mirano al melodramma popolare ma intendono ragionare su di esso: ipotesi che potrebbe essere accolta se fosse percepibile una solidità di riflessione cinematografica che giustifichi tutta l’operazione. Come invece accade spesso con il Castellitto regista, il suo cinema si conferma perfettamente riconoscibile ma, paradossalmente, privo di personalità. Il film procede infatti per trovate estemporanee, parentesi gratuite e stonature espressive che vogliono gridare “autore” a chiare lettere restando invece lettera morta, affermazione senza discorso. Con la stessa gratuità di certe trovate farlocche del precedente Nessuno si salva da solo (2015), anche qui Castellitto costringe i suoi personaggi all’incoerenza e al gesto esibizionista. Là sul finale Riccardo Scamarcio faceva inutili capriole: qui, Stefano Accorsi (già di per sé non particolarmente credibile nel ruolo di un genovese che non riesce a mascherare l’accento emiliano) si lancia in un grottesco sfogo sulla deontologia professionale in cui pare di vedere per un attimo il Castellitto attore in fase istrionica. E dopo un’ora di drammone a Tor Pignattara, si danza al casinò in abiti e atteggiamenti glamour. Lo stesso vale per le pagine di cinema e musica, ormai consuete nei film di Castellitto, o per i compiaciuti virtuosismi visivi (in tal senso la sequenza d’apertura è quasi una dichiarazione di poetica: il piano-sequenza “tanto per”). Quasi un cinema delle attrazioni, episodico ed estemporaneo, fatto di borghesissimi momenti forti.

In cotanta esagitata proliferazione espressiva, stavolta più che in altre occasioni Castellitto e Mazzantini perdono il filo del racconto. Fortunata ha infatti un andamento narrativo singhiozzante, sconquassato, endemicamente incapace di costruire personaggi coerenti e credibili. Si procede per accumulo, con totale perdita della bussola da metà in poi. Programmatico fino allo spasimo, il film riserva a ognuno dei suoi personaggi una tragedia personale (la più gratuita quella dello psichiatra incarnato da Accorsi), che tuttavia non si compone mai in discorso unitario. E’ un cinema strano, slabbrato, che vorrebbe essere popolare e insieme ambizioso oltremisura. Cinema fatto per il pubblico, ma che si fida così poco del suo pubblico da sentirsi in dovere di sottolineare qualsiasi significato almeno tre volte. Si evoca Antigone, le si conferisce il ruolo di sottotesto ma in modo così plateale che alla fine non è neanche più un sottotesto (e, perché nulla resti affidato al caso, ci pensa il Chicano a gridare “Dalle una degna sepoltura!”). Cosicché lo sguardo dall’alto di Castellitto&Mazzantini cala pure sul pubblico, trattato come un bambino da dover accompagnare per mano nella fruizione del film. Tra gli spettatori anche Fortunata continuerà a trovare i suoi estimatori, e chi scrive si trova in una posizione difficile: perché il cinema italiano ha bisogno anche di un cinema medio non comico o commedia, è la lacuna più evidente del cinema di casa nostra alla quale negli ultimi vent’anni si è tentato di mettere una pezza tramite strumenti diversi, e tranne rare eccezioni con esiti assai incerti. Per cui verrebbe da incoraggiare chiunque insista sul tentativo. Ma come altri (viene in mente Ozpetek), anche Castellitto&Mazzantini portano con sé una presunzione midcult dalla quale dovrebbero cercare di liberarsi. Scrollarsi di dosso le ambizioni esagitate e preoccuparsi prima di tutto di raccontare. Basta con i giochini sui nomi dei personaggi e con i tentativi di stratificare il discorso tramite atti di volontà espositiva. Basta con Italia e Fortunata. È sufficiente un Mario.

Massimiliano Schiavoni

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